A proposito di un libro di psicologia scritto in quarantena

Ho letto il libro del “nostro” professore.
Il libro di cui parlo è il suo ultimo: “La resilienza ai tempi del Coronavirus”. Assolutamente specchio del momento che stiamo vivendo.
“Qui ed ora” come non mai.
Mi è piaciuto.
Esauriente, ben articolato, approfondito.
Dove vengono analizzati, puntualizzati,  spiegati, tanti dettagli, tante differenze, sulle quali non avevo mai riflettuto.
Termini che credevo analogie o sinonimi.
Invece no: differenze.
Una di quelle che mi ha colpito di più, è la differenza tra essere “elastici” o “flessibili”.
Ho sempre creduto avessero più o meno lo stesso significato.
Invece no.
Mentre leggevo la differenza, ho riflettuto -immagino come ognuno di noi nel leggerlo-   su come/cosa potessi essere io.
Sì, direi di sentirmi sicuramente più elastica che flessibile: mi piego ma non mi spezzo.
Mi piego, ma poi ritorno alla mia forma originaria.
E la mia forma originaria, ad esempio, è quella di una che ama sogni e fantasia.
Che li vive, come una dimensione parallela.
Da dove si può entrare ed uscire.
Senza, per questo, non “stare” comunque nel quotidiano.
Se la vita è precarietà, mai come in  questo tempo, “tempo di Covid”, la sensazione di   essere in attesa, quasi “sospesi”, è quanto mai forte.
Forte la consapevolezza di questa realtà che si modifica sempre.
Così come non ci si bagna mai nella stessa acqua di un fiume.
Che l’acqua scorre sempre, e sempre cambia.
Nel libro, Campione scrive che l’alternativa per non soccombere a una quotidianità   radicalmente altra, è “..ospitare il male per poterlo trasformare in bene”.
Certo, so che si sta riferendo al virus, nello specifico, ma sono così incredula, ora, che   questo sia possibile.
Questo evento, quasi surreale, sta mettendo alla prova l’essere umano.
Una prova mai provata, per usare un gioco di parole.
Vero, che ci sono persone meravigliose che si prodigano per gli altri.
Ma è una minoranza.
Per il resto ho la sensazione che certi egoismi, certa modalità d’imbozzolarsi nel proprio   quotidiano, questa inevitabile necessità di isolarsi dal prossimo -e chiudersi in casa-   abbia acuito in ognuno, il proprio mondo come unico centro della propria esistenza.
È vero che siamo totalmente impotenti di fronte a questo virus sconosciuto.
E fino a che rimarrà sconosciuto non potremo difenderci, ed inevitabilmente dobbiamo   ospitarlo facendoci, forse, contagiare.
E forse ci ucciderà, o forse no.

Una precarietà mai conosciuta da tutti quelli che non hanno vissuto una guerra.
Al termine del libro, troviamo tre esempi di qualcosa di buono che possiamo solo   desiderare.
Questo, a partire dalle riflessioni fatte rispetto a questa epidemia.
Mi piace il terzo esempio.
Quando parla del “piano cosmico”.
Come desiderio di tutto il Cosmo di andare “oltre sé”.
Che ogni pianeta, stella, pulviscolo di stella, materia, energia oscura, potrebbero essere   attratti in un’orbita che li ospita e li rispetta.
E questo, per la loro unicità.
O, al contrario, essere attratti in un’orbita che li distrugge e li disperde nell’infinito.
Tutto e il contrario di tutto quindi.
Pensavo al termine “desiderio”.
Una volta lessi un articolo del prof. Galimberti, sul desiderio come “mancanza” o   “vuoto”.
Facendo derivare questo, appunto dall’etimologia de-sidere, come lo spazio dove una   stella si spegne, creando così un vuoto.
O, ancora, rispetto alle “stelle cadenti” e al solco che creano nel loro precipitare.
Se ricordo bene, perché letto parecchio tempo fa.
Il desiderio del Cosmo di andare “oltre sé” creerà quindi un vuoto.
Forse il vuoto creato dal numero impressionante di morti per questa moderna (..o   antica?) pestilenza?
Vuoto oggettivo di assenza degli esseri viventi.
Vuoto soggettivo, che ognuno di noi percepisce
Forse tutto questo non farebbe paura se veramente potesse, non dico dare la certezza,   ma almeno fare capire “il senso ultimo delle cose”.
E arrivare, così, al cuore delle cose.
Mi è piaciuta l’appendice fiabesca.
Forse perché il Mondo della Fiaba è la mia vera realtà.
Il mio Mondo di bambina.
Dove la descrizione di bellissime principesse e abiti fatti di nuvole, rendevano fertile la   fantasia.
“..Niente finisce mai, neanche la vita, neanche il desiderio”.
Così sussurra l’imperatore prima di chiudere gli occhi per sempre.
E allora ripenso all’etimologia di quel “de-siderio” … a quel vuoto.
Noi uomini non abbiamo alcuna certezza.
Solo un desiderio: riempire quel “vuoto” del non conosciuto.
Che a quanto pare è impossibile.
È un autoinganno per placare la paura.
Come una stella che intravedi dalla finestra, nel buio della notte.
E diventa la tua luce, la tua amica che rischiara e ti tiene compagnia, mentre aspetti il   sonno.
Così, alcuni dicono che questo virus in realtà non esiste.
Che è stato inventato.
Che è un “barbatrucco” come chiamava la mia bimba, da piccola, le cose a cui non   credeva.
Essere resilienti, come ci insegna il prof. Campione, significa come bisogna diventare   per  superare le situazioni di crisi.
Mai come ora, con questo nemico silenzioso e invisibile.
Io credo che saremo “resilienti” finché l’amore per la vita sarà così forte, da renderci   combattivi, e mai rassegnati a “lasciarci andare” all’accettazione passiva della   inevitabilità della morte.
Un caro saluto a tutti da

Mari

Riflessioni

Quando ho avuto l’oppurtunità di iniziare il percorso di formazione (insieme alle mie colleghe)  nella Scuola di Tanatologia voluta dal prof Campione circa un anno fa, ero aperta a tanto di ciò che intorno alla Morte  e al Lutto poteva essere affrontato, discusso, servire da stimolo su più livelli ; attraverso studi, esperienze più o meno dirette, sollecitazioni varie….E questo sia  per interesse   personale sia col desiderio di poter essere di aiuto ad altri, a partire da familiari ed amici   , nel momento in cui si è colpiti dalla morte.. nel periodo e nei momenti che la precedono e che la seguono, diciamo così…

Da subito una delle prime riflessionie/constatazioni  esposte da ognuno di noi, e la più ricorrente, era stata che della morte , come l’unica esperienza che tocca indistintamente tutti gli esseri viventi, in realtà non se ne parla tanto, nella nostra epoca, nè a livello personale nè sociale, come se non ci fosse o che si potesse evitare..Tanto che spesso si rifugge anche dall’usare il termine MORTE

Un non guardare, un non sentire, un sottovalutare e ignorare…fino a che non si entra inevitabilmente nel panico o peggio quando  dalla morte,( di qualcuno,) si è colpiti o ci si accorge di esserle vicini per ragioni anagrafiche o di salute…

Quindi mettere a fuoco e riconoscere un po le difficoltà che avremmo potuto incontrare, alcune già incontrate, sia personalmente sia nel momento di supportare persone in procinto di morire o i familiari coinvolti….

Nessuno di noi poteva lontanamente pensare di trovarsi da febbraio in una situazione come l’attuale     dove le persone muoiono a frotte, senza la possibilità della vicinanza e dell’ultimo saluto dei familiari o accompagnatori, ( a parte i sanitari che possono constatare il decesso e aggiungere un numero in più alla lista… poveretti anche loro) e neanche del rito funebre….per non parlare del Lutto  di chi resta…

.

Vorrei condividere  cosa ho sentito e come si evolve il mio sentire in questo periodo del  contagio, quarantena ecc. che si sta dilatando ….e di cui non è possibile ancora intravedere  modalità di superamento  perchè non  raffrontabile con qualcosa di già provato e che quindi richiede nuovi modi di Vedere, sentire, progettare, creare…. Pensando non agli interessi /bisogni delle  singole persone ma all’UOMO in una nuova era; perchè sarà una nuova era, volenti o nolenti.

 

In un primo momento sono stata toccata in un modo già ‘conosciuto ‘/personale , non tanto perchè abbia subito perdite di persone amiche e conosciute, (solo alcuni conoscenti colpiti dal virus  ed usciti, e due decessi di amici di amici)  ma perchè  la reazione era riconducibile a quella provata già negli anni, difronte ad altri tipi di morti improvvise, imprevedibili, umanamente inaccettabili, ( forse qualcuno obietterà che è sempre così , ma per me no..) dove il dolore e la com-partecipazione a queste scomparse apriva un certo raggio…. di  metratura emozionale .

Come quando arrivavano le notizie delle morti in mare di chi sui barconi cercava di arrivare ai nostri porti, o i terremoti, le guerre…..  C’era un dolore ed una impotenza insieme..

Ma, come dire…era come se le cause di quelle situazioni in qualche modo fossero  ‘Visibili’.

Adesso, con la moltiplicazione delle morti in modo espotenziale e, da un certo punto di vista, con causa invisibile , scandite da un orologio che non vediamo ma che sa che tempo battere, in questa che è diventata una pandemia,  ho sentito dentro di me aprirsi uno spazio  più grande, enorme, una specie di dilatazione di quel  primo raggio di circonferenza, che chiedeva un riconoscimento ancora più grande di queste morti. E sentivo che quelle decine, centinaia e  centinaia di spiriti che varcavano la ” soglia” .così velocemente…lo facevano al posto nostro, perchè poteva e può capitare ad ognuno di noi.  E quindi ho cominciato a ringraziare questo ” sacrificio ” di una parte di umanità perchè un’altra parte della stessa Umanità potesse iniziare ad intraprendere una modalità di Vita diversa. E ho pregato e prego per loro, molto, in modo anche non convenzionale e li “accompagno” da casa mia…senza sapere chi siano personalmente… sono Esseri Umani che stanno lasciando la vita .con dolore, e possiamo sicuramente accoglirli nel Cuore…c’è un enorme spazio lì….

 

E chi resta? Chi continua a vivere? So bene che la differenza se tornare ad una umanità-disumana come quella nella quale ci troviamo, o mettere in campo dopo questo massacro , (che tocca tanti fronti) nuove modalità di relazione umana, distribuzione del lavoro, rispetto per le persone più fragili, ecc. ecc. dipende da quanti in questa cosidetta quarantena hanno scelto ‘di “entrare” dentro se stessi o hanno preferito ” rimanere fuori”…, ma confido e spero che i primi siano stati molti….Se si muove una modalità di pensiero orientata in questo modo forse anche le scelte di chi…sceglierà  inevitabilmente per noi, in certi ambiti, potrebbero essere migliori..

Lo spero…

Va però rivisitato tutto il modo di vedere l’aggregazione umana, e andranno tenute presenti le debolezze e le paure, che buona parte delle persone , chi  piu chi meno , ha manifestato, manifesta o manifesterà….La perdita, riferita a cose comuni a tutti ed anche diverse per ciascuno..A chi spetterà l’aiuto? E sarà permesso, da chi.. di dovere, di utilizzare modalità di aiuto e riorganizzazione pensate da chi si è preparato, nel tempo al sostegno dell ‘essere umano nel momento della crisi, con competenze specifiche e non alla ‘carlona’, come spessimo accade?

 

Al di là di come sia arrivato questo virus(, non mi interessa più di tanto), è arrivata la resa dei conti per una Umanità basata sull’Eccesso,  di tutti i tipi.  Dove la Vita spesso è subita e non vissuta …..e che molto molto spesso si vuole pensarla come contrapposta  alla morte.. E non si è portati a pensare ( e nemmeno educati!) che la contrapposizione non è tra vita e morte ma tra nascita e morte…

Ecco è stato questo  un altro aspetto su cui ho riflettuto …..ed ho cominciato a fare sempre più caso che nelle aberranti trasmissioni di ‘ Informazione'(?) ….si parla e si terrorizza con filari di bare e bollettini di numeri di deceduti, .ma non si dice mai quanti bambini nascono nella stessa giornata di cui sappiamo bene il n dei decessi…

 

Punto di vista distorto il mio?  Mi sento che posso accoglire senza troppo trauma la Morte se vedo dall’altra parte una Nascita….farebbe bene vederne di più….

 

Altre riflessioni: Per la prima volta si parla liberamente di morte, di morire, di morire senza la  presenza di un affetto o di un accudimento dell’Anima al momento del decesso…

E’ la prima volta che si vedono immagini e servizi di ‘supporto all’anziano’ visto finalmente per quello che rappresenta…il periodo ultimo della vita (se non si è colpiti da disgrazia prima) dove l’essenza vitale piano piano diminuisce….rallenta ..fino a condurre  alla morte…ad un  passaggio.. ..come avviene in tutte le cose della Natura..

 

E quindi non anziani che a 80 anni saltano le staccionate, scalano montagne senza fare una piega, hanno prostate perfette , corrono per ore senza avere dolori, ballano e corrono stancando i nipotini(!) mostrano muscoli d’acciaio in barba ai giovani…..volti senza rughe….Ce ne sarà anche qualcuno…..ma insomma….Adesso ci accorgiamo che forse i tanti anziani in case di riposo ..non è che tutti non abbiano famiglia.! …..Ci sarebbe da discutere sull’organizzazione del lavoro, della famiglia  , di diverse modalità di famiglia, del profitto ecc. ecc.. a scapito del rapporto umano, ma secondo me è proprio come un anziano si avvicina alla morte, se ha la fortuna di vivere a lungo , che potrebbe far vedere in un altro modo la vita a chi resta.

Che sia anche questa una delle ‘opportunità’ che potrebbero arrivare da questa pandemia?

E’ chiaro che la pandemia è stata come una enorme diga spaccatasi all’ improvviso e non vorrei sembrare semplicistica ma credo che ripartire da considerazioni semplici può aiutare… anche ad accettare e superare il momento.. Almeno, per adesso per me è cosi…

 

Personalmente sto bene, e ringrazio tutti i giorni di poter vivere in serenita logistica ed umana..Mi dedico alla lettura allo studio, alla preghiera, all’aiuto  attraverso la parola ed…oltre.. ad amici , conoscenti, persone con le quali ho contatto telefonico ma anche da ‘balcone’ o sui pianerottoli,  con attenzione, ma anche senza fobia…Lo scambio di un pensiero che possa rassicurare, aiutare a guardare, della situazione, non solo la perdita  – che c’è e ci sarà ovviamente-  ma anche spostare un po lo sguardo per dare un valore diverso alle cose, ad aspetti della nostra vita, privata e non, cui non avevamo dato neanche l’attenzione di un’unghia.. può essere utile…a volte necessario..per non sentirsi asffogare.  Senza pensare di rivoluzionare convinzioni e credenze ma…trovare la giusta distanza in un dialogo oggi, è qualcosa di molto importante secondo me…Perchè è la “distanza” che sta facendo paura e provare a rimpirla anche solo con poche parole ma  non banali  … credo sia una buona cosa.. Dal dialogo col marito, il figlio, lo zio …fino all’amico, al vicino di casa, il bottegaio con la mascherina.

 

Certo che per il contenimento e l’aiuto terapeutico specifico in situazioni più complesse la palla deve passare a chi è qui …per questo…Sempre che glielo facciano fare!!!!

Un caloroso abbraccio a tutti

Anna Maria Santucci

 

 

 

Un nuovo Welfare: Progetto di assistenza psicologica per le situazioni di crisi nel rientro al lavoro dopo l’epidemia di coronavirus

I tempi del coronavirus sono tempi eccezionali che ci mettono profondamente in crisi.

Perchè  siamo stati colpiti da qualcosa di inatteso e violento e siamo stati traumatizzati ,e perché tutti abbiamo perso o perderemo qualcosa di più o meno importante della nostra vita di prima.

C’è solo da sperare che anche stavolta non accada, come tende sempre ad accadere dopo ogni grave crisi sociale,che, passata l’emergenza, nessuno viene aiutato ad elaborare i lutti provocati  dalla crisi ,con risultati nefasti sulla salute mentale di tutti.

Abbiamo perso e perderemo,chi più qualcosa chi più qualcos’ altro,alla rinfusa:affetti, libertà, sicurezze,abitudini,canali di comunicazione, certezze,capacità di controllo delle emozioni,fiducia,soldi,lavoro,progetti,futuro,ruoli, equilibrio,tranquillità, sonno, privilegi,dipendenze positive,credenze,aspettative,fedi,etc.

Alcune di queste perdite (quelle  che ci  sembrano provvisorie)le abbiamo accettate, grazie alla resilienza , cioè alle risorse e alla capacità di adattamento che avevamo già;

Altre perdite (quelle che ci sembrano definitive) le abbiamo rifiutate perché  ci mancavano le risorse(la resilienza);

Poche perdite(quelle che ci sembrano  superabili nel tempo) le abbiamo sopportate perché speriamo di avere le risorse(la resilienza) nel futuro.

Alcune delle perdite che abbiamo accettato ci faranno soffrire dopo, cioè quando capiremo che non erano provvisorie e non potremo tornare come prima e dovremo cambiare vita definitivamente.

Le perdite che abbiamo rifiutato ci hanno fatto soffrire subito e continueranno a farci soffrire anche dopo,quando saremo costretti a cambiare vita e continueremo a volere la vita di prima.

Le perdite che abbiamo sopportato ci hanno fatto soffrire subito quando abbiamo cambiato vita e ci faranno stare meglio dopo,cioè quando dovremo cambiare vita  capendo che non si torna più come prima ma non si può rifiutare ciò che ormai è accaduto irreversibilmente e  bisogna “inventarsi” una nuova vita.

L’aiuto psicologico di cui si avrà bisogno sarà quindi così differenziato:

1.chi ha accettato le perdite dovrà essere aiutato a “cambiare vita” nel senso di trovare altri “beni” che compensino quelli persi;

2.Chi ha rifiutato le perdite dovrà essere aiutato:o ad accettare i “beni” perduti e sostituirli;

oppure a sopportarne la perdita;

3.Chi ha sopportato le perdite dovrà essere aiutato  a “cambiare vita” nel senso di continuare a sopportare le perdite  che non si possono accettare né sostituire,né ci si può distrarre per stare meglio. E dovranno farlo nell’unico modo possibile: dando al peso della sopportazione un significato che fa diventare migliori.

Se questi aiuti saranno forniti,  aumenterà la resilienza già posseduta e si troveranno modi per suscitare nuove forme di resilienza. Senza questo aiuto tutti rischieremo di restare in una crisi strisciante che può bloccare la nostra vita o “sospenderla” per chissà quanto tempo in stati di indecisione più o meno  duraturi,con conseguenze più o meno gravi: infelicità, tristezza,frustrazione, ansia, disturbi dell’attenzione,attacchi di panico, angoscia,irrequietezza e  disturbi del sonno, comportamenti aggressivi e violenti,disturbi psicosomatici,disturbi nevrotici e psicotici,depressioni, autolesionismi, suicidi.

Si tornerà,ad esempio, a lavorare con qualche crisi irrisolta e ciò potrà avere conseguenze importanti sul rendimento lavorativo e sulla produttività,come sempre quando si è meno motivati,più ansiosi o preoccupati,più inquieti e frustrati,più arrabbiati o più in colpa,più aggressivi e violenti, meno disposti alla collaborazione o ad eseguire i compiti meramente esecutivi,meno controllati emotivamente, meno  disciplinati nell’attenzione e nell’organizzazione,etc.

E’ allora evidente che aiutare chi torna al lavoro con le crisi irrisolte delle perdite subite,

diventa indispensabile quasi come avere l’assistenza medica gratuita, un buono per mangiare,  per pagare l’asilo dei figli,etc.

Compare una nuova voce del Welfare: l’aiuto per affrontare e superare le crisi determinate dalle perdite dovute all’epidemia ,di cui non è giusto che nessuno si debba “pagare”le conseguenze sulla propria vita come se si fosse infettato di coronavirus volutamente.

Senza questo aiuto non si può tornare a lavorare come prima mentre,fornendolo,  si può migliorare la situazione precedente e si  possono anche prevenire le conseguenze del diffuso disagio psico-sociale che certamente  ne conseguirà, con un aggravio di costi prevedibilmente  insostenibile in termini di salute mentale collettiva nel post epidemia.

Questo nuovo welfare dovrebbe (teoricamente ed eticamente)riguardare ogni”luogo di lavoro”  e si potrebbe realizzare in due semplici tappe:

I. Tappa :

coinvolgere in ogni  “luogo di lavoro”  tutto il personale(con qualunque ruolo) in un’indagine per individuare,tramite un questionario formulato ad hoc, le principali perdite subite,le  principali modalità di reazione in atto,i bisogni e le aspettative più frequenti;

 

II. Tappa:

sulla base dei risultati del questionario,organizzare all’interno del “luogo di lavoro stesso” o in convenzione con organizzazioni esterne un team di psicologi( da formare e poi supervisionare ) che possano fornire un supporto gratuito  competente(interventi di  supporto  brevi sul modello delle terapie psicologiche focali )  a coloro che, rilevati i bisogni,vogliano( o debbano per il loro malessere oggettivo) farsi aiutare a superare le loro crisi.

 

Lo specifico di questo nuovo welfare psicologco-esistenziale consisterà fondamentalmente nell’aiuto  a migliorare la resilienza già posseduta e a trovare modalità di nuove resilienza,allo scopo duplice di:

uscire individualmente  dal trauma collettivo provocato dall’epidemia del coronavirus  alleviando  le sofferenze  individuali che l’accompagnano ;

prevenirne le conseguenze  gravi e costose che si avranno in termini di salute mentale collettiva.

Per attuare concretamente questa nuova forma di welfare si farà ovviamente riferimento alla vasta letteratura sulla Resilienza  e più in particolare all’impostazione contenuta in un libro di prossima uscita: Francesco Campione, La resilienza ai tempi del coronavirus(Superare il panico,l’isolamento e le crisi diventando migliori)Taita Press,Bologna.

Le forme istituzionali e amministrative per l’attuazione concreta di questo nuovo welfare sono ovviamente da concordare con  Istituzioni pubbliche o private( o in piena collaborazione tra esse con i differenti ruoli di competenza) che volessero supportarle per contribuire ad un  superamento in crescita e duraturo delle crisi della pandemia di coronavirus.

Francesco Campione

 

 

 

Riflessioni in tempo di pandemia

In queste settimane apro ogni giorno il blog del Professore, ma non vi trovo nulla di nuovo. L’ultimo intervento è del 6 marzo. È passato un secolo, Professore, dal 6 marzo! Possibile che non abbia nulla da aggiungere?

Del resto, cosa altro ci dovrebbe essere, che non sia anche già scritto fin qui?
La mia parte accudente e materna mi fa chiedere: “Mica starà male?”. No, speriamo proprio di no.

Dovevamo proseguire nei fine settimana i seminari di approfondimento sui temi della morte, del lutto, ma l’epidemia ha fermato anche noi.

E poi ieri, con gioia, ho visto la sua mail che ci invitava a condividere i nostri pensieri.

Domenica 23 febbraio era l’ultimo giorno senza pandemia,  ma anche il primo con la pandemia. Era appena concluso il primo incontro dei seminari programmati.

Ricordo il ritorno da Bologna, in stazione dei treni, con gli altoparlanti che avvertivano che i treni non si sarebbero fermati a Cologno, a causa dell’epidemia in corso. Ricordo bene la gente che si guardava attorno un po’ indecisa se stare vicini o se stare lontani gli uni dagli altri, cinesi compresi. E qualcuno già osava girare con la mascherina, forse deriso da chi stava attorno, o invidiato. Chissà?

23 febbraio, sembra un secolo fa. Tornata a casa, scoprii che mio figliolo piccolo non era partito per Trieste, perchè l’Università era stata appena chiusa. Appena due settimane dopo saremmo stati chiusi tutti. O, almeno, tutti quelli che era possibile chiudere. E così, anche i fine settimana a Bologna, per gli incontri tematici con il professore e con Francesca, per il momento, sono stati chiusi, o sospesi. In attesa degli eventi.

La vita “normale” è sospesa. E in questo tempo sospeso è cosa buona provare a riflettere.
Dicono che niente sarà come prima. Ma cosa ci resterà? Cosa sceglieremo di trattenere da questo periodo “sospeso”? Forse il silenzio commovente delle nostre strade, dei nostri paesi, la sera? Fa davvero impressione ciò che un tempo era normale: il silenzio, rotto dal canto di qualche uccello, e dal latrare lontano di qualche cane. Per il resto solo silenzio. Mi sembra di essere tornata bambina, quando le automobili per le strade del mio paesino erano una rarità, e l’aeroporto vicino casa non era ancora stato costruito.

Il cielo è incredibilmente limpido, nei mattini in cui mi sposto per andare al lavoro: la corona dei monti, lassù verso la fine della pianura, finalmente visibile, con le pareti ancora bianche di neve: che strano, riuscire a vederle ancora dopo giorni e giorni di sereno! Tempo fa le si vedeva solo per qualche giorno, dopo la pioggia. E poi basta, tanto era lo smog distribuito nell’aria a fare da paravento alla visione del bellissimo sfondo che propone la pianura dove vivo.

Che strana primavera, questa! Non vale la pena neppure cogliere i fiori del giardino, perché non c’è un luogo dove abbia senso portarli.

Ho una fila di bellissimi narcisi, nel giardino di casa mia; fioriscono da metà marzo. Li ho piantati 24 anni fa, quando aspettavo il mio secondo figliolo, io e lui, li abbiamo piantati, con fatica, ma con passione. Poi quando sono tornata a casa con lui in braccio, appena nato, i narcisi erano nel loro massimo splendore, quasi si fossero vestiti a festa per festeggiare il nostro ritorno. Ho un legame molto dolce, con questi narcisi.

L’anno scorso è morto mio padre quando i narcisi erano già sfioriti. Ed ho pensato che glieli avrei portati, quest’anno, non appena fossero ritornati a fiorire. Ma quest’anno il cimitero é chiuso, e non ho potuto mantenere la mia promessa. Chissà come sarà abbandonata, adesso, la sua tomba! È quasi un mese che non ci si può entrare. Non ho mai lasciato passare così tanto tempo, senza andare a rinfrescargli i fiori, senza andare a prendermi cura di quello che è possibile fare, adesso, per lui.

Papà era una brava persona. A 78 anni ha dato i primi segni di demenza senile. Il primo segno è stato il disorientamento spaziale: non trovava più la strada per andare da un luogo all’altro, nel paese dove viveva da sempre. Se doveva tornare a casa e poi da casa ripartire, ce la faceva, ma spostarsi da un luogo ad un altro del paese no, si perdeva. Quando l’ho capito, ho capito subito anche che cosa avremmo avuto davanti a noi, con la sua malattia. Mia madre è stata bravissima ad essere paziente sempre con lui, al punto da mantenerlo nel clima familiare di sicurezza ed affetto che gli ha permesso di vivere la malattia senza inutile sofferenza. Era un uomo buono, e buono e tranquillo lo è stato fino alla fine. Lo abbiamo accudito e protetto, nel proseguire degli anni, fino a quando è morto, a 89 anni, un anno fa. Quando stava ancora discretamente bene, anche se la malattia era conclamata, ne avevamo parlato, io e lui da soli. Avevo risposto ai suoi dubbi, ed avevamo parlato di quello che sarebbe stato il suo futuro “senza memoria”. “Ci prenderemo cura di te, papà, non preoccuparti”.  “Grazie”, fu la sua risposta, con un sorriso. Sapeva di potersi fidare, e si fidava. L’ultimo anno li ho fatti venire vicino a me, avendone la possibilità, in modo che lo potessimo accudire e sostenere nel contempo la fatica della mamma, con il supporto di una signora che faceva da “badante”, come si usa adesso, quando è possibile.

Nell’ultimo anno della sua vita, con papà cantavo. Incominciavo io le canzoni che lui ci cantava quando eravamo piccole, e poi gli si illuminava il viso, e cantava anche lui. Quasi nulla della sua bella voce era andato perduto, e neppure la capacità di cantare in coro. Cantare era il canale comunicativo che era rimasto ancora agibile, con lui. Condividevamo serenità, e ciò lo tranquillizzava. Pian piano anche questa capacità si andava sciogliendo, come le cellule del suo cervello ammalato.  Fino a quando, un paio di mesi prima di morire, iniziò a  non seguirmi più nel canto, e non sorrideva più. L’unica cosa che ancora era in grado di fare era trascinare le gambe, che non lo reggevano più, mentre lo accompagnavamo, con sempre più fatica, nel bagno.

Poi, ai primi di marzo, un anno fa, si è ammalato di polmonite. Un tentativo di cura lo abbiamo fatto, ma non ha avuto risultato. La sua vita era sempre più ridotta al dormire, e il suo volto si piegava sempre di più in tristezza, quando era sveglio. Il suo sguardo si era svuotato, ed era dolorissimo per me cercare i suoi occhi vuoti, nella certezza che non avesse più nemmeno il ricordo di chi io fossi. Ma era il mio papà, quello a cui sarò sempre grata per la vita, e per il sostegno che mi ha sempre dato, per quanto ha potuto.

Papà era innamoratissimo di mia madre, forse più di quanto lei lo fosse di lui, anche se ha trascorso con lui una vita matrimoniale bella, serena, onesta, e ricca di buoni principi. Lei lo ha amato perché era suo dovere amarlo, mentre lui l’ha amata perché ne era innamorato.

Papà è morto mentre era con me e con Maria, la badante. È morto mentre gli tenevo la mano. Ha dato gli ultimi respiri profondi, faticosi, pareva anche disperati, e mentre moriva gli è scesa una lacrima, chiudendo per sempre gli occhi.

Papà non voleva morire, ma non riusciva più a vivere, perché il suo corpo non glielo permetteva.

Era in agonia da alcune settimane, non parlava, non mangiava, serrava solo le labbra, già chiuse, se solo si provava a bagnargliele per sollevarci dal fastidio che ci dava vederle così secche.  Non voleva più né mangiare né bere. Respirava, e basta. Aveva febbre. Era visitato ogni giorno da medico e infermiere. Pulito e curato da noi e da Maria. Con mia madre che non se ne staccava un attimo, accarezzandogli le mani, le braccia, e con la voce…  un anno fa era così. Per tre settimane è andata così. Lunghissime. Ogni mattina aprivo la porta della sua stanza sperando di non sentirne il respiro. Perché era uno strazio vederlo così, uno strazio ancora più grande di quanto lo fosse stato vedere come la malattia lo aveva ridotto, negli anni precedenti. Il giorno in cui è morto, l’ 11 di aprile, mia madre non si è staccata un attimo da lui. Io ho dovuto assentarmi qualche ora al pomeriggio per lavoro. Sono rientrata poco dopo le 19 e 30. Mamma e mia sorella sono andate a prendere i vestiti belli di papà, perché si intuiva che non avrebbe passato la notte: il respiro si faceva sempre più difficile ed irregolare. Appena uscite, appena papà ha sentito, in qualche modo, che la sua sposa non era più accanto a lui, si è sentito, forse, libero di provare a respirare ancora un poco, per l’ultima volta. Il campanile del paese suonava l’avemaria delle 20, quando ci è stato chiaro che non avrebbe più respirato.
Poco dopo sono rientrare la mamma e mia sorella, e un poco abbiamo pianto, perché era giusto piangere. Poi ho chiesto se qualcuna, esclusa la mamma per l’età e la fatica, mi potesse aiutare a prepararlo, prima che si indurisse. Maria mi disse che lei non aveva mai visto morire nessuno, perché tutti gli anziani a cui aveva badato erano stati portati in ospedale, negli ultimi giorni. Mia sorella era abbastanza sconvolta. Io lo avevo già fatto, molti anni prima, nel preparare, con altre donne del paese, la salma di mia suocera, a cui ero molto affezionata, morta a casa, improvvisamente, di infarto. Ma manovrare da sola il corpo di mio padre, per quanto lo avessi lavato già mille volte, in quegli ultimi mesi quando era ancora vivo, non me la sono sentita. Così abbiamo chiamato le pompe funebri, che, devo dire, sono stati gentilissimi, delicati, e molto comprensivi. Siamo rimaste io e mia sorella a guardare mentre lo sistemavano. Era papà, ma non era più lui. Io non so dove fosse, nel frattempo, o cosa fosse rimasto ancora vivo, di lui. Non lo so. Ho le mie idee, ma accetto di non saperlo con certezza, con la certezza che dovrebbe venire da una conoscenza concreta, reale, scientifica. Io non so dove sia, ma in qualche modo è presente, nei ricordi, nella testimonianza della sua vita, e persino nella sua voce, che a volte mi sembra ancora di sentire dentro la mia testa.
Papà è uscito da casa mia solo per il suo funerale. E per due giorni lo abbiamo accudito anche se era ormai morto. Abbiamo cercato di farlo bello. E di sicuro il garofano rosso tra le sue mani, al posto del rosario, in qualche modo lui lo ha gradito.
Il ricordo del pellegrinaggio di persone venute a rendergli omaggio è per me un balsamo sul dolore di averlo perso. L’abbraccio della folla al suo funerale, i continui messaggi, la presenza di tante persone care ci consola ancora.
E’ vero che la malattia di papà gli aveva consentito di abituarci  un poco alla volta alla sua assenza, ma era pur sempre ancora lì, anche se da accudire, lavare, pulire. Era lì anche per cantare, per sorridere, per farci sentire il suo odore, come quando da bambina mi teneva tra le sue braccia. Era pur sempre lì,  ancora un po’ vivo.
La morte lo ha fatto morire del tutto.
L’abbiamo accolta come una liberazione, perché lo vedevamo ormai troppo triste, ed eravamo convinte che così non volesse più stare neppure lui, per ore a guardarci come fossimo sconosciute.

Ho pensato a quei giorni, riflettendo sui morti di questi giorni. E non solo sui morti di COVID-19, da soli, in area di emergenza, o in stanze isolate dal resto del mondo. Ma ho pensato anche ai “morti normali”, quelli che restano senza funerale, come è scritto sui manifesti che ne danno notizia. “Seguirà il funerale in forma strettamente privata, come da disposizioni … etc..”.

Una mia carissima amica porta suo fratello a tutti questi funerali, perché è lui è il nostro parroco, che da qualche tempo non guida più. Lei mi ha descritto questi “funerali”: due, tre persone, il parroco, due addetti delle pompe funebri, l’operaio della ditta che fa gli scavi, o che depone la salma nel loculo. Qualche minuto, e poi via. Nessuno dei riti sociali, utili a condividere il dolore, a renderlo pubblico, e pubblicamente sopportarlo, condividendolo; nessun rito possibile. Nei giorni successivi nessun accudimento dei fiori, nessuno sguardo dolce al luogo dove per sempre riposerà il corpo della persona perduta. Niente.
Per i morti da COVID-19 è ancora peggio: li vedi portare via da casa in ambulanza, e poi non li vedi più. Verrà restituita un’urna con le ceneri, proveniente da chissà dove, perché non ci sono strutture crematorie sufficienti là dove i morti sono troppi.
Ho visto un piccolo video che qualcuno ha girato all’uscita dell’autostrada, al casello di Palmanova: poliziotti fermi sull’attenti, le sirene, i camion militari, dirigersi a destra del casello, là dove, dopo qualche chilometro, c’è la struttura del comune di Cervignano  per cremare le salme. Nel video si vedono sei camion. Ad attenderli presso la struttura crematoria, il sindaco, da solo, in rappresentanza di tutti i cittadini.

Sono immagini che non si vorrebbe avere mai visto.

In questi giorni ho la fortuna di poter lavorare comunque. “Lavorare” è un concetto complesso, di questi tempi. Diciamo che ho la fortuna di poter timbrare entrata e uscita. Tra tutte le varie sedi dove lavoro, ce n’è una che non è situata in ospedale, non è in zone a rischio, e siccome mi hanno chiesto di dare comunque la disponibilità a contatti telefonici, vengo qua ed aspetto. Faccio anche altro, ovviamente. Ma sono, come vogliono i capi, “a disposizione”. Ci sono due Hospice rimasti senza psicologo, perché non me la sento proprio di “rubare” camici e sistemi protettivi ad infermieri e medici che sono in prima linea in questo momento. E non vado neppure a domicilio dei pazienti, per non rischiare di portare virus a persone già fragili.  E poi non ho neppure voglia di rischiare la mia vita, attraversando ospedali senza protezioni.

“Rischiare la vita”. Non so. Ma si rischia davvero? Ci hanno spaventato per nulla? Girano così tante informazioni e disinformazioni che è molto difficile decidere dove stia la realtà, se non anche la verità. Dicono sia in fondo solo una influenza. Che muoiono solo i vecchi già ammalati. O no? Dicono che sia perché ci sono troppo pochi posti nelle rianimazioni, che dobbiamo, in qualche modo, cercare di ammalarci un pochi alla volta, in attesa del vaccino, mentre questo virus ha una fretta terribile di entrare in contatto e farsi presente con chiunque di noi.

Intanto il COVID-19 ha viaggiato in tutto il mondo, e non c’è angolo di Terra che ne sia totalmente privo. Ecco: non abbiamo  più dove scappare. Ci possiamo rendere conto, finalmente, che la Terra è unica, che è piccola, e che un altro posto non c’è. Impareremo ad averne cura? Oppure l’avidità di noi umani verrà accresciuta dalla paura in cui stiamo vivendo?

Credo che sia in gioco la capacità di diventare generosi, di impegnarci per gli “altri”. In qualche modo, il virus ci costringe ad essere “buoni”.

Il Governo ci obbliga a stare a casa, e comunque a limitare al massimo gli spostamenti, e gli incontri con le altre persone, perché bisogna bloccare la strada al virus, per il bene di qualcuno, che non si sa chi sia, e potrebbe essere chiunque. Ci viene chiesto tanto. Perché dovremmo farlo? Per non rischiare multe o sanzioni varie? Per senso civico? Oppure per generosità? Perché, in qualche modo, quello che perdiamo noi singolarmente, diventa il nostro personale sacrificio per il Bene di altri. Altri che possono anche essere anonimi, che non conosciamo, ma che così possono meglio usufruire di strutture sanitarie, se proprio si sono ammalate.

Mi ha colpito il numero elevato di medici (e immagino anche infermieri e altri operatori) che hanno perso la propria vita per prendersi cura dei malati. Chissà cosa pensavano, mentre svolgevano senza sufficienti  protezioni il proprio lavoro! E poi, che cosa avranno pensato, che cosa avranno provato, mentre si avvicinava la loro morte?

Come altri colleghi psicologi, anche io ho dato la disponibilità al sostegno, al colloquio telefonico in questa emergenza. Con altri colleghi ci siamo scambiati opinioni ed informazioni, e, almeno dalle nostre parti,  non c’è particolare richiesta. Ho fatto qualche colloquio telefonico con pazienti “normali”, non-covid (adesso si usa questa terminologia, che spacca in due l’umanità: “covid” e “non covid”, e anche questo meriterebbe una riflessione), e sono colloqui di una tristezza ed impotenza tremenda: nessuno sguardo, nessun sorriso… nessun riscontro, né da una parte né dall’altra: solo parole, e al massimo, il tono della voce. Ma anche fare colloqui di persona,  tutti bardati con mascherine, è complicato. L’ho fatto tante volte, in passato, con ammalati “infettivi”, quelli che sulla porta hanno scritto: “Per entrare rivolgersi al personale”. Lo si fa, si fa tutto, ma è tutto più povero. Tutto meno umano.

Giorni fa, per un paio di notti ho fatto un sogno molto bello: ero in mezzo a tanta gente perlopiù sconosciuta. Nel camminare vicini ci si sfiorava, ci si toccava, ci si dava la mano, ci si abbracciava, e si sorrideva.

Manuela Puntin

ANCORA SUL CORONAVIRUS

In questi giorni si sta mostrando in tutta evidenza la dialettica tra la Polis( Lo Stato) e l’oikos (la casa,il privato).

Per contenere l’epidemia il governo adotta giustamente misure( distanza inter-corporale  di sicurezza, no sternuti o tosse liberi,no strette di mani,no abbracci e baci)che rendano meno probabile statisticamente la diffusione del contagio.

In ogni casa(e in ogni vita privata anche lavorativa) le disposizioni del governo si possono e si vogliono seguire(si ha interesse a seguirle) solo in parte rendendo per ciascuno il contagio puramente “casuale”

Con conseguenze psicologiche inevitabili:

Le misure statali rassicurano tutti in generale(il gregge, come lo chiamano gli statistici) e nessuno in particolare(le persone). Vale a dire che rassicurano coloro per cui è un bene se ne muoiono il meno possibile anche se tra i morti dovessero esserci loro stessi, non rassicurano affatto coloro che non vogliono morire mai e sono più o meno indifferenti alla morte degli altri. Ecco un’evidente frattura tra lo Stato e i singoli cittadini!

Sorge il desiderio di misure rassicuranti sia per tutti che per ciascuno.Misure palesemente impossibili,dato che, per quanti pochi vecchi alla fine si contageranno e moriranno,sarà sempre profondamente ingiusto che sia il caso a decidere quali saranno a non farcela.

Lo scacco sarà inevitabile in una cultura(come la nostra) che è riuscita finora solo a codificare tramite le leggi: i doveri di ciascuno di uniformarsi alle norme per difendere statisticamente il bene di tutti ;i diritti di ciascuno di evolversi da caso statistico a persona unica e insostituibile meritevole di salvarsi anche sacrificando altre persone.

Per realizzare il desiderio di misure rassicuranti per tutti durante un’epidemia, bisognerebbe,in altri termini,trovare qualcuno che si sacrificasse per tutti quando c’è da difendere il bene di tutti o che tutti( grazie allo Stato) si sacrificassero per qualcuno  quando c’è da difendere il bene di qualcuno in particolare.

Ci vorrebbe un pò più di “umanità” per far cessare l’inevitabile guerra tra gli interessi di tutti e quelli di ciascuno ogni volta che,come ora col coronavirus,il dovere di salvarne il più possibile cozza col diritto di ciascuno di volersi salvare.

Nel caso in questione oggi significherebbe:

I.Uno stato “umano” dovrebbe far di tutto per garantire la migliore assistenza possibile( rianimazione) a tutti quelli che in seguito al contagio si ammalano di polmonite e ne hanno bisogno.Ma è ormai palese che per farlo,essendo il sistema sanitario inevitabilmente impreparato ad affrontare un’epidemia globale,si dovrebbero trasformare tutti gli ospedali in infettivologie e pneumologie con molti posti di rianimazione,sacrificando più o meno coloro che non rischiano di morire per il contagio ma per tutte le altre malattie che durante l’epidemia non vogliono saperne di togliere il disturbo( ecco l’esempio che mi fatto un oncologo di un ospedale della zona rossa:che faccio se ho in reparto una sepsi che necessita un ricovero in rianimazione e tutti posti della rianimazione sono occupati dalle polmoniti alveolari conseguenza del coronavirus?).

II. I vecchi che rischiano di più( come sempre a prescindere dal coronavirus),vedendo che lo Stato per curare loro dovrebbe sacrificare altri malati  o stravolgere la vita di tutti, potrebbero considerare che per loro  sarebbe preferibile rischiare di morire non essendo sicuri di poter trovare un posto in rianimazione piuttosto che essere rianimati a scapito di altri con prospettive di vita maggiori dopo la rianimazione.

Ci siamo così  avvicinati alquanto al desiderio di poter conciliare il bene di tutti con quello di ciascuno:

non ci sarebbe bisogno di tutti i posti di rianimazione necessari quando si volesse(umanamente) rianimare tutti coloro che sviluppano una polmonite da coronavirus, perchè si potrebbe imparare a distinguere meglio tra coloro che è opportuno rianimare e coloro che non è opportuno rianimare, su due basi che si compenserebbero:non si rianimerebbero su base medica coloro per rianimare i quali bisognerebbe fare un accanimento terapeutico(coloro cioè che di lì a poco data la gravità del loro stato morirebbero di lì a poco); non si rianimerebbero su base etica coloro che preferirebbero morire per gli altri invece di voler vivere a tutti i costi a scapito di altri.

Confesso che da vecchio quale sono(anche se ancora abbastanza sano) preferirei:  a)sapere che se mi ammalo ci sarà un medico che valuterà se vale la pena rianimarmi qualora di lì a poco dovrebbe rianimarmi ancora;

b) che mi informi sulle sue valutazioni e cerchi di riuscire a rianimarmi sempre se voglio vivere a tutti costi a scapito di altri con maggiori speranze ,  o se preferisco essere lasciato andare con la consapevolezza umana di essere morto per qualcun altro più vivo di me.

Francesco Campione

 

 

 

 

 

Ancora sul Coronavirus: aforismi

Cercavano di evitare il panico per non impazzire, ma il panico era già arrivato senza che se ne accorgessero. Erano già impazziti e le cose da pazzi che facevano incrementavano il panico.

Francesco Campione

 

 

Come si fa ad andare a letto e dormire durante un’epidemia che uccide a caso senza il bacio della buona notte?

Francesco Campione

La vita, la paura e la fortuna ai tempi del Coronavirus

SECONDO INCONTRO “VIVA KARL KRAUS !”

 

La vita,la paura e la fortuna ai tempi del coronavirus

Il tempo del coronavirus  che stiamo vivendo in questi giorni è  il tempo di un’epidemia che può diventare pandemia,contagio globale  che potrebbe mettere a rischio la vita di ogni  singolo abitante della Terra alimentando  al contempo in tutti, insieme ad altri fattori,  la paura della fine del mondo.

Partiamo da qui: le epidemie accompagnano da sempre la Storia umana con delle costanti che le accomunano e delle peculiarità che le distinguono l’una dall’altra.

Batteri e virus,sono sempre stati, come ha detto qualcuno,i veri padroni del mondo e hanno sempre cercato di diffondersi il più possibile invadendo tutto il globo,ma finora,per fortuna, non ci sono riusciti.

La peste che ha attraversato il Medioevo giungendo alle soglie dell’Età moderna è stata una pandemia ma è riuscita ad invadere il mondo lentamente, nel corso di alcuni secoli,mentre quella del coronavirus( e quelle che l’hanno preceduta e la seguiranno in questo millennio) potrebbe riuscirci,se le precauzioni messe in atto non funzioneranno,in pochi mesi.

La Peste più famosa e più globale ha avuto il suo esordio ,come il coronavirus, nella città cinese di Wuhan nel XIII secolo, ma veniva trasmessa dai topi mentre il coronavirus sembra sia stato trasmesso dai pipistrelli(topi con le ali) passando per i serpenti(nei quali sembra sia mutato ma ci sono altre ipotesi) ma nell’anno del topo.

Le epidemie si somigliano tutte nel modificare la vita dei singoli e il corso delle relazioni umane,ma è vero anche che sono tutte diverse ,dato che possono essere la vita dei singoli e le relazioni umane di un dato tempo storico a modificare il corso delle epidemie!

Il primo cambiamento che un’epidemia virale determina nella vita dei singoli  deriva dall’esigenza di separare coloro che non sono stati contagiati da coloro che sono stati infettati dal virus, per evitare che il contagio si estenda. Ciò mette a rischio o fa saltare del tutto l’appartenenza di ciascuno ad una famiglia o ad un clan istituendo criteri di appartenenza  più anonimi che prescindono dai legami interpersonali.

I cittadini di Wuhan vengono ora classificati in contagiati e non contagiati, a prescindere dalle loro identità personali e sociali , dai loro legami interpersonali e dai loro ruoli sociali. Ciò discende dal fatto che chiunque sia stato contagiato rappresenta una minaccia per chiunque altro sia ancora immune fosse pure sua madre, suo figlio,il suo amato, il suo medico,il suo paziente, il suo capo, il suo dipendente,etc.

Con la separazione(1,pag.36) di tutti nelle due categorie anonime dei contagiati e degli immuni passano in secondo piano le peculiarità personali e umane. Rispettivamente: nessuno è più “unico” perché può solo appartenere a due categorie dentro le quali basta sapere di essere stati contagiati o di non essere stati infettati e non importa chi si è come persone come non importano le peculiarità irripetibili di ogni storia personale;non importa neanche essere umani,cioè  buoni od egoisti ,essere preoccupati per gli altri o solo per sé ,perchè si appartiene esclusivamente  ad una sola categoria dentro la quale tutti gli altri hanno lo stesso interesse,interesse determinato dagli scopi della separazione operata tra loro(cioè interesse a non essere contagiati o a non essere contagiosi).

Ecco la ragione del secondo importante cambiamento che un’epidemia determina nella vita dei singoli: ciascuno viene “ridotto” a caso clinico e di conseguenza viene inserito in una statistica ,la cui più eclatante conseguenza nel caso dell’epidemia in corso è questa: nel bollettino sull’andamento dell’epidemia che ogni giorno viene pubblicato è superfluo specificare “chi” è stato infettato e chi è morto,ma basta dire quanti sono i contagiati e quanti sono i morti. L’effetto perverso di questa apparente banalità è che l’epidemia sta andando bene o sta andando male  a seconda della rapidità con cui cresce il numero degli infettati e dei morti a prescindere da “chi” è stato infettato ed è morto. Se riflettiamo, ad esempio, sui numeri riguardanti la città di Wuhan che è l’epicentro dell’epidemia,essi ci dicono che ci sono molte migliaia di infettati , qualche migliaio di morti e molti più guariti che morti.

Significa che l’epidemia del coronavirus è a bassa mortalità(2-2,5% rispetto allo o virgola dell’influenza per ora) e ad alto tasso di guarigione,cioè che le cose stanno andando bene. Ma si potrebbe dire lo stesso dal punto di vista di chi  non è guarito ed è morto o da quello dei loro cari?

Ad ogni singola persona importa riuscire a salvarsi ,e non è consolante sapere che ne moriranno pochi per chi rischia di non farcela.

In sostanza, l’effetto principale che l’epidemia ha sulle singole persone è che, venendo tutti necessariamente  ridotti  a “casi”, moriranno o guariranno “a caso”,con maggiore o minore probabilità a seconda della virulenza del virus e della rapidità del contagio così come si determinerà anche in base alle sacrosante  misure sanitarie per bloccarlo.

Ne consegue necessariamente che avremo tanta più paura del contagio quanto più saremo consapevoli della possibilità meramente statistica, cioè probabilistica e casuale, di ammalarci e di guarire o morire.

Ecco perché le rassicurazioni della Scienza possono non bastare e la paura può diventare panico( ma ci torneremo), cioè perché sono necessariamente probabilistiche e suonano pressappoco così:

Non c’è nessuna certezza che il virus non ti raggiungerà ma il rischio può essere reso meno probabile statisticamente per tutti in generale e per nessuno in particolare(cioè senza poter indicare chi si salverà  o chi morirà ma potendo assicurare che se ne salveranno tantissimi,senz’altro molti di più di quelli che moriranno).

Ed ecco la ragione per seguirel’antropologo  B. Latour(2 ) quando dice che neanche noi moderni siamo moderni e forse non lo siamo mai stati.

E’,ovviamente, vero,infatti, che contiamo sulla Scienza per combattere le epidemie e in questo siamo moderni, ma ,al tempo stesso, sappiamo che  quando l’epidemia cesserà ci troveremo dalla parte positiva della statistica, ci saremo salvati,se il caso ci avrà favoriti, cioè se saremo stati fortunati. Donde l’aumento esponenziale in tempi di epidemia delle pratiche propiziatorie della fortuna. Quando capiamo che la “prudenza non è mai troppa” e potrebbe non bastare cominciamo a pensare che ci salveremo personalmente  non solo se la Scienza farà il suo corso( questo riguarda l’epidemia in generale) ma soprattutto se saremo fortunati, e allora cominciamo a fare scongiuri, praticare rituali  propiziatori della fortuna di cui esiste un vasto repertorio  nei sotterranei e nell’inconscio collettivo di ogni cultura. Quella cinese e una delle culture più ricche in tal senso e si può immaginare che i cittadini di Wuhan chiusi nelle loro case oltre che sperare nella Scienza stanno ricorrendo al Feng shui, ai gatti della fortuna,alle candele propiziatorie e quant’altro  possa alimentare il loro desiderio che vada bene a ciascuno di loro in particolare e ai loro cari grazie ai favori della fortuna. E in Italia, credete che non ci sia nessuno che ,per sapere se si salverà consulta oroscopi o fa gli scongiuri e i  rituali propri della propria cultura per seguire la filosofia diffusa per cui, come diceva Eduardo De Filippo,napoletano verace,”essere superstiziosi è da ignoranti , ma non esserlo porta male”?

Noterò en passant che talvolta sono proprio le usanze propiziatorie della fortuna e della prosperità che hanno effetti paradossali invece che solo rassicuranti come di solito hanno. Così come nell’essere impegnati ad evitare il male affidandoci alla Scienza possiamo dimenticare di continuare a desiderare il bene,nel propiziare la fortuna la pratica che usiamo per riuscirci può farci desiderare il bene a tal punto da nascondercene i rischi.

Sembra, ad esempio, che siano state proprio le zuppe di pipistrello che i cinesi mangiano durante il capodanno per garantire “prosperità e fortuna” all’anno  nuovo ,ad aver provocato, a causa della macellazione manuale dei pipistrelli al mercato di Wuhan,il passaggio del coronavirus dall’animale all’uomo( forse con l’intermediazione del serpente, cosa che,nel nostro contesto culturale,  potrebbe far pensare che il diavolo  c’ha messo la coda).

L’ironia della cosa raggiungerebbe il suo massimo se fosse vero, come si vocifera,che in effetti la zuppa di pipistrello funziona, dato che uno di quelli che l’ha consumata a Wuhan era un imprenditore che produceva mascherine ed è diventato ricco con l’epidemia.

Quanto ai cambiamenti che l’epidemia in atto determina sulle relazioni umane,mi limiterò per il momento( promettendo di tornarci più avanti ) ad indicare il più importante e decisivo: incontrando gli altri in tempi di  epidemia  anche noi cercheremo di classificarli,come fanno i medici,in infetti e non infetti, in modo da distinguere coloro che ci fanno rischiare un contagio e sono “pericolosi” da coloro che sono “sicuri”.Ne deriverà una sorta di “superficializzazione” delle relazioni umane con la conseguenza di far sembrare ingenui tutti i suggerimenti di “non discriminare” proprio quando siamo impegnati a “discriminare”.Ancora più ingenui appariranno i suggerimenti “buonisti” come quello del teologo Vito Mancuso che ha invitato gli italiani, per contrastarne la discriminazione pregiudiziale, a fare  un sorriso ai cinesi che incontrano per strada.  Se mentre lo incrociamo il cinese tossisce e siamo troppo vicini( a meno di due metri) aprire la bocca per sorridergli potrebbe rendere più probabile un contagio qualora  fosse uno di quei turisti partiti dalla Cina per le vacanze di capodanno senza sapere di essere malato e infetto. Sarebbe allora sicuramente preferibile reagire come ha fatto, a detta di qualcuno, l’avvocato napoletano Francesco Bile,il quale, trovandosi in fila nel traffico bloccato della sua città ha mandato in giro  un Whatsapp col quale offriva in affitto per una modica cifra un “cinese con la tosse” per liberare Napoli una volta per tutte dalle code insopportabili che  opprimono i napoletani.

Scherzi a parte(che servono tra l’altro,per sdrammatizzare quando non si sa cosa fare di fronte al male), bisogna imparare a discriminare ,in tempo di epidemie, tra le discriminazioni basate sui pregiudizi (per cui,ad esempio, un cinese è un”pericolo giallo” giallo anche se non è mai stato contagiato dal coronavirus) e le discriminazioni basate su  dati oggettivi (per cui di qualunque razza siano coloro che incontriamo bisogna discernere se la loro tosse è infettiva oppure no:potenza assoluta delle epidemie nel renderci tutti uguali!). Vedremo più avanti che le discriminazioni basate sui pregiudizi sono quelle operate senza dati oggettivi e sono alla base delle paranoie che ogni epidemia provoca quando nel giudicare qualcuno come pericoloso non ci basiamo su una conoscenza dell’altro ma solo sul nostro terrore di ammalarci che può sorgere anche ipocondriacamente cioè  per le ragioni psicologiche più varie e più irrazionali.

Oltre agli effetti delle epidemie sulla vita dei singoli e sulle relazioni sociali,bisognerebbe analizzare,come abbiamo già notato, gli effetti opposti, cioè quelli che la vita dei singoli e il corso delle relazioni sociali hanno sulle epidemie nel momento storico in cui si manifestano.

Anche questi effetti sono sotto gli occhi di tutti. Ecco i principali:

1.Il rischio che l’epidemia di coronavirus si diffonda rapidamente interessando un gran numero di persone  o addirittura diventando una pandemia ,è un effetto del fatto che oramai si vive( in Cina ovviamente più che altrove) in grandi agglomerati urbani  e del fatto che continuamente ci si sposta per turismo ,per studio o per affari.

Tanto è vero che  frenare il diffondersi del coronavirus sta avendo in Cina il significato di “abolire” la città di Wuhan con i suoi 11 milioni di abitanti,dividendoli  in due parti separate : da una parte, rendendo ogni abitazione di coloro che sono ancora  immuni dal virus una specie di rifugio quasi isolato,  e,dall’altra, ammassando i contagiati,man mano che si ammalano, negli ospedali o   in altre strutture dedicate alla cura. Con la conseguenza che  Wuhan ora non è più una città ma un insieme di abitazioni singole per gli immuni  che i medici  e i militari separano dalle strutture dedicate alla cura in cui confluiscono i malati man mano che si ammalano ,per poi tornare a casa man mano che guariscono. La vita degli abitanti di Wuhan continuerà a permanere in questa situazione finchè  i malati non diminuiranno e i guariti non ridurranno a zero i morti. I medici  studieranno i farmaci antivirali(provando quelli esistenti o mettendone a punto di nuovi)   e cercheranno di mettere a punto un vaccino efficace, e finchè non ci riusciranno sarà l’esercito a tenere separate le due Wuhan e a regolare il transito dall’una all’altra. Tutto questo sarebbe inutile se contemporaneamente non si fosse isolata tutta  Wuhan  dal resto della Cina e la Cina  dal resto del  mondo.

2.Gli effetti delle epidemie cambiano  a seconda della vita reale che si sta svolgendo nel posto in cui insorgono. Altra cosa è se l’epidemia si verifica in tempo di pace o in tempo di guerra,se interessa individui o popoli  felici o infelici,poveri o ricchi,o che sia semplicemente una vita business as usual.

Le reazioni ,individuali e collettive, alle epidemie dipendono dall’esistenza concreta nella quale si viene sorpresi. E in questo tutte le epidemie si somigliano. Manzoni  descrive riassuntivamente  così nel XXXI capitolo dei  “Promessi sposi” (3)le caratteristiche e  le fasi della peste di Milano del XVII:

“In principio dunque,non peste, assolutamente no,per nessun conto:proibito anche di proferire il vocabolo. Poi febbri pestilenziali:l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo .Poi non vera peste;vale a dire peste sì ma in un certo senso;non peste proprio,ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome .Finalmente peste senza dubbio e senza contrasto:ma già ci s’è attaccata un’altra idea,l’idea del venefizio e del malefizio,la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.

Non è certo necessario esser molto versato nella storia delle idee e delle parole,per vedere che molte hanno fatto un simil corso. Per grazie del cielo che non sono molte quelle d’una tal sorte, e d’una tale importanza,e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo,e alle quali si possano attaccare accessori d’un tal genere. Si potrebbe,però, tanto nelle cose piccole come nelle grandi, evitare,in gran parte,quel corso così lungo e così storto,prendendo il metodo proposto da tanto tempo,d’osservare, ascoltare, paragonare,pensare, prima di parlare”.

Al tempo della peste di Milano a cui si riferisce  Manzoni non si ammette subito che c’è la peste e i medici (Alessandro Tadino e Lodovico Settala) che parlavano   del contagio vengono fatti oggetto di una certa ostilità,perché le autorità hanno altre preoccupazioni:c’è una guerra in corso!

E perché credete che le autorità cinesi hanno messo in galera il medico che per primo aveva dato la notizia del contagio da coronavirus? Non c’era, e c’è,la guerra dei dazi tra Cina e USA?

E non è così anche ora anche su l’altro aspetto sollevato da Manzoni?

Non si tende a parlare del coronavirus prima di pensare,al di là dei fatti, e non è stato da subito “inquinato” in concetto di epidemia virale con i sospetti che il coronavirus sia un sottoprodotto non controllato della guerra batteriologica, ritardando così la presa d’atto  dell’epidemia  col mascheramento della probabile causa  intenzionale?

Cosa cambia per coloro che si infettano e muoiono se la causa è voluta o non voluta?  Quello che conta non è innanzi tutto prendere atto dell’epidemia  e fare qualcosa subito e non invece tentare di minimizzarla per coprire una colpa?

Facciamo un passo avanti a partire dalle ultime considerazioni: se pensiamo alle epidemie dopo aver ponderato e non parliamo di esse solo per parlarne o per coprire colpe di altro genere(come accade quando sene parla per colpire gli avversari politici),apparirà evidente che esse, le epidemie ,come abbiamo già notato,scoppiano in continuazione e accompagnano da sempre la storia umana.

Si tratta quindi di emergenze alle quali possiamo prepararci per non farci trovare impreparati se ci si può fare qualcosa a partire dall’esperienza, oppure dobbiamo prepararci ad essere impreparati, dato che potrebbe trattarsi di emergenze portatrici di qualcosa di nuovo(un nuovo virus risultato di una mutazione ) che ancora non conosciamo.

Qualche risposta la diamo già sulla paura che durante le epidemie si diffonde in modo più virale di qualsiasi virus, facendo dire ad alcuni che  se vogliamo gestire bene un’epidemia dobbiamo innanzitutto gestire bene la paura che essa determina. La paura,ad esempio, può farci sembrare l’epidemia un pericolo globale probabile e  imminente, qualcosa che in realtà non sappiamo ,più o meno, se lo è oppure no. Nel caso del coronavirus, non sappiamo se diventerà o meno una pandemia ma solo che potrebbe diventarlo nelle condizioni date se non riusciamo a fermarla;così come non sappiamo se saremo tra quelli che si ammaleranno,che si ammaleranno o guariranno o si ammaleranno e moriranno. Allora sarà meglio non pensarci per eliminare la paura o cercare rassicurazioni “certe” per non farsi prendere dal panico? Oppure prendere tutte le precauzioni possibili di fronte al destino incerto che ci attende e,contemporaneamente,alimentare mitologie,fare tutti gli scongiuri,  tutti i gesti rituali e scaramantici per evitare il peggio o per propiziare la fortuna?

Ecco che appare evidente come anche di fronte alle epidemie abbiamo le stesse alternative che abbiamo visto esserci di fronte alla paura della fine del mondo(d’altra parte, è logico,dato che le epidemie passibili di trasformarsi in pandemie sono una delle fonti da cui origina la paura della fine del mondo):

I.Seguire i dettami della Scienza e valorizzare i segnali che fanno pensare ad una risoluzione positiva dell’epidemia da coronavirus simile a quelle delle passate epidemie ;

II.Distrarsi dedicandosi ai “giochi” , alle preoccupazioni e agli affari che ci stanno impegnando nella quotidianità;

III. Seguire la Scienza e avere fiducia in essa , al tempo stesso  coltivando le “mitologie” culturali in grado di farci dare un senso “metafisico” all’epidemia,e potendo,di conseguenza,propiziare la fortuna con i mezzi di sempre(i rituali) senza avere problemi nello scoprire che noi moderni,come abbiamo visto citando Latour(4) , non siamo mai stati moderni.( o non siamo mai stati solo moderni).

Per comprendere  cosa sta accadendo e cosa bisognerebbe fare accadere,rispetto a queste alternative,bisogna innanzitutto distinguere due dimensioni della paura:

la scienza della paura e la politica della paura.

Entrambe le dimensioni sono cruciali allorchè un rischio grave suscita paura tra gli umani e “dentro” ciascuno di loro.

Per quanto concerne la Scienza della paura, essa è duplice: per le scienze naturali la paura è la reazione fisiologica della biologia di fronte ad un rischio;per le Scienze umane(Psicologia, sociologia, antropologia) la paura è sempre una reazione al rischio  che non è  solo biologica, in quanto influenzata anche dalle identità personali,dalle strategie sociali e dalle concezioni del mondo.

Riferendoci ora più specificamente al rischio dell’epidemia che è quello del contagio,esso suscita paure diffuse ma differenziabili in tre categorie precise:

1.Paure che “possono” diventare panico  determinando gli effetti “illogici” del panico, ma che si considerano “gestibili” sia prevenendo il panico, sia riducendolo o spegnendolo quando si verifica;

2.paure che traumatizzano e sfociano necessariamente nel panico provocando effetti destrutturanti nella logica dei comportamenti umani(con perdita del controllo)e che si considerano “ingestibili”;

3.paure che non si  ignora se sfoceranno o meno nel panico o se resteranno contenute limitandosi a determinare effetti inquietanti sul piano esistenziale ,ma considerate paure con cui si può convivere con conseguenze esistenziali disturbanti ma altrettanto vivibili.

Le politiche della paura adottate di fronte alle paura suscitate dal coronavirus  saranno più o meno adeguate a seconda di quale di queste concezioni della paura prevarrà.

Se prevale l’ approccio scientifico, la paura sarà stata considerata gestibile sia nel poterla prevenire per non far impazzire e rendere incontrollabili le situazioni,sia,in misura minore, nel poterne attenuare od eliminare il panico che potrebbe derivarne.

Il limite di questa politica scientifica della paura sta nel presupporre a priori di poter riuscire(tramite le rassicurazioni che la Scienza può dare basandosi sulle conoscenze acquisite e su quelle da acquisire attraverso la ricerca in corso) ad impedire che la paura si trasformi in panico o che il panico in atto possa far impazzire le situazioni. Il pregiudizio che limita l’approccio scientifico è più o meno fondato e si basa sulla “forza” degli Stati ,dato che, in assenza di una efficace rassicurazione scientifica ottenuta tramite l’informazione veritiera dei saperi che impedisca il panico o lo freni,ogni Stato sa di poter limitare l’informazione sull’epidemia o costringere con la forza gli “appestati” e i loro eventuali alleati a non mettere in atto comportamenti  “illogici” e pericolosi per sé e per gli altri. Ca va sans dire che in questi casi le dittature avrebbero una marcia in più rispetto alle democrazie,come sta dimostrando la Cina che certo non è una democrazia e come dimostrerebbero gli esiti di una politica che dovesse mettere in quarantena i cittadini di Londra o di Roma! Ne abbiamo avuto un assaggio nella cronaca dal Giappone, allorchè due cittadini giapponesi sfollati dalla Cina si sono rifiutati di sottoporsi al test del coronavirus, in base alla legge Giapponese secondo cui per essere sottoposti ad un esame bisogna avere il consenso dei soggetti( e non è così anche in Italia?).

Se invece prevale il secondo tipo di paura(la paura del panico incontrollabile,molto presente anche questa dappertutto con varia distribuzione),la politica della paura che appare più adeguata consiste nell’approntare di fronte al coronavirus mezzi di distrazione di massa il più possibile efficaci( Il Festival di S. Remo ne è un esempio italiano),per impedire che la paura si trasformi in panico con conseguenze  pensate come devastanti e senza rimedio. Si tratterebbe in fondo di una politica della paura del contagio che confida nel non farla sentire:

-perché dominata da altre paure della vita corrente(ad esempio per le bollette da pagare o per l’infelicità della vita quotidiana o per le ingiustizie sociali) ;

-perché dominata dall’effetto di gratificazioni vere o virtuali( il “gioco” nelle sue più ampie accezioni,compreso il turismo che è il “gioco” di spostarsi per vedere il mondo da prospettive distanti dalla propria e sempre diverse);

-perché dominata dagli effetti delle droghe che modificano gli stati di coscienza(abbassando, ad esempio, l’ansia fumando nicotina o erba e bevendo alcolici).

Anche queste politiche della paura possono incontrare il loro limite nel fatto che, determinando assuefazione, diventano  sempre meno efficaci e bisogna incrementarne l’uso  svelandone  così gli effetti collaterali distruttivi. Ma anche di fronte a questo limite gli Stati potranno intervenire per limitare forzosamente l’uso delle droghe e/o rilanciando con distrazioni più potenti  come “il gioco della guerra” che trasforma le paure incontrollate dell’epidemia  in paura del nemico che  inorgoglisce e permette di sfidare il rischio di morte senza cadere nel panico anche a coloro che vi cadrebbero di fronte all’impotenza umiliante del rischio virale. Senza trascurare l’alleanza con la psichiatria che può usare le droghe come farmaci quando neanche la guerra riesce a distrarre dalla paura impotente del contagio.

Le politiche della paura più coerenti col terzo tipo di paura del contagio come “incerto” nei suoi effetti(quelle di cui si ignora se sfoceranno o meno nel panico e con cui si dovrà imparare a convivere finchè non si vincerà l’epidemia e fino alla prossima) sono le più difficili da realizzare e sono suscettibili di mettere in crisi le società umane di fronte alle epidemie gravi.

Solo dopo che un’epidemia è stata debellata   si saprà se si tratta di un’epidemia debellabile. Sappiamo solo che finora nessuna epidemia è stata in grado di uccidere tutti viventi che ci interessano e gli altri viventi che ci sono indispensabili per vivere, senza considerare che potrebbero sopravvivere solo batteri e virus che sono microorganismi viventi  o al massimo replicanti. Non sappiamo ancora però se l’epidemia di coronavirus diventerà una pandemia in grado di ucciderci tutti o se sarà meno grave perché resterà sostanzialmente limitata alla Cina;come non sappiamo ancora se ci sarà nel futuro una pandemia incontrollabile attraverso cui i virus diventeranno  i padroni assoluti del mondo in grado di decidere quali viventi far vivere per parassitarli e quali far morire finendo per suicidarsi.

Le politiche da opporre a questo tipo di paura “incerta” con cui convivere potranno essere “educative”,volte cioè a pensare che possiamo solo immaginare che un contagio sia incontrollabile e trasformi la paura in un panico irreversibile e folle. Sarebbe utile un’educazione al valore positivo dell’incertezza come fonte della speranza che le cose possano andare bene anche se non ne potremo essere mai certi. Educati in tal modo all’incertezza positiva  faremmo tutto ciò che dice la Scienza ma senza mitizzarla come una specie di onniscienza in grado di rassicurarci definitivamente e,al contempo, potremmo seguire ,senza farcene dominare come accade col panico,la “follia” di pensare che se facciamo qualche scongiuro ci salveremo.

Il limite di questa strategia consistente nell’essere al tempo stesso moderni(  seguendo  la Scienza) e non moderni(  cercando di propiziare la fortuna) è dato nella nostra cultura da ciò che gli psicoanalisti chiamano “pulsione securitaria” ma che più correttamente dovrebbe essere indicato come  “il mito della sicurezza”.Come dice Recalcati in un suo recente articolo(5) dedicato proprio alla “mente di fronte al virus”:

“In Massa e potere Elias Canetti esordisce riflettendo sull’atavico timore dell’uomo di esser toccato dall’ignoto. Dovunque l’essere umano evita di essere toccato da ciò che gli appare estraneo. Questo timore del contatto può raggiungere il vertice del panico quando si avverte l’impossibilità della presa di distanza e della fuga….L’epidemia è una figura…della paura umana del contatto…. ”.

La difesa umana di fronte a questa paura sarebbe per Freud  aggiunge Recalcati:” ..una pulsione primaria dell’essere umano:erigere barriere di fronte al carattere ostile del mondo…è un moto fondamentale della vita che si difende dal carattere ingovernabile della vita stessa”

Si tratterebbe di una pulsione securitaria,cioè di una specie di   istinto alla sicurezza che difende la vita contro la minaccia della morte respingendo tutto ciò che è ignoto od estraneo e spiegando così perché si assimili l’ignoto al male e non si scorga il carattere positivo dell’incertezza come unica fonte di speranza allorchè si ignora come andranno le cose nel futuro.

In realtà ipotizzando l’esistenza di un istinto a rifiutare l’ignoto come fonte di ogni insicurezza,non si rischia di fare altro che “tradurre” in termini psicologici qualcosa che è biologico(la reazione di difesa ,“immunitaria”, verso ciò che è estraneo rispetto a sé) come se si trattasse di qualcosa che passando dalla natura alla cultura(dal biologico, al personale, all’umano)non subisse alcuna trasformazione qualitativa, ma restasse una “pulsione”,un istinto a difendersi dal contatto con ciò che è ignoto. In realtà  ci si può difendere immunitariamente solo da ciò che è noto altrimenti si rischierebbe di rifiutare qualcosa di buono (come accade  per gli anticorpi verso se stessi che portano alle malattie cosiddette autoimmuni). E biologicamente è così: l’estraneo non è ignoto ma è reso noto paragonandolo a sé,è noto perché non è sé(non-io, lo chiamano gli immunologi). Se nell’ignoto non ci fosse la possibilità di incontrare il bene, l’uomo sarebbe schiavo per sempre dei suoi bisogni biologici e non potrebbe culturalmente elevare la vita biologica verso i cieli della vita personale e sociale, come fa creando continuamente mondi che travalicano la sua bisognosità biologica e spesso la tradiscono.

Continuare a pensare ,come suggeriscono la biologia e le psicologie “biologiche” compresa la psicoanalisi,l’obbiettivo universale della sicurezza come la “meta” di un istinto(una pulsione),significa dimenticare,come si fa per altri istinti,che, oltre a sentire il bisogno di colmare le insicurezze,da quando ne siamo consapevoli,possiamo solo passare da un grado di insicurezza ad un grado di insicurezza  minore,senza mai poter raggiungere un grado di sicurezza piena.

Ci illudiamo, ovviamente, ma poi la disillusione puntualmente arriva:ci illudiamo di essere completamente al sicuro nell’utero in compagnia della placenta,ma poi nasciamo e dobbiamo respirare autonomamente con tutti i rischi che ciò comporta; nasciamo e la mamma ci protegge e ci illudiamo che ci tenga sempre attaccati al suo seno o che il seno sia sempre pieno di latte,ma poi dobbiamo svezzarci,etc

Dal momento in cui acquistiamo questa consapevolezza,la sicurezza si trasforma da meta di un bisogno da soddisfare istintivamente  in  desiderio di un non ben definito desiderio infinito.

Ma donde scaturisce l’insicurezza?

Non siamo autosufficienti:per sopravvivere,per vivere bene e riprodurci(gli scopi biologici universali) abbiamo bisogno di altri esseri viventi come noi o diversi(microorganismi, piante, animali e uomini). E quando va bene gli altri esseri viventi ci ospitano nei loro ambienti per i loro scopi( le foreste nell’atmosfera ossigenata,gli animali nella zoosfera,le società nella vita regolata) o li ospitiamo per i nostri scopi(come  facciamo ,ad esempio,con la flora batterica intestinale).

Finiamo per essere,tutti i viventi,ospiti, nel duplice senso di ospiti(hosts) e ospitati(gests).Ed è nella misura in cui queste “ospitalità” funzionano che ,sopravviviamo, viviamo bene e ci riproduciamo.

Ma purtroppo i ruoli di ospite(host) e  quello di ospitato(gest) sono ruoli mobili, e continuamente le cose cambiano: da ospitati diventiamo parassiti che strumentalizzano l’ospite per i loro fini trasformandolo in parassitato,da ospiti diventiamo persecutori degli ospitati  che si sono trasformati in parassiti.

Noi uomini siamo sfortunatamente gli unici viventi che possono acquistare consapevolezza piena di questo cambiamento di ruoli e tocca a noi ripristinare l’armonia tra ospiti  tutte le volte che qualche ospite-amico  si trasforma in parassita trasformando il suo ospite in  parassitato-nemico.

Le culture umane si potrebbero considerare in gran parte una conseguenza complessa di questo compito che deriva dalla coscienza di sé  e del mondo che  caratterizza l’uomo.

Non ci resta allora che studiare gli ospitati per evitare che diventino parassiti,cioè che  da amici si trasformino in nemici. E’ così che abbiamo scoperto che ospitiamo in tutte le superfici e in tutte le cavità del nostro corpo miliardi di microrganismi con cui viviamo anche per tempi lunghi in perfetta armonia e utilità reciproca.

Frequentemente però, come avviene a tutti gli ospitati, i microrganismi  mutano la loro composizione  cambiando il loro  comportamento verso l’ospite.

E’  dal momento che ,ad esempio, un virus muta che può aver bisogno per riprodursi di far cambiare anche l’ospite, cioè noi, trasformandosi in un parassita pericoloso.

E’ così che  si rischiano le epidemie:il virus mutato( ad esempio il  nuovo corona virus che è una mutazione di quello della Sars,anch’esso un coronavirus)comincia a riprodursi negli ospiti senza potersi curare,non essendone consapevole, dei danni che procura loro(fondamentalmente una polmonite) e senza che sia possibile per gli ospiti riconoscerlo e ricondurlo immunitariamente alla condizione precedente di ospite(guest) gradito. Per poterci riuscire bisogna metter a punto un vaccino, cioè poter usare il  virus  stesso per potersi far infettare senza ammalarsi dopo averne attenuato la pericolosità(mortalità ed effetti collaterali) ,e così renderlo riconoscibile e difendersene immunitariamente ogni volta che  vi si rientri in contatto.

Anche con i vaccini, purtroppo, non tutto funziona sempre alla perfezione perché in alcuni casi, per fortuna  rari,il grado di pericolosità del virus attenuato che si usa come vaccino non si riduce abbastanza, e qualche effetto collaterale del vaccino fa danni a qualche vaccinato(ad esempio,a causa dell’antipolio ci si ammala di polio).

Comunque,quando si riesce a mettere a punto un vaccino si stabilisce il principio per cui l’ospite e l’ospitato ,pur non potendo evitare di entrare in contatto, si  possono salvare entrambi  riuscendo  ad evitare che l’ospitato si trasformi in parassita e l’ospite in parassitato grazie al fatto che ora il virus attenuato può installarsi nell’ospite senza ucciderlo e quindi trasformandosi da nemico da combattere in amico e alleato,cosa   che consente da ora in poi di incontrare gli altri virus dello stesso ceppo riconoscendoli e opponendovi efficaci difese immunitarie. Bisogna ovviamente riconoscere che tramite i vaccini si riesce ad indurre I virus(attenuandoli) a non riprodursi troppo e ad evitare che  parassitino  e uccidano gli ospiti di cui si nutrono. Ma ciò va anche a loro vantaggio, dato che un virus che fosse talmente virulento da riprodursi senza limitazioni ucciderebbe tutti gli organismi parassitati e in tal modo alla fine si suiciderebbe. I virus ovviamente non sanno niente(non essendone consapevoli) di tutto questo e è solo responsabilità dell’ospite umano che solo ne ha coscienza di ricercare un equilibrio tra gli interessi del virus e quelli dell’ospite che sia abbastanza  “giusto” per entrambi,cioè perché restino ospiti che si rispettano vivendo in pace e in armonia e non parassiti e parassitati  in guerra per la sopravvivenza.

Prima di concludere non possiamo rinunciare ad una piccola riflessione sull’idea dottamente  sostenuta( 6 ) che ogni “peste”( e quindi anche il coronavirus) sia una metafora in grado di avvicinarci al  misterioso senso ultimo delle cose(viventi e non viventi) che da sempre ci affanniamo a cercare.

Se le epidemie attuali( sars,ebola, Aids, febbre suina, coronavirus, etc.) fossero solo la peste moderna,in ciò che schematicamente abbiamo messo in evidenza si scorgerebbe un senso nuovo rispetto a quello di cui si è ritenuto fin qui la peste essere la metafora. Per Givone( 7 ) e i suoi illustri sostenitori( Omero, i tragici greci,Lucrezio, Boccaccio,Manzoni,Camus, Artaud,Defoe,Dostewski, Allan Poe,Leopardi,etc.), in definitiva la peste sarebbe una metafora del Male che ne evidenzia due principali significati:o quello di una punizione per una grave colpa da espiare o quello di un destino a cui bisogna sottomettersi.

E se, invece, l’epidemia, in quanto male che può rappresentare il Male in senso metafisico,l’idea del Male,avesse ,come abbiamo detto,il significato di un fallimento dell’ospitalità nell’universale interdipendenza degli esseri(viventi e non viventi) gli uni dagli altri?

Se così fosse, al posto della colpa dovremmo evocare l’impotenza e al posto del destino la pazienza responsabile.

Non siamo forse impotenti di fronte alla mutazione di un virus che dà luogo alla nascita di un virus sconosciuto da cui non possiamo difenderci immunitariamente e dobbiamo necessariamente ospitarlo facendoci parassitare e/o uccidere?

E cos ‘altro possiamo fare di fronte ad un’impotenza assoluta se non assumendoci la responsabilità di superarla prendendoci il tempo necessario per riuscirci,cadendo nel frattempo in un’insicurezza insuperabile di fronte alla quale non possiamo avere alcuna meta istintiva come se fosse una”pulsione securitaria” ma possiamo ancora nutrire un desiderio infinito di sicurezza che solo ci può rendere pazienti anche di fronte alla morte?

Dovremmo approfondire questo punto oltre le possibilità di questa occasione di riflessione,ma possiamo dare spazio al desiderio infinito di sicurezza chiedendoci cosa direbbe a questo punto un redivivo Karl Kraus.

Forse, Karl Kraus la butterebbe sul sociale e, pensando al film più premiato di questi giorni che s’intitola “Parasite” e mostra le  conseguenze nefaste dell’assenza di ospitalità che fa trionfare il parassitismo ,parlerebbe così:

“Chiunque siate e dovunque vi troviate, fate in modo di non diventare parassiti se siete ospiti  e di diventare ospiti se siete parassitati”

Se,poi, qualcuno obbiettasse che si tratta di qualcosa di impossibile,Karl Kraus risponderebbe così:

“L’uomo è l’essere che cerca di rendere possibile l’impossibile, e quando non ci riesce rinuncia a volerlo ma non rinuncia a desiderarlo all’infinito solo per desiderarlo”

Ecco tre semplici esempi di qualcosa di buono che possiamo solo desiderare per desiderare  a partire dalle riflessioni fatte sull’epidemia del nuovo coronavirus.

In fondo potrebbe essere un  virus, che tutto sommato è un pezzetto di Rna,cioè di materiale genetico,che un giorno installandosi nelle cellule umane, invece che limitarsi ad uccidere  tutti ,potrebbe determinare in alcuni  quella mutazione genetica che l’evoluzione sta aspettando per superare i limiti della specie homo sapiens. Se ne salverebbero pochi ma  si regalerebbe  al cosmo un vivente più meritevole di sopravvivere a lungo ,perché più buono , più intelligente,più forte  e più bello  di tutti noi , divinità e grandi  geni compresi.

Anche sul piano storico il virus potrebbe avere risvolti positivi: se il regime comunista per  frenare l’epidemia dovesse inasprire il suo totalitarismo e il popolo cinese ritenesse troppo gravoso l’isolamento forzoso della quarantena nazionale,la dittatura cadrebbe prima che l’epidemia raggiunga il picco e si spenga spontaneamente. In tal caso il virus equivarrebbe ad una rivoluzione sociale e i suoi morti potrebbero anche essere di meno di quelli(alcuni milioni) che sono stati necessari al maoismo per prevalere al memento della rivoluzione cinese e per consolidarsi al momento(la rivoluzione culturale) del suo forzoso consolidamento.

Per non parlare del piano cosmico ,nella cui scala l’espansione continua dell’Universo potrebbe essere letteralmente l’espressione di ciò che dicono le stelle( de-sidera) cioè il desiderio di tutto il cosmo di andare oltre sé, e spostandosi ogni pianeta,ogni stella o pulviscolo di stella e persino la materia e l’energia oscura,potrebbero essere attratti in un’orbita che li ospita e li rispetta nella loro unicità o in una che li parassita , li distrugge e li disperde nell’infinito. Chissà che non valga anche per il cosmo la metafora della peste come espressione del fallimento dell’ospitalità che si verifica ,come per ora sta accadendo  per il coronavirus, ogni volta che l’ospitato si trasforma in parassita e l’ospite in parassitato?

Francesco Campione

 

 

Bibliografia

1.Sergio Givone,Metafisica della Peste(colpa e destino),Einaudi, Torino

2.Bruno Latour,Non siamo mai stati moderni,Eleuthera,Milano

3. Alessandro Manzoni,I promessi sposi,Mondadori, Milano

4.Bruno Latour,op.cit

5.Masimo Recalcati,La Repubblica,Mercoledì 5 Febbraio 2020

6.Sergio Givone,op.cit.

7.Sergio Givone ,op.cit.

Battiato e la morte: “Torneremo ancora”

Riproduciamo l’articolo apparso sul Foglio Quotidiano di Sabato 9 Novembre 2019

 

CHE COSA C’E’ DOPO BATTIATO

 L’ultima canzone del Maestro che torna a cantare la morte. Il monastero Ganden e tutte le sue paure

di Simonetta Sciandivasci

 

La canzone di Franco Battiato sulla fame che abbiamo, quell’animale che ci portiamo dentro, e che si prende tutto anche il caffè, che è insaziabile e ingovernabile e ci fa vivi, comincia con un pensiero alla morte. Questo: “Vivere non è difficile, potendo poi rinascere cambierei molte cose”. Quando uscì era il 1985, Battiato aveva quarant’anni tondi ed era già convinto (consapevole?) che per cambiare, correggersi e ricominciare si deve morire, che la morte da alla vita nuove possibilità, che l’una l’altra sono sinergiche e complementari.

“La vita non finisce, è come il sonno; la nascita è come il risveglio”, Canta in “Torneremo ancora”, l’unica canzone inedita del suo ultimo disco, uscito il 18 ottobre scorso, lo stesso giorno in cui, 1010 anni fa (era il 1009), la Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme, detta anche Chiesa della Resurrezione, costruita dove fu crocefisso e sepolto Gesù Cristo, e dove poi risorse, veniva quasi completamente distrutta per ordine del califfo al Hakim. Che coincidenza affascinante per una canzone e un disco che dicono, evocano, immaginano la resurrezione in moltissimi versi, in moltissimi modi. Non che sia la prima volta: ci sono la resurrezione, la reincarnazione, l’immortalità in diverse altre canzoni di Battiato, forse quasi in tutte. Vent’anni fa c’era già certo, e lo cantava in “Vite parallele”, che si sarebbe fatto strada “tra cento miliardi di stelle”, ne avrebbe scelta una e lì la sua anima avrebbe vissuto, “eterna”; in “Strani giorni” diceva che sentiva il rumore dello swing provenire dal Neolitico, dall’Olocene”, quindi dentro di lui sentiva l’eco di un passato vissuto in un’altra vita. Trent’anni fa in “Nomadi”, sapeva che se ne sarebbe andato va dalle città “nell’attesa del risveglio”.

Ha detto il manager di Battiato che d’ora in poi non ci saranno altre canzoni, nuove o vecchie, né dischi, né raccolte, né concerti: il maestro non sta bene, non starà più bene, s’accomiata così.

Hanno scritto in molti che “Torneremo ancora” è un testamento, tuttavia Battiato l’ha composta tre anni fa perché Caterina Caselli gli aveva chiesto un pezzo da far cantare ad Andrea Bocelli.

Stava già male, naturalmente, e sapeva che non si sarebbe ripreso – e tuttavia chissà, Morgan pochi giorni fa ha detto: “Battiato può farcela, ma è una questione delicata”.

Un testamento è un atto unilaterale, una cesura: esclude il ritorno. Chi fa testamento dice la sua ultima volontà. Questa di Battiato, invece, è una canzone non su cosa vuole né su cosa lascia, ma su chi lui è, chi ha scoperto d’essere ora che avverte l’approssimarsi della morte e, trovandosela davanti, non trema di paura ma di quella incertezza buona che è la fiducia. Anziché dissolvere o ribaltare le cose in cui ha creduto, per tutta la vita, intuendole o sognandole o immaginandole, la morte, accostandoglisi, gliele rinsalda, gliele illumina. È “Torneremo ancora”, un pezzo che racconta e trasmette la gratificazione per una ricerca che mostra di essere sulla strada giusta. Una strada che non finisce in una meta, ma in un’altra strada, e poi ancora in un’altra, e in un’altra, e in un’altra. “Finché non saremo liberi, torneremo ancora, ancora, e ancora”. Scordiamoci di morire e risolvere il mistero, di poterci accedere soltanto per aver cambiato forma ed essere diventati spiriti, corpi di luce. La morte non dà accesso alla verità, né essa smette di calamitare i nostri sforzi dopo che siamo morti. Restiamo vincolati e limitati anche da morti, continuiamo a portarci dentro un animale molto affamato, torniamo per sfamarlo, da schiavi delle passioni diventiamo schiavi della luce. Guardando la vita dalla coda, Battiato vede che la condizione umana è la migrazione e che il senso dell’essere è il viaggio, del quale da vivi sperimentiamo la permanenza e da morti sperimentiamo il tragitto. Siamo migranti, ci contiene il significato doppio dell’errare: vagabondare e sbagliare. L’umanità che vive dopo la vita, Battiato la immagina composta da “migranti di Ganden in corpi di luce su pianeti invisibili”.

In “A Lhasa e Oltre- Diario della Spedizione nel Tibet del 1948”, un libro di Giuseppe Tucci, tra i più grandi orientalisti del mondo, la strada per il monastero di Ganden, uno dei più importanti per il buddismo tibetano, è così descritta: “Si inerpica coraggiosa e decisa fino al convento, la fatica fisica è come un’allegoria delle difficoltà che bisogna superare per arrivare a Dio”. Dopo averci trascorsi tre giorni, del Ganden e dei luoghi tutt’attorno, Tucci scrive che “sembrano isole sottratte al tempo, dove le giornate corrono uguali come ridotte a uno schema immutabile, le vicende della storia non vi giungono, l’azione non vi si inserisce con la sua agitazione. Qui il rapporto non è più fra uomo e uomo, ma fra uomo e Dio. C’è un altro ritmo.

Come potrebbe mai essere un testamento, quest’altro viaggio che ha anch’esso un altro ritmo, ed è forse l’ultimo di decine di altri, tutti popolati da danzatori sufi, profughi afgani, pellerossa americani, squaw pelle di luna, uomini con clave e uomini civili, vecchie bretoni, nomadi, viandanti, forestieri, pigmei dell’Africa, aborigeni d’Australia. L’ultimo viaggio da vivo che sa d’essere destinato a “un mondo inviolato che ci aspetta da sempre, ma sa anche che il destino non basta per ottenerlo.

E per quanto il sonoro di “Torneremo ancora” riproduca il movimento dell’erranza e la luce della scoperta, e sembri già arrivare da un posto simile a Ganden, dove storia e presente e spazio e tempo non esistono, o se esistono, non condizionano niente, Battiato è qui che quel sonoro lo scrive e suona, quine nl regno dei vivi inveleniti dai telegiornali e ristretti dalle convenzioni spazio-temporali, dimostrando così la stretta mutualità tra questo mondo e l’altro.

Perché è questa la sua visione: alla morte serve la vita e viceversa. Nella morte s’invera la vita e si chiarisce il senso doppio della finitezza umana, che nel non darci l’accesso alla verità, ci costringe inesorabilmente a cercarla.

Molte sono le vie ma una sola quella che conduce alla verità, finché non saremo liberi torneremo ancora, ancora, e ancora”. Avesse voluto fare un testamento, ci avrebbe detto almeno qual è quella via, invece ci ha detto soltanto che esiste, e che questo non ci assicura che la troveremo, ma solamente che la cercheremo sempre, sia da vivi che da morti. Perché “siamo esseri immortali caduti nelle tenebre, destinati a errare, nei secoli dei secoli, fino a completa guarigione”, ha cantato ne “Le sacre sinfonie del tempo”, quando ancora il tempo, per lui, era una misura da colmare e non una scadenza prossima e non più rimandabile.

Franco Battiato è stato il nomade, il camminatore, il migrante di passaggio, in cerca tanto del cambiamento quanto del centro di gravità permanete, il provinciale cosmopolita che ci ha scortati sui treni per Tozeur, le metro giapponesi, gli alberghi a Tunisi per le vacanze estive, la prospettiva Nevskij, certi monasteri, sbagliando sempre la pronuncia delle parole straniere. È stato il sognatore che sognava per “inseguire il sacro” e trovare “frammenti di verità sepolte di quando fui donna o prete di campagna o mercenario o padre di famiglia”. È stato l’eremita che non è riuscito a fare a meno degli altri, a cambiare l’oggetto dei suoi desideri, a separarsi dal suo animale. È stato il mistico rapito dalla sensualità, l’inquilino delle estremità che, abitandole, ha scoperto che tra di esse non intercorre opposizione ma distanza. È stato tutto questo per decenni, con il solo obiettivo di esercitarsi alla transizione più importante di tutte: la metamorfosi della vita dopo la morte. Non per essere più libero, ma più saggio, più capace di cercare una terra senza confine.

Non c’è niente, in questo, nella poetica del revenant, il vivo morente che si credeva morto e che, a un certo punto, torna tra i vivi per colonizzarli o per aiutarli, come fa il protagonista dell’ultimo libro di Antonio Moresco, “Canto di d’Arco”, lo sbirro morto che sta in forza presso la Centrale di polizia della città dei morti, con la quale la polizia dei vivi si mette in contatto per chiedere aiuto per risolvere i casi difficili, più misteriosi.

Il mistero, per Battiato, è la legge davanti alla quale i vivi e i morti sono uguali, ed è la sola verità che sente di aver compreso e di volerci lasciare, non perché ci rimanga come testimonianza, ma perché valga come invito e sprone.

“Ti invito al viaggio, in quel paese che ti assomiglia tanto, i soli languidi dei suoi cieli annebbiati hanno per il mio spirito l’incanto dei tuoi occhi quando brillano offuscati, laggiù tutto è ordine e bellezza, calma e voluttà”. Persino l’altrove che Battiato ha sempre immaginato come ricompensa, come vita successiva o semplicemente vita alternativa, pur avendo i connotati della quiete, è un altrove desiderante, voluttuoso, e quindi curioso, in movimento, in viaggio non verso la soddisfazione, ma verso l’altra scoperta. Altro che addii testamentari: qui c’è un Battiato più vivo, coinvolto, a lavoro che mai. La sua è una voce che batte, come quella che, in una poesia splendida di Mariangela Gualtieri, dice: “Siamo questo traslare, cambiare posto e nome. Siamo un essere qui, perenne navigare di sostanze da nome a nome. Siamo”.

Siamo qui, saremo là, torneremo qui. È questa la staffetta che ci mette l’infinito in tasca, il percorso in cui la vita non è che un passaggio. “Cambiano capelli denti e seni a noi che siamo solo di passaggio”, cantava Battiato nel 1996, in una canzone che concludeva con un epigramma di Callimaco su Cleombroto d’Ambracia, il ragazzetto senza guai e particolari patimenti, che però si uccise dopo aver letto gli scritti di Platone in cui il filosofo del cielo spiegava che l’anima non muore, ma sopravvive al corpo, trasmigra, viaggia, muta. “Nulla si crea, tutto si trasforma”, ed è per questo, grazie a questo, che torneremo sempre, mentre il mondo si ripopola e vivifica continuamente, ciclicamente, con i nostri spiriti che cercano l’alba dentro l’imbrunire, precipitano giù dall’eternità per errare, cercare Dio, risolvere il mistero, scoprire la verità, fallendo tutte le volte, e chissà per quanto ancora, forse per sempre.

L’umanità, allora, raddoppia, triplica, centuplica ed è abitata da vivi e morti che collaborano al suo senso, al suo cammino, ai suoi tentativi.

C’è una cosa che, forse, più delle altre, è la ragione per cui “Torneremo ancora” ci eleva e commuove: ci suggerisce che potremmo essere e incarnare il ritorno di qualcuno che sta cercando la sua libertà. Ed è uno straordinario modo di pensarsi uomini tra gli uomini, vivi tra i vivi e i morti: immaginarsi come lo strumento con cui qualcun altro compie una ricerca di libertà. Chissà se è di quel qualcuno che, ogni tanto, sentiamo arrivare quell’ “aiuto da un’invisibile carezza” che Battiato ha cantato in “Lode all’inviolato”. Se è quello il nostro custode: lo spirito che è tornato a cercare la sua libertà, attraverso di noi, per lui e quindi anche per noi. Noi qui, lui là. Il nostro caro angelo.

Quand’era più terreno e piccolo e umano, Battiato, quando cantava “La cura” e pensava che amare significasse proteggere l’altro dalle ingiustizie e dagli inganni del suo tempo, superare le correnti gravitazionali pur di non farlo invecchiare, salvarlo da ogni malinconia. L’abbiamo contestata in molti, quella canzone, reputandola paternalista (e quasi patriarcale!), assistenzialista e un po’ mitomane. Non ci spiegavamo che fosse potuto succedere che Battiato avesse confuso la protervia con la trascendenza (“Conosco le leggi del mondo e te ne farò dono”!). Eppure persino ne “La cura” c’è uno scoprirsi e pensarsi migrante, cioè inconcluso, inappagato dalla meta o più facilmente incapace di raggiungere quella definitiva: “Vagavo per i campi del Tennessee, come vi ero arrivato chissà, non ha fiori bianchi per me? Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare”.

Torneremo ancora, anche dai posti dove ci ritroviamo senza sapere come, né perché. Esiste una forza che ci manovra, la stessa che ci farà sudare la verità per l’eternità, e che ci spedisce ovunque, a volte a caso, nella vita e nella morte, nel Tennessee o in un oceano di silenzio, senza che possiamo farci niente di più di quello che facevano i migranti di Ganden: andare consapevoli che a ogni andare non corrisponde una meta, ma un ricongiungimento sì.

La “Lode all’Inviolato” di Battiato dice che “Degna è la vita di colui che è sveglio, ma ancor di più di chi diventa saggio e alla sua gioia poi si ricongiunge.

Dentro Ganden c’è la parola Ga. Significa gioia.

 

COMMENTO

Gli artisti sono sempre un po’ filosofi,come mostra eloquentemente l’articolo documentatissimo pubblicato sopra. Ma si ha l’impressione che si  tratti di filosofie destinate a restare un po’ criptiche,cripto -filosofie che potrebbe non importare elaborare ed “illuminare” fino in fondo ,perché ciò che importa maggiormente nell’arte è la bellezza che si crea attraverso di essa. Potrebbe,ad esempio, essere più importante che una canzone di Battiato sia talmente bella da far passare in secondo piano il suo contenuto di riflessione e di “verità” filosofica. Vediamo se è vero per l’ultima canzone del geniale  cantore siculo che s’intitola “Torneremo ancora”:

Un suono discende da molto lontano

assenza di tempo e di spazio

Nulla si crea,tutto si trasforma

Il tempo della musica e lo spazio della distanza da cui proviene si mescolano e  aboliscono lo spazio e il tempo, facendoci pensare che nulla si crea perchè tutto si trasforma(come anche la biologia moderna asserisce).

 

La luce sta nell’essere luminoso

Irraggia il cosmo intero

cittadini del mondo cercano una terra senza confine

La luce non è un riflesso dell’essere ma nasce dall’essere che illumina tutto il cosmo:perciò gli esseri delle città cercano una terra  tutta illuminata cioè senza oscuri confini .

 

La vita non finisce è come il sonno

La nascita è come il risveglio

finchè non saremo liberi

torneremo ancora ancora

e ancora

 

La morte non annulla la vita ma l’addormenta(come nella “buona novella” di Gesù) e ogni nascita non è che un risveglio. Ma non è un bene,è un obbligo che ci toglie la libertà di non voler soffrire e non voler morire. Finchè il ciclo delle nascite e delle morti non si interromperà non saremo liberi:ecco perché finchè non saremo liberi torneremo ancora e ancora.

 

Lo sai che il sogno è realtà

Un mondo inviolato ci aspetta da sempre

I migranti di Ganden in colpi di luce

Su pianeti invisibili

I sogni prefigurano la realtà vera che è un mondo senza nascite e morti che lo possano violare:e lo sanno solo coloro che migrano, raggiungendo pianeti invisibili allo sguardo ma visibili alla luce della meditazione appresa nel santuario buddista di Ganden.

 

Molte sono le vie

Ma una sola quella che conduce alla verità

Finchè non saremo liberi

Torneremo ancora ancora

E ancora

Le vie della vita sono tante ma solo la via del Buddha conduce alla verità. Che rende liberi perché è al di là del ciclo delle nascite e delle morti. E quando saremo liberi non avremo bisogno di tornare ancora.

E’ questo che intuisce chi ascolta la canzone di Battiato o chi ascolta se ne frega dell’interpretazione filosofica del suo  contenuto e vi coglie ciò che vuole in base al suo effetto emotivo ed estetico?

Francesco Campione

Il clima è impazzito e non riusciamo a far niente: sta per finire il mondo ?”

Facendo seguito al comunicato stampa pubblicato il 7 Gennaio, diamo conto dell’avvenuto primo incontro (29 Gennaio ore 21) pubblicando  di seguito il testo offerto alla discussione.

 

Il clima è impazzito e non si riesce a far niente. Finirà il mondo?

Francesco Campione

Il clima è impazzito(c’è un riscaldamento globale sempre più rapido) a causa,come si sa,  dell’innalzamento della concentrazione di Co2 nell’atmosfera che data dagli esordi della rivoluzione industriale cioè da quando si estrae energia dai combustibili fossili( carbone prima e poi petrolio e gas naturale). Secondo la Scienza tutto ciò è dovuto al fatto che da allora la specie umana si è trasformata ,da semplice agente biologico dipendente dalla Terra, in una forza geologica in grado di modificarla e stravolgerla al pari dei terremoti e delle eruzioni vulcaniche. Vivremmo ora nell’Antropocene, l’era geologica dominata dall’uomo. E da allora il clima sarebbe una specie di “bestia climatica” in grado di ferire a morte la  Terra che si rivolta ,e che ora  qualcuno ha proposto di ribattezzare chiamandola Gaia, e qualificandola come una sorta di divinità che si ribella allo scempio subìto diventando sempre più inospitale.

La Terra,Gaia,è il nostro mondo e rischia di morire portandosi con sé l’estinzione della nostra specie.

La Terra non sarà più Madre e ci porterà con sé nella sua rovina?

Fra qualche millennio, cioè fra pochissimo se pensiamo che il sole si spegnerà tra qualche miliardo di anni,il nostro mondo,Madre Terra o Gaia che sia, certamente finirà,e come al solito gli uomini si sono divisi in due fazioni: quelli che sentono già la paura della fine del mondo e vorrebbero fare qualcosa per ritardarla e quelli che hanno altre paure e non si allarmano per il destino della Terra.

Bruno Latour(1) li ha classificati in Terreni(che si preoccupano per la Terra) e Umani (che sottovalutano la Bestia climatica),sostenendo che tra di loro è scoppiata una specie di guerra civile nella quale bisogna schierarsi.

Suppongo che la maggior parte delle persone che sono qui stasera appartengano alla schiera dei Terreni,meno certo sono che si sentano di essere o sappiano di essere in guerra con gli Umani per la salvezza della Terra.

Chi vi parla è contrario per principio a qualsiasi guerra e vorrebbe contribuire alla pace tra Terreni e Umani non facendo prevalere un punto di vista sull’altro ma sulla base di una ricerca comune della verità.

La domanda che bisogna farsi tutti,Terreni e umani, allora è:

Sta veramente finendo il mondo o è una paura allarmistica dei Terreni?

E se sta finendo, quanto durerà l’agonia? Siamo ancora in tempo per salvarlo? Possiamo fare qualcosa?

Certo la paura della fine del mondo ,anche se non è nuova(c’era in Palestina ai tempi di Gesù, c’è stata nell’anno mille,c’è stata alla fine del secolo scorso,ci doveva essere per i Maya il 21 dicembre del 2012 e chissà quante altre volte c’è stata nei mondi che sono finiti prima del nostro) è  una paura fondata sulle  minacce e sulle“ferite mortali”(2) inferte  alla Terra dalla presenza della forza “geologica” che gli umani sono diventati:

“Le inondazioni e le siccità devastatrici provocate dal riscaldamento climatico;La deforestazione accelerata in Amazzonia e in Indonesia; Il mare di Aral che è diventato un deserto;lo scioglimento del permafrost;lo sbarramento dei bacini amazzonici per generare energia idroelettrica(con effetti macroregionali nefasti se non catastrofici);le armi atomiche che attendono il loro momento in silos sotterranei o in sottomarini in continuo movimento;i virus letali che si propagano con l’altrettanto devastante turismo intercontinentale;la saturazione dei terreni agricoli per i pesticidi;le decine di migliaia di specie che scompaiono ogni anno ad un tasso sempre più accelerato,etc.

Le conclusioni  della Scienza ci dicono  a tutt’oggi ,in sintesi, che effettivamente il mondo rischia di finire e  l’uomo ne è il principale responsabile. Ma non è l’unico responsabile ,e non tutti gli uomini sono responsabili allo stesso modo.

Ci sono anche  i raggi cosmici; le macchie solari che mostrano un attuale aumento dell’irraggiamento diretto alla Terra;lo spostamento dell’asse della Terra e la processione degli equinozi  che  determinano nella Storia della  Terra una continua alternanza di freddo e di caldo( ogni 700.000 anni una glaciazione che dura 100.000 anni e durante la quale il mondo è inospitale; seguono 20.000 anni di riscaldamento globale, come il nostro attuale che dura ormai da più di 10.000,  che rende possibile la vita,ma con un’alternanza altrettanto costante di periodi più freddi e di periodi più caldi.)

D’altra parte,non si possono mettere sullo stesso piano gli umani del primo mondo e i ricchi di tutto il mondo (che consumando molto di più di tutti gli altri inquinano di più)e gli umani del secondo e del terzo mondo (che sono più poveri e inquinano di meno). O le multinazionali del tabacco e quelli dei combustibili fossili che inquinano sapendo di inquinare per i loro profitti sullo stesso piano dei fumatori , degli automobilisti e degli industriali che inquinano l’aria o l’acqua perché fumano per calmarsi,usano l’auto per andare a lavorare e divertirsi o producono i manufatti per la vita quotidiana e le macchine che fanno moderno e più facile da vivere il mondo.

Qual è allora il modo giusto di pensare ai pericoli che corre la Terra di diventare un posto inospitale e distruggere la vita?

Vediamo che succede nella realtà:

 

  1. Ci sono coloro che, sentendone parlare , pensano la fine del mondo come imminente , vanno nel panico e rischiano di impazzire come sempre quando il panico domina;
  2. Ci sono coloro che ,sentendone parlare, pensano la fine del mondo come impensabile e inconcepibile, di conseguenza si rifiutano di pensarci e impazziscono negando l’evidenza che il mondo possa mai finire per continuare nei loro affari(business as usual) facendo finta di niente;
  • Ci sono coloro che,sentendone parlare, ci pensano come qualcosa di incerto e studiano  con calma per cominciare a scoprire quanto tempo c’è per intervenire ed escogitare soluzioni che possano rendere meno probabile che la fine del mondo avvenga o più probabile che avvenga il più tardi possibile.

A chi si rivolgono i giovani che in ogni parte del mondo,chissà perchè di venerdì,accorrono in massa  a manifestare dietro la faccia sempre seria di Greta Thunberg per salvare la Terra e  il loro futuro?  Proprio a quella parte degli umani che per sete di potere o di denaro continuano ad inquinare per accumulare vanamente sempre più potere e denaro:i potenti della Terra e i Capitalisti!  Vi sembra questo  un comportamento razionale o invece è dettato dal panico che suscita l’informazione, lanciata ormai urbi et orbi, secondo la quale i cambiamenti climatici saranno irreversibili fra soli 11 anni?

Che non si tratti di un comportamento razionale si evince dall’impotenza depressiva che suscita anche nei migliori, a causa del fatto che seguendo questa via si dovrebbe intervenire subito, prima che sia troppo tardi ,ma non ci si riesce: le conferenze mondiali sul clima falliscono ripetutamente o perché non si trovano accordi su come abbassare le temperature del pianeta o perché gli accordi non vengono applicati.

 

-D’altra parte, vi sembrano sani di mente coloro che ,una volta accertato che è l’uomo il principale responsabile del rischio che il mondo finisca,hanno fondato in USA il  Movimento per l’estinzione volontaria degli umani( 3 ), allo scopo di salvare la Terra dal suo principale nemico,cioè da colui che con lo sviluppo della sua cosiddetta civiltà l’ha “denaturalizzata”, e per farla tornare al suo stato di Natura, ad essere nuovamente un Eden? Come se non fosse stata la Natura stessa a far nascere la vita sulla Terra, e come se si potesse da parte degli umani considerare la Madre Terra che li ha generati fornita di valore a prescindere dall’averli generati!

Quanto a quelli che al pericolo della fine del mondo non vogliono nemmeno pensarci , non sono già”matti” quando  eleggono ad  uomo più potente della Terra un riccone di dubbia moralità col riporto ossigenato,che nega la possibilità scientifica della fine del mondo ed esalta lo sviluppo e gli affari a tutti i costi, in nome di un ottimismo squinternato, chiamando “profeti di sventura” gli ecologisti che incitano giustamente  a prendere provvedimenti per non innalzare ulteriormente e pericolosamente la temperatura del pianeta e impedire che diventi un posto senza vita?

La speranza va riposta,come è evidente, nel pensare alla possibilità che il mondo finisca come a qualcosa di possibile ma di  incerto nel suo cosa, quando e perché. Solo pensando così infatti, si avvierà una ricerca seria a partire  dalle proposte già ora disponibili nella nostra cultura per impedire, o ritardare convivendoci, il possibile ma incerto Apocalisse .

Ma prima di illustrare brevemente queste proposte,occupiamoci di  alcune verità scomode che una riflessione seria  sull’attuale paura della fine del mondo evidenzia:

1.La fine del mondo che temiamo è già avvenuta per altri esseri viventi( microorganismi,piante e animali,homo di Neanderthal) anche prima che apparisse o si affermasse l’attuale specie Homo sapiens a cui apparteniamo; e anche durante la storia dell’Umanità(nel XVI e XVII secolo la Conquista dell’America ha portato all’estinzione del 95% della popolazione di quel continente cioè di  un quinto della popolazione dell’intero pianeta del tempo,soprattutto a causa del vaiolo e delle carestie).E anche la paura della fine del mondo senza che poi il mondo finisse veramente è già stata pensata( nei tre modi che abbiamo evidenziato sopra:come imminente, come inconcepibile,come incerta) alla fine di ogni cultura umana(alla fine dell’era dei cacciatori e cercatori di cibo,alla fine del paganesimo,alla fine del Medioevo nell’anno Mille,e quasi regolarmente con diversa intensità alla fine di ogni millennio);

2.La Terra,come dice Levi Strauss “è cominciata senza di noi e finirà senza di noi” e la rivoluzione dell’Antropocene con le minacce e le ferite forse irreversibili alla madre Terra, “…si rivela essere un presente senza avvenire ,un presente passivo,portatore di un karma geofisico che non abbiamo assolutamente il potere di annullare-cosa che rende ancora più pressante e imperativa la necessità di una sua mitigazione”( 4.pag 29):

“La rivoluzione ha già avuto luogo…gli eventi con cui abbiamo a che fare non risiedono nel futuro,ma per la maggior parte nel passato…qualsiasi cosa si faccia,la minaccia incomberà su di noi per secoli,o addirittura per millenni”(5)”

A partire da queste scomode verità dobbiamo cominciare a riflettere con calma(dato che  la fine del mondo è qualcosa di incerto che forse non sarà totale e potrà durare qualche millennio,salvo l’olocausto nucleare o qualche altro evento traumatico come lo scontro con un meteorite di grandi proporzioni).

Ma veniamo alle tre  proposte già presenti nella nostra cultura per affrontare l’incertezza della fine del mondo( reale o fantasmatica che sia):

I.Niente paura,la Scienza troverà le soluzioni ai problemi derivanti dai cambiamenti climatici e il mondo si salverà;

II.Niente paura, sarà l’economia capitalistica a salvare il mondo:l’ecologia diventerà un grande business e il mondo sarà salvato perché diventerà conveniente salvarlo;

III.Il mondo  alla lunga(cioè fin quando,tra 4,5 miliardi di anni, il sole si spegnerà) finirà e ricomincerà tante volte nutrendo viventi sempre diversi e forse più evoluti,ma alla fine non si salverà ,perché come tutto ciò che comincia, vivente o non vivente, finirà. Nel frattempo la paura della fine del mondo non passerà e bisognerà conviverci. Sarà necessario,come in ogni tempo,che anche il nostro tempo metta a punto “mitologie” all’altezza dei tempi per ridurre il terrore dell’Apocalisse continuando, nonostante tutto,a sopravvivere e a migliorare la vita. Anzi, può darsi che nell’ottica di una fine del mondo di lunga durata ma che comunque arriverà, ogni via di salvezza (la Scienza e l’Economia compresi)risulti essere “mitologica”,cioè immaginaria.

Soffermiamoci brevemente su ciascuna proposta.

-Karl Kraus attribuirebbe l’idea che la Scienza salverà il mondo trovando tutte le soluzioni ai problemi che ne fanno temere la fine, al personaggio dell’ottimista che si oppone a quello del criticone nel suo dramma sulla grande guerra(Gli ultimi giorni dell’Umanità,6).

L’esempio migliore che farebbe l’ottimista che conta sulla Scienza credo sia il seguente:

L’aumento delle emissioni di Co2 nell’atmosfera può essere volto a favore della vita se si rende possibile, come a detta della Scienza sarebbe già teoricamente possibile, che la Co2 possa essere utilizzata per far produrre ad un batterio un vapore da cui estrarre cibo per tutti riducendo così anche il fatale inquinamento prodotto dagli allevamenti intensivi. Grazie alla Scienza,in altri termini, il tanto temuto aumento di Co2 nell’atmosfera potrebbe essere efficacemente combattuto riuscendo a trasformarlo in cibo e così l’aria sporca invece di farci morire ci nutrirebbe!

Karl Krauss a questo punto vorrebbe far ribattere il pessimista  criticone e scriverebbe un bell’aforisma. Karl Krauss è morto e al suo posto ci proverò io più modestamente con la seguente “goccia di saggezza”:

Dopo aver distrutto la Terra e averla resa invivibile,l’uomo inventò una macchina che si ricordava tutto e non si preoccupò più della fine del mondo. Sarebbe stata la macchina,una volta accumulato tutto il sapere, a ricordargli di salvare il mondo!

-Ma cosa avrebbe fatto dire Karl Krauss al pessimista  criticone per confutare l’idea ottimistica per cui sarà l’economia a salvare il mondo trasformando la salvezza in un affare? Avrebbe forse fatto il seguente scenario:

Come sarà il 2075

I capitalisti negli ultimi 50 anni hanno investito tutti i loro soldi per bonificare la Terra,ci sono riusciti ed è convenuto anche a loro,perché si sono arricchiti sempre di più.

 Ma ora che ce n’è abbastanza,l’aria pura,l’acqua pulita e il cibo che non inquina sono gratis per tutti e la paura della fine del mondo è scomparsa.

Gli Umani,che ora si fanno chiamare Terreni,potrebbero darsi bel tempo ma si detestano tra loro ed è tornato a turbarli il terrore della morte individuale.

I capitalisti, dal canto loro, speculano ora sulla vendita di armi utili alle guerre che continuamente si accendono e si spengono sulla Terra. Per non parlare dei soldi a palate che fanno con l’industria dei divertimenti e con le droghe che servono a far dimenticare le paure rimaste intatte:che il mondo potrebbe finire per un olocausto nucleare e che, comunque,prima o dopo tutti moriranno.

-Che direbbe, infine, Karl Krauss sulle “mitologie” che fin da ora si inventano per convivere con la fine del mondo? Credo che farebbe parlare il Coro , che nella tragedia greca era  vox populi perché aveva una voce sola e ora è dappertutto e non si sa chi rappresenti perché parla tutte le voci del mondo:

Il Coro dei nostri giorni

 La voce che risuona più potentemente è quella dei bambini: hanno scoperto che il mondo può finire e sono preoccupati per il loro futuro.

Ha cominciato ad urlare una bimba svedese con la tenacia  fortunatamente invincibile del suo autismo. La sua voce è amplificata da masse di adolescenti che fanno risuonare ai quattro angoli della Terra il loro grido di dolore:

“Il Re è nudo! IL mondo sta per finire! Potenti della Terra fate qualcosa!”

Risponde lo Scienziato:

“Niente paura! Affidiamoci all’intelligenza umana che è la forza più potente del Cosmo. Costruiremo una macchina in grado di prevedere tutto e prima che le catastrofi accadano troveremo i rimedi necessari”

Risponde il Cristiano:

“Gesù è venuto a dirci che risorgeremo:dopo l’Apocalisse ci sarà il Regno dei cieli,la vera vita ,la vita beata. Lodiamo Dunque Dio per averci affidato la custodia del mondo e affidiamoci a Lui chiedendogli con la preghiera che ci aiuti a renderlo un posto vivibile fino a quando non deciderà di farlo finire e di accoglierci in eterno insieme a Lui nel Regno dei Cieli”

Risponde il Cabalista:

“Se il mondo finirà, Dio, che già una volta si è ritirato per fargli posto,si ritirerà ancora un po’ e gli troverà un altro posto!”

Risponde il mistico Sufi:

“Il mondo e l’uomo sono l’ombra di Allah,che è il Sole da cui sono emanati e che li illumina. Se finiranno sarà per volontà di Allah che,se e quando vorrà, emanerà e illuminerà altri mondi e altri uomini. Sia fatta la volontà di Allah!”

 Rinsponde l’Hindu:

“Il mondo è già finito infinite volte ed è sempre risorto,occultando così la Verità che apparirà soltanto quando cesserà il ciclo delle nascite e delle morti e la coscienza sarà coscienza del Nulla Assoluto che è Dio. La fine del mondo è una catastrofe solo se non è definitiva. Meditiamo per far sì che ,questa volta, la fine del mondo sia la fine di ogni fine e il mondo torni al suo stato primordiale e alla sua Verità”

Risponde lo stregone amerindio:

“Il mondo è già finito innumerevoli volte, ma nessun mondo finisce mai del tutto perché finire vuol dire tornare alle origini. E all’origine ci sono solo le anime degli uomini che non hanno ancora preso le forme degli esseri del mondo. Se finiscono gli esseri del mondo inorganico e organico,restano le anime “umane” che li hanno generati,le potenze che rigenereranno tutti gli esseri, e tutto ricomincerà”

Risponde l’Antropologo:

“Quando una di queste mitologie della fine del mondo prevarrà sulle altre, il Coro tornerà a cantare per tutti con una voce sola e gli Umani(o Terreni)potranno convivere con la paura della fine del mondo senza bisogno di superarla”

Risponde lo Psicologo:

“ Le mitologie funzionano quando si pensa che siano “verità”. Aver bisogno di “miti” non significa precisamente rinunciare a cercare la verità perché si sa di non poterla raggiungere tutta intera e bisogna accontentarsi di convivere con gli effetti di questa ignoranza?”

 Conclusioni

Abbiamo cercato di cogliere le conseguenze dei tre modi possibili di pensare alla fine del mondo( come imminente, come impensabile e come incerta) e in tutti e tre i casi siamo arrivati alla stessa domanda nelle sue tre articolazioni:possiamo sapere la verità sulla fine del mondo? Possiamo sapere se è imminente e bisogna subito fare qualcosa,se è inconcepibile perché è qualcosa di assolutamente nuovo e inaccettabile  per noi ed è meglio non pensarci, o se è incerta e possiamo solo immaginarci come sarà raccontandocela con qualche mito più o meno pregante?

In tutti e tre i casi non possiamo aspettare di sapere come stanno le cose per prender posizione:se la fine del mondo è imminente ci possiamo affidare solo alla Scienza e all’Economia prima che ci diano la certezza di avere rimedi efficaci; se è impensabile ci conviene affidarci a Trump, ai divertimenti e alle droghe suicidandoci quando non basterà;se la fine del mondo è incerta ci soccorrerà l’immaginazione producendo mitologie nei due modi della Cultura di sempre: o derivando intuitivamente la “verità” dall’Arte e dalle “rivelazioni” religiose o deducendola dalla Scienza prevedendone “creativamente” le conseguenze nel futuro.

E se stessimo sbagliando ragionamento,dando per scontato,come abbiamo fatto fin qui,che la fine del mondo sia sempre soltanto qualcosa di negativo e di indesiderabile?

E se la fine del mondo (qualunque cosa sia: la fine di tutto o l’incubatrice cioè  di  altri mondi)non fosse solo da evitare o da ritardare ma fosse necessaria nell’evoluzione dell’Universo e di ogni essere vivente e non vivente? E se  fosse solo un risultato secondario dell’essere l’Universo un pluriverso,cioè in movimento verso altri universi attraverso la sua espansione ,e noi stessimo drammatizzando troppo la fine della Terra considerando la conseguente nostra estinzione come un male assoluto?

Non potrebbe anche il susseguirsi periodico della fine dei mondi indicare la progressione verso un infinito miglioramento di ogni possibile mondo  necessariamente imperfetto in sé  perché parziale, in quanto seguente a mondi passati, contemporaneo ad altri mondi e precedente ad altri mondi a venire?

In tal caso,impedire o ritardare la fine della  Terra senza considerarne la necessità apparirebbe come una difesa quasi ridicola di chi nasconde dietro il terrore della propria morte la necessità che avvenga perché gli  succeda qualcosa di meglio.

Se,in altri termini, non possiamo sapere in cosa consiste la fine del mondo perchè quando arriverà non ci saremo o addirittura dopo di noi potrebbe esserci qualcosa di meglio(come noi stessi siamo meglio dei dinosauri che si sono estinti prima di noi),di cosa abbiamo paura quando pensiamo alla fine del mondo?

Vuol dire che la fine di tutto, la fine della fine,invece che alludere al male assoluto potrebbe aprire la prospettiva di un tempo infinito e potremmo pensare la fine del mondo come un ingresso di ciò finisce(cioè anche dei viventi ) nell’Infinito. Ciò   farebbe  diventare la fine del mondo ,da terrorizzante, necessaria e desiderabile, come una possibilità di sottrarsi all’angustia del tempo finito,intuendo che forse tutto finisce per poter desiderare ciò che in realtà accade:  all’infinito niente finisce.

Neanche questo ovviamente possiamo sapere come si sa “ tutta la Verità”,ma forse dobbiamo tener conto anche di questa possibilità le cui conseguenze sono tutte da esplorare.

 

 

 

 

Bibliografia

1.B.Latour,Non siamo mai stati moderni,Trad.it. Eleuthera,Milano

2.D.Danowski,E.Viveiros de Castro, Esiste un mondo a venire?(saggio sulle paure della fine),trad.it.Nottetempo,Milano

3.”Creato all’inizio degli anni ‘ 90 dall’attivista nordamericano Les U. Knight”(Voce 2. Pag.69)

4.Voce 2.(pag.29)

5.B.Latour,Facing Gaia:Six Lectures on Political Theology of Nature,Being the Gifford Lectures on Natural Religion,Edinburgo 2013 ( disponibile su:https://macauly.cuny.edu/eportfolios/wakefield5/215/1/Latour-Gifford-six-lectures-1.pdf)

6.K. Kraus,Gli ultimo giorni dell’Umanità, trad it.Adelphi, Milano