Aforisma

La formula della bontà: Essere per Essere = Bontà

Vivendo per altri creo un insieme tra esseri che va aldilà dell’essere, dando luogo ad un “altrimenti che essere” (Levinas) meglio dell’essere:

Il bene che dono all’altro andando oltre il mio  essere e difendendo il suo essere.

Francesco Campione

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Forum Psicoumanesimo

Riproduciamo un articolo da La Repubblica (Venerdi 10 Novembre 2017)

I riti della seduzione e il diritto di dire no

Di Michela Marzano

C’è chi dice che lo scandalo Weinstein abbia finalmente permesso a tante donne di denunciare le molestie subite e, conseguentemente, alla parola femminile di liberarsi senza più remore, senza più sensi di colpa, senza più vergogna. Ma c’è anche chi dice che, ormai, non sarà più possibile evitare che si scateni una vera e propria guerra dei sessi: niente più seduzione, niente più corteggiamenti, niente più possibilità di lasciarsi andare all’inevitabile gioco dei ruoli che, nonostante le ambivalenze e le contraddizioni, permette di fatto di entrare in relazione con l’alterità altrui.

Nel giro di alcuni giorni i dibattiti, soprattutto in Italia, si sono polarizzati ( e sclerotizzati) tra coloro che, talvolta mischiando tutto, hanno preteso che non ci fosse alcuna differenza tra stupro, molestie sessuali e seduzione, e coloro che, mischiando anche loro tutto, hanno rinfacciato alle donne di aver parlato troppo tardi, di non aver avuto il coraggio di farlo al momento giusto, di strumentalizzare la situazione per rincorrere la celebrità. E se in Italia, ancora una volta, si stesse perdendo l’occasione per fare un po’ di chiarezza? E se, invece di interrogarsi su ciò che rivela veramente questo scandalo, ci si stesse limitando a cavalcare l’onda delle emozioni senza capire che il vero problema che sta emergendo è quello dell’abuso di potere che inquina, da ormai troppo tempo, le relazioni umane?

Sono passati quasi tre secoli da quando Montesquieu, in L’esprit des lois, spiegava che, siccome chiunque detiene il potere è portato ad abusarne, occorre che «per la disposizione delle cose il potere freni il potere » . Senza limiti, cioè, ognuno avrebbe tendenza ad abusare del potere che esercita o possiede, sia esso politico, economico, sociale o simbolico. Eppure c’è chi dimentica la lezione del grande filosofo francese e continua a immaginare che le relazioni umane siano perfettamente simmetriche, che la parola di ognuno abbia la stessa rilevanza e lo stesso peso, che chiunque possa sempre e comunque avere la possibilità di dire “no” o “sì” liberamente. Che “potere contrattuale” può però avere una giovane donna ( ma anche un giovane uomo) di fronte al capufficio, al professore, all’agente, al direttore, al ministro e via di seguito quando costui (o costei), approfittando del proprio ruolo o della propria posizione, chiede o pretende servizi, prestazioni, gesti o parole? Perché passare sotto silenzio le minacce esplicite o implicite di fronte alle quali ci si può trovare quando si è in una situazione di dipendenza o di fragilità, indipendentemente dal fatto che si parli del mondo dello spettacolo o di quello universitario, dell’universo politico o di quello aziendale?

Chi detiene il potere, scriveva Montesquieu, è portato ad abusarne se non incontra dei limiti. E il limite, quando si ha voglia di sedurre qualcuno, non può che essere il rispetto: rispetto di chi ci è di fronte e della sua alterità; rispetto del suo desiderio, ma anche della sua paura o della sua vergogna; rispetto dell’altro e della sua posizione necessariamente subalterna. Non si stratta di smetterla di cercare di sedurre, sterilizzando il desiderio e separando gli uomini dalle donne, gli eterosessuali dagli omosessuali, i giovani dai vecchi. Ma di tornare a dare un senso al rispetto di chi ci sta di fronte quando il posto da lei/ lui occupato è per definizione subordinato.

Certo, il limite tra la molestia e la seduzione è la presenza del consenso. Chi acconsente può poi difficilmente giustificare una denuncia o pretendere che la propria parola sia presa sul serio da tutti. Ma cosa vuol dire esattamente ” consentire”?

Consente forse chi non ha la forza o il coraggio di dire esplicitamente ” no”, perché ha paura, si vergogna, non ce la fa, non ha gli strumenti adeguati, si sente letteralmente ” inadeguato” e immagina che il proprio valore dipenda sempre e solo dal giudizio degli altri, soprattutto se occupano un ruolo o una funzione superiore? Se nessuno ci ha permesso di acquisire pian piano la consapevolezza del nostro valore, è quasi impossibile anche solo immaginare di poter dire di ” no” a chi, occupando una posizione di potere, ci fa capire che è solo quella la strada che si apre a noi per immaginare di “valere”. Come quella studentessa che, chiedendomi recentemente un appuntamento, mi racconta delle avances del collega, dicendomi che è senz’altro colpa sua, che c’è qualcosa in lei che non va bene, che vorrebbe non andarci più in quello studio, «ma come faccio professoressa? E se poi quest’esame non riesco a passarlo?» Lo ripeto, non si tratta di cancellare la seduzione. Al contrario. Si tratta di riconoscere la bellezza della sfida che comporta ogni seduzione quando si cerca una risposta al proprio desiderio. Ma questo è possibile solo in caso di simmetria nelle relazioni. In caso di asimmetria, c’è solo abuso di potere. Con tutta la tristezza che l’abuso porta con sé, oltre che la sofferenza di chi è stato abusato.

Commento:

Possiamo essere d’accordo con la premessa del ragionamento di Michela Marzano: quando qualcuno cerca di sedurre qualcun’altro non bisognerebbe soltanto accertarsi se ha acconsentito o se è stato costretto, ma se, a causa della asimmetria di potere della relazione, non ci siano casi in cui non si può far altro che farsi sedurre perché è la disparità stessa del potere che costringe senza bisogno di essere costretti. Si può essere d’accordo anche che il limite del potente di abusare del suo potere seducendo è il rispetto dell’altro “….. rispetto dell’altro e della sua posizione necessariamente subalterna”. Ma chi è il soggetto del rispetto: il carnefice che rispetta la vittima o la vittima che si rispetta e si fa rispettare? E da cosa può derivare questo rispetto? La risposta di Michela Marzano è chiara per quanto si riferisce al rispetto di sé della vittima: – Se nessuno ci ha permesso di acquisire pian piano la consapevolezza del nostro valore, è quasi impossibile anche solo immaginare di poter dire di “no” a chi, occupando una posizione di potere, ci fa capire che è solo quella la strada che si apre a noi per immaginare di “valere”- .

Bisognerebbe quindi che fosse il carnefice a rispettare la vittima, ma da cosa deriva il rispetto del carnefice per la vittima?

Ci siamo infilati in un vicolo cieco: chi ha potere e tende ad abusarne ci può sedurre perché ci fa credere che l’unico modo per farci rispettare da chi ha più potere di noi sia proprio di farsi sedurre. Il rispetto del potente seduttore per la sua vittima deriverebbe quindi dalla passività della sua vittima nel farsi sedurre. Solo dopo averla sedotta quindi il potente rispetta la vittima, e tante volte è proprio cosi e si può osservare che dopo essersi fatta sedurre la vittima chiede il conto e riesce ad “incassare” un compenso ad esempio in termini di carriera. Il vicolo cieco consiste nel fatto che, se le cose stanno cosi, la vittima di fronte alla superiorità del potente carnefice non si rispetta e avrebbe bisogno di essere rispettata dal carnefice per essere rispettata, ma sarà rispettata solo dopo aver ceduto.

Possiamo uscire da questo vicolo cieco, se individuiamo un processo di acquisizione del valore di sé, e del rispetto relativo, che non derivi dall’approvazione degli altri ma ne sia autonomo. In altri termini, se una donna percepisce il suo valore e si rispetta perché nel corso della sua educazione si è comportata in modo da essere approvata da coloro che hanno il potere di giudicarla (genitori, insegnanti ed educatori in genere), di fronte ad un potente seduttore non si rispetterà se non dopo essere stata approvata, cioè se non dopo aver ceduto alla seduzione. In che altro modo si può acquisire la percezione del proprio valore e il rispetto di sé? Bisognerebbe individuare in ciascuno un “valore” intrinseco che il giudizio educativo degli altri possa solo favorire nel suo emergere senza avere il potere di suscitarlo perché esso è una dotazione di ogni essere umano, proprio quel “quid” che rende “umani”. Il filosofo che è andato più vicino ad esprimere questo “quid” è Simon Weil quando ha detto pressappoco che “ciò che accomuna tutti gli uomini è il desiderio del Bene” .

Tradotto nei termini della seduzione, significherebbe che quando il potente seduttore ci prova, il vicolo cieco si evita se la vittima invece di chiedersi se il suo valore, e quindi il rispetto di sé, derivano dal dire “si” o dal dire “no”, afferma esprimendolo un valore che già sente in sé, dicendo ad esempio, al seduttore: “Cosa ti fa pensare che il mio Bene derivi dal farmi o dal non farmi sedurre da te? Hai saltato un passaggio, hai saltato me, prima di chiedermi se voglio essere sedotto dovevi preoccuparti di sapere se è questo per me il Bene o il Male. Se torni indietro e te lo chiedi, e me lo chiedi, dopo ti dirò se mi faccio sedurre oppure no”. Se il messaggio arriva il seduttore fa un passo indietro, come mi ha raccontato una ragazza che è riuscita a sfuggire al dilemma se dire si o dire no ad un potente seduttore quando ha riferito di avergli detto descrivendo la sua condizione reale: “Hai scelto un brutto momento: ora il mio problema è come fare a smettere di vomitare ogni mezz’ora”.

Cosa accadrà in questi casi nella mente del seduttore? Non è l’unica occasione dei potenti per riflettere su qualcosa su cui mai riflettono, cioè per chiedersi: il valore che io mi do sulla base del mio potere su gli altri è basato su un vero rispetto, cioè sul percepire un valore intrinseco da parte degli altri in me, oppure deriva dalla paura che faccio a loro esercitando il mio potere?

Il che sul piano seduttivo potrebbe portare il potente seduttore a chiedersi: ho veramente sedotto o me l’hanno fatto credere per paura delle conseguenze?

Il potente seduttore si scoprirà allora fragile e indifeso e potrà farsi insegnare dalle sue mancate vittime che anche in lui c’è un valore intrinseco senza il quale ogni seduzione è una rappresentazione teatrale e non una sincera adesione all’altro, un dono di sé senza condizioni. L’amore?

Francesco Campione

Forum Psicoumanesimo

Ti vuoi mettere nei miei panni(Corriere della sera. 7-10-17)

 

Commento:

La concezione dell’empatia illustrata nell’articolo si basa sul considerarla come una specie di simpatia. L’errore ( e di un errore si tratta) è lo stesso errore del senso comune, di tante scuole psicologiche (ad esempio della Psicoanalisi) e persino di grandi filosofi ( Max Scheeler, Essenza e forme della simpatia, trad. it. Franco Angeli). Esso si palese nello scritto in due modi:

  1. Nel considerare come “pratica empatia” il mettersi nelle scarpe o nelle condizioni di un altro per capirlo sentendo in sé il suo stato d’animo;
  2. Nell’affermare che “troppa empatia fa male” perché se “… anziché immaginare i sentimenti dell’altro finiamo per provarli sulla nostra pelle aumenta lo stress e l’organismo ne soffre, come sa bene chi per mestiere è a contatto con disagio e malattia: medici, infermieri, psicologi, rischiano continuamente l’esaurimento fisico-psichico se non riescono ad arginare l’ondate delle emozioni altrui”.

Si tratta di due errori nefasti che rischiano di rendere impossibile ogni empatia. Infatti, come si può supporre che si possa sentire sul proprio piede l’esperienza delle scarpe o dei sandali di un altro se non supponendo una “somiglianza” tra il proprio piede e quello dell’altro? Significherebbe in sostanza che solo chi ha il piede 43 può sentire l’esperienza di chi ha il piede 43 mettendosi nelle sue scarpe, così come chi ha la pianta del piede come quella di un altro può sentire nel proprio piede l’esperienza del piede altrui. La premessa indispensabile della somiglianza fa concludere che solo avendo prima un comune sentire perché simili ci si possa capire mettendosi ciascuno nelle scarpe dell’altro. Solo un sentire comune precedente al mettersi al posto dell’altro per il fatto di essere simili può consentire di capirci mettendoci al posto dell’altro: e cos’è questo comune sentire se non la base della immediata simpatia che consente di capirsi tra simili?

E se fossimo diversi, come faremmo a sentire quello che sente l’altro in noi se ogni volta che lo sentiamoci sembra diverso?

D’ altra parte, se provare sulla nostra pelle i sentimenti negativi (stress e sofferenza) dell’altro equivalesse a sentirli in noi come l’altro li sente, li rifiuteremmo ostacolando nuovamente la comprensione dell’altro.

In entrambi i casi resta da risolvere il problema della comprensione dell’altro diverso da noi o portatore di sentimenti negativi che ci fanno star male a nostra volta. Ed è precisamente ciò che si osserva nel rapporto con l’altro diverso o che ci fa sentire la sua sofferenza allorché gli comunichiamo che abbiamo condiviso il suo modo d’essere (le sue scarpe, i suoi vestiti o la sua condizione esistenziale) oppure il suo stress e la sua sofferenza, dicendogli di sentire quello che sente perché lo stiamo sperimentando in noi nello stesso modo in cui lo sperimenta in sé: l’altro il più delle volte sarà incredulo sulla nostra possibilità di sentire proprio ciò che sente e riusciremo al massimo a convincerlo di una certa somiglianza.

Sarebbe quindi ora di ammettere una volte per tutte che nessuno può sentire in sé ciò che sente un altro anche se ci può certamente essere un sentire comune che deriva da una somiglianza: quel sentimento che chiamiamo simpatia. Se così stanno le cose, donde deriverebbe la sensazione empatica che si prova di fronte ad un altro, diverso da noi e che ci fa soffrire, quando le sue espressioni (di pensieri e di emozioni) ci comunicano che ci sta capendo? Non potrebbe significare soltanto che sta sentendo dentro di sé (en-patia)  ciò che arriva da noi e ci sentiamo capiti non perché coincide con ciò che noi sentiamo ma perché lo sta condividendo? E non è proprio questo che accade dopo che si sente in sé la diversità dell’altro, gliela si comunica, ed è solo se l’altro risponde che condivide la nostra condivisione, che si può cominciare a parlarsi per dirsi ciò che si sente l’uno dell’altro, e innescare quel processo all’infinito che possiamo chiamare comunicazione empatica,  da cui possiamo sperare di avvicinarci sempre di più all’alterità dell’altro?

E non è proprio quello che accade quando nel sentire in noi la sofferenza dell’altro sentiamo di soffrire perché soffre e non perché soffriamo come soffre lui, che lui sente la nostra condivisione, si sente compreso empaticamente, ed è solo allora che si innesca una comunicazione empatica all’infinito, essendo basata sull’insuperabile separazione tra la sofferenza che si sente perché si soffre per sé e quella che si sente perché si soffre per l’altro? E non è da questa separazione che deriva la possibilità di soffrire perché l’altro soffre senza dover arginare l’ondata emotiva delle sue emozioni (e quindi senza rischiare di stare male per empatizzare con chi sta male) perché esse riguardano chi le condivide senza impadronirsene e quindi può “comprenderle” in sé senza “sentirle” come le sente l’altro, che sarebbe sentirle simpaticamente. (Francesco Campione, Per l’Altro, ASMEPA edizioni).

Francesco Campione

 

 

Ogni paziente avrà la sua terapia

Pubblichiamo due brani di un interessante articolo (La Repubblica, Venerdì 10 Novembre 2017), di Alberto Mantovani.

Dottor Dna. Cure su misura grazie alla genetica

Le nuove tecnologie applicate alla Medicina ci pongono di fronte ad una promessa e ad una sfida. La promessa è una medicina sempre più ritagliata sulle caratteristiche individuali, della persona e della malattia. Grazie alla genomica assistiamo alla riclassificazione delle malattie: tumori che prima catalogavamo per organo, ad esempio, vengono ora considerati e curati come malattie diverse.

Ad oggi possiamo parlare di Medicina personalizzata solo per alcune patologie o terapie farmacologiche: nel settore coagulazione, della cura della psoriasi e soprattutto del cancro, in cui la genetica dell’individuo o della malattia guidano il trattamento. E? però una tendenza che apre nuovi scenari di cura e prevenzione. In cui è sempre più fondamentale l’incrocio tra discipline, come immunologia e genomica nel caso del cancro……………………………………………………………………………………………………………………………………….

Certamente la Medicina personalizzata, basata sulla genomica, non può far dimenticare la persona, che è ben più di una sequenza di Dna. ………………………………………………………………

Forum Psicoumanesimo

Riproduciamo da La Repubblica, domenica 24 settembre 2017, l’articolo:

Quando soffro uso il pensiero

Nei momenti difficili, come le malattie e i lutti, ho imparato ad “abitare la distanza”: cosi l’esercizio filosofico accompagna la mia vita.

Di Pier Aldo Rovatti

Che filosofia e vita vissuta in prima persona possano procedere assieme l’ho imparato subito, al mio primo anno di università a Milano (1961), da un maestro di eccezione, il fenomenologo Enzo Paci. Non so quanto lui riuscisse ad applicare a sé stesso il suo insegnamento, conosco però bene gli effetti che ebbe su di me. Ero infatti abbastanza lontano dal pensare che la filosofia fosse innanzi tutto uno stile di vita, al di là e al di fuori di qualunque intellettualismo libresco. In seguito ho cercato di entrare in questa dimensione, diciamo, “pratica”; non era cosi ovvio ne cosi semplice passare dai libri alla vita quotidiana per poi ritornare magari ai libri con uno spirito diverso, imparare a “leggerli” cosi e farmi un’idea di quali fossero davvero da leggere e quali meno. Mi illudo di esserci in parte riuscito, comunque non ne sono tanto sicuro, come non sono certo di avere fatto buon uso della prestigiosa rivista (aut aut intendo) che Paci mi lasciò in eredità.

Quello che ho imparato direi che consiste in primo luogo in un tipo di narrazione e quindi in un modo di scrivere e descrivere i fatti: sto cercando, in questo preciso momento, di darne una pallida idea a chi mi sta leggendo. E cioè: niente presupposti schematici, niente concessioni alla retorica, nessuna sbandierata certezza, piuttosto una pratica del dubbio elevata a esigenza fondamentale. Facile da dire, quasi impossibile da realizzare. Ma ho anche imparato, facendo le prove su me stesso (anche a mio danno) che la parola “impossibile” è una delle parole più importanti in filosofia. Occorre precisare: in una “certa” filosofia, quella che si presta a incrociarsi con l’esperienza concreta, il che significa lasciare fuori tante altre filosofie nelle quali alla fine prevale il rapporto di potere tra alto e basso.

Se mi sento di fare qualche esempio autobiografico? La filosofia mi ha aiutato a prendere distanza, anzi ad “abitare la distanza” come ho avuto modo di dire in ciò che ho pubblicato. Forse ci sono riuscito poco e male, ma ho sempre avuto in mente che questo era l’obiettivo da tenere fermo nei momenti difficili della vita, quando mi sembrava che tutto mi crollasse addosso. Provo un certo pudore a scendere nei particolari ma questi momenti sono in genere quelli che tagliano l’esistenza di ciascuno con dolori che sembrano insopportabili; le malattie, i lutti soprattutto.

I miei genitori sono morti in rapida sequenza durante gli anni Ottanta, mia madre non ha retto alla morte del suo compagno. Ricordo che intorno a me, presso i miei quattro fratelli, si produsse una frenesia del fare qualcosa, del rendersi operosi e utili, mentre io mi sforzai di starmene a lato, in silenzio, facendo appello ai consigli filosofici che avevo interiorizzato. Ci riuscii solo in parte, però guadagnai- proprio in quei momenti- una lucidità strana, un modo di stare vicino agli altri e al tempo stesso di vivere in profondità la perdita, il buco che si era scavato dentro di me, che mi permise di non crollare pur restando con gli occhi fissi, per dir cosi, sul tragico evento.

Venivo guardato, dai miei fratelli (più grandi di me) che si affaticavano per non dover pensarci troppo, con un sentimento di relativa sorpresa perché già si erano abituati ad associare il mio occuparmi di filosofia con l’idea che io fossi un tipo un po bizzarro. Forse pensavano anche che volessi disinteressarmi all’evento luttuoso, e magari avevano buone ragioni per stigmatizzare la mia apparente estraneità. In realtà io vivevo un’esperienza opposta, di fortissima intensità. Quella distanza che allora avevo tentarmi di procurarmi (e che poi in altre contingenze meno drammatiche della vita ho cercato di riprodurre) era in effetti il mio modo per avere un’esperienza alla prossimità più “vera” (termine difficile!), senza essere completamente sommerso dai flutti di un’emotività eccessiva. Potrei aggiungere altri esempi di episodi salienti, come quando mi sono trovato disarmato dentro una pesante cappa depressiva e, non volendo ricorrere a medici della mente, ho fatto appello alle mie risorse filosofiche per risalire infine in superficie. In quel caso dovevo distanziarmi almeno un poco da me stesso. Ma, al di là dei singoli episodi, nella “normalità” (diciamo cosi) di ogni giorno ho fatto continuamente un lavoro terapeutico su me stesso al quale non saprei che nome dare, se non quello roboante di esercizio filosofico. Attraverso di esso mi sono tolto parecchi tic mentali (altri, ahimè, sono rimasti) che mi portavo dietro fin dall’adolescenza: credo di aver ammansito un poco la mia impulsiva reattività con iniezioni costanti di spirito ironico. Ecco, l’ironia è una meravigliosa risorsa filosofica: è possibile alimentarla e anche comunicarla ad altri (ho tentato di farne il sale del rapporto educativo con i miei figli). Tuttavia non è priva di effetti indesiderati poiché ha sempre due facce, una amichevole e una ostile (almeno all’apparenza), per cui chi ti sta vicino ti vive spesso come un provocatore. Ma è la filosofia stessa, come già sapeva Platone, ad avere una doppia faccia e a renderti la vita sempre un po’ difficile. Non è certo un comodo lasciapassare per la felicità (sempre che esista).

Commento:

Le considerazioni autobiografiche di Rovatti rappresentano una buona introduzione per chi voglia affrontare quel particolare intervento di aiuto che si sta diffondendo sempre di più e che viene indicato con l’etichetta “consulenza filosofica”. Nel merito, esse pongono un interrogativo: il fatto biografico così come esemplificato da Rovatti, è in grado di legittimare l’uso di un metodo filosofico (in questo caso particolare il distacco che consente di abitare la distanza) come metodo d’aiuto trasferibile ad altri? In altri termini, si può dire che se qualcosa è servito a me nei momenti difficili della vita, ad esempio nei lutti, esso possa servire ad altri in circostanze simili? Non si scorge proprio in questo dubbio il limite di ogni intervento di aiuto (dalla Medicina alla filosofia fino alla pedagogia e perfino alla fede), che non basta che sia stato utile per qualcuno perché sia legittimo provarne l’utilità per altri?

Forse la conclusione più logica dovrebbe essere cambiare l’etichetta dell’aiuto filosofico da “consulenza filosofica” a “consulenza sulle filosofie possibili”. Con un’ulteriore domanda: come si farebbe a scoprire la “filosofia giusta” per ciascuno senza ricorrere a quello che è specifico della psicologia cioè al dialogo empatico, scoprendo così che la consulenza sulle filosofie possibili implica un primo passo “psicologico”?

Francesco Campione

Forum Psicoumanesimo

Riproduciamo da La Repubblica, Domenica 5 Novembre 2017, un articolodi Anais Ginori

Cerimonie dell’addio l’arte intima di Sophie

Quando mio padre è morto, non ho cancellato il suo numero di telefono. Ieri l’ho chiamato per sbaglio, ho subito riattaccato. Poco dopo, il suo volto e il suo nome sono apparsi sullo schermo. Bob mi mandava un messaggio ». Sophie Calle ha raccontato l’agonia della madre in presa diretta nel suo Rachel, Monique… presentato al Palais de Tokyo dieci anni fa. Questa volta l’artista francese espone in nome del padre. All’ingresso della nuova mostra appena inaugurata a Parigi c’è un quadro dal titolo Difficile eliminare il contatto.

L’opera cita l’sms ricevuto dal numero un tempo intestato al defunto genitore. “C ki?”, chi sei?, chiede il nuovo proprietario dell’utenza con tipico slang giovanile.

È una storia di fantasmi che parlano, di presenza-assenza quella che racconta l’ex sessantottina sulle barricate, hippie in California, contadina in una fattoria, spogliarellista che, dopo tanto vagabondare e cercarsi, è diventata artista non per caso. Oltre a essere un noto oncologo, Bob Calle era anche un collezionista d’arte contemporanea. Nella casa aveva opere di Andy Warhol, Roy Lichtenstein. La piccola Sophie era rimasta colpita da un quadro testo e foto di Duane Michals. Il solito destino delle bambine che vogliono sedurre i padri? «Assolutamente. Volevo piacergli», risponde Calle camminando veloce nel Musée de la Chasse. I responsabili dello scrigno di arte venatoria nel cuore del Marais, tra vetrine di fucili e profili di animali impagliati, hanno dato carta bianca alla più famosa artista-performer francese. Calle ha immagi- nato una sorta di caccia al tesoro con oggetti personali disseminati per il museo. «Parliamo camminando?», domanda con un piglio rapido, sguardo indagatore dietro agli occhiali da sole.

Si comincia con la dedica. “A Bob Calle, primo spettatore di tutte le mie mostre, fino a questa, e di cui mi mancherà lo sguardo”. Poi un dettaglio delle mani. Un altro ritratto in cui l’anziano uomo col berretto, scomparso a novantaquattro anni, accenna un sorriso. La figlia ha conservato pochi scatti. «Era recalcitrante nel farsi fotografare a causa della sua bocca, che non amava». A differenza della madre, che voleva essere al centro dell’attenzione e aveva accettato di essere ripresa sul capezzale, lui era una creatura dell’ombra. « Era discreto, protestante. Filmare la morte di mia madre è stato un omaggio. Se l’avessi fatto con lui sarebbe stata un’aggressione».

Non appena suo papà si è ammalato, Calle si è sentita male. Le è stato diagnosticato il fuoco di sant’Antonio e poi un «infarto silenzioso». Un modo di costringere ancora una volta suo padre a prendersi cura di lei, ammette. Calle ha smesso di creare, ha attraversato una lunga crisi artistica. « Ero minacciata di mutismo per la perdita imminente di questo sguardo che ha guidato la mia vita » . ” Beau doublé, Monsieur le marquis!” è la mostra che segna il suo ritorno. Il titolo “Bella doppietta, signor Marchese” è tratto da un vecchio carosello di un armatore che Calle ha trovato frugando negli archivi televisivi, ma è anche un riferimento all’amica e scultrice Serena Carone, complice nell’allestimento, nel quale sono disseminati tanti oggetti personali: un vestito rosso da sposa per un matrimonio mai avvenuto, le chiavi di una stanza al Bristol, l’albergo dove sua madre ha perso la verginità. In una stanza c’è la voce dell’artista che legge un lungo poema fatto con vocaboli per lo più sconosciuti, il gergo utilizzato dai cacciatori. ” Alziamo il volume, almeno per il vernissage” chiede a uno degli allestitori. Arriva l’amica Carone. ” Mi aiuti a sistemare il testo vicino al cane piombato?”, domanda Calle a proposito della radiografia di un cane ucciso da cacciatori. Il percorso è un dialogo tra le due artiste ma riprende molti dei temi cari a Calle, a cominciare dall’assenza. Dieci anni fa aveva raccontato il primo di tanti addii, quello di un amante congedatosi con una burocratica comunicazione via email, “Prenez soin de vous”. Un centinaio di intellettuali avevano accettato di improvvisare una risposta.

La mostra parla anche di un altro lutto che ha segnato l’artista, quello di Souris, compagno felino su cui Calle ha scritto un testo pubblicato da Le Monde nella serie estiva del giornale dedicata all’amore. Il muso bianco e nero di Souris spunta dalla piccola bara di cartone. Se n’è andato un anno fa con un funerale pieno di affetto. ” Fabio l’ha baciato. Camille ha sussurrato all’orecchio la canzone She Was. Florence l’ha carezzato. Anne l’ha addormentato. Maurice ha scavato un buco nel giardino”, scrive l’artista che ricorda anche alcuni amici scomparsi. Appaiono sul mausoleo che Serena Carone ha costruito. Ogni persona scomparsa è rappresentata da un animale impagliato proveniente dalla collezione dell’artista: «Hervé, la scimmia verde, perché l’Aids. Manolo, il cane, perché l’amore incondizionato » . Calle è appassionata di tassidermia sin da giovane. Nel piccolo pantheon funerario ci sono i genitori. Monique è la giraffa «per l’ironia e la tristezza nello sguardo » . Bob è una tigre. « Perché era mio padre ». I genitori sono sepolti nel cimitero di Montparnasse dove lei andava a passeggiare da piccola, sua madre abitava nel quartiere. All’ingresso, i visitatori sono invitati a raccontare qualcosa sulla morte. Calle ha confessato al New York Times di aver comprato un loculo in un camposanto della California. Ma la mostra non è mai lugubre, gioca in scioltezza con la vita, sapendo che non esistono vincitori.

« C’è qualcosa di poetico nella fine di una storia. In ogni fine » . Andando a trovare suo padre in ospedale, ha annotato le parole pronunciate prima di salutarsi. ” Altrove”. ” Omosessuale”. ” Soldi”. ” Bicchiere di vino”.

Ogni volta temeva fosse l’ultima, ma intanto la lista si allungava. ” Sabato ha detto: morire. Domenica ha detto: mattino. È morto lunedì 6 aprile 2015 alle 6 e 50″. Calle vive tra la Camargue e un’ex fabbrica di Malakoff, periferia parigina. Come tanti artisti apertamente autobiografici, non ama parlare di sé. « Dico già molto attraverso le mie opere » . Nel museo sfilano immagini di luoghi di attesa: lo strapuntino di un treno, la panchina per strada, una sdraio in mezzo alla campagna. Ancora l’assenza. Sfogliando gli annunci matrimoniali pubblicati nella rivista di caccia Le chasseur français, una delle più antiche del paese, ha stilato un catalogo delle qualità ricercate dagli uomini. Nel 1895 c’è poco da discutere, si guarda soprattutto alla dote e alla verginità. Con il tempo compaiono qualità fisiche, poi psicologiche e intellettuali. Oggi con Tinder e altre applicazioni i criteri si sono accorciati, prevale l’immediatezza, la rapidità di consumo.

« Si parla in chilometri » .

«L’arte non guarisce», dice con sicurezza Calle, appoggiandosi a un tavolo senza mai sedersi. «Ma aiuta a tenersi occupati». Le assistenti stanno ancora completando i testi da appendere per accompagnare le opere.

L’artista rilegge, taglia, corregge. Sarà il primo vernissage senza Bob. Veniva sempre. Parlava solo per dire ciò che non andava bene. «Se faceva solo una o due critiche allora capivo che la mostra gli era piaciuta » . La crisi di ispirazione seguita alla sua scomparsa è definitivamente superata? Calle elude. « Non credo alle virtù taumaturgiche della creazione, almeno io non lo faccio per questo » . Artista- performer, uno dei suoi primi lavori si è svolto in un hotel, come cameriera. Aveva raccontato i clienti attraverso gli oggetti che lasciavano nelle stanze. « Niente di veramente osceno. Nessuno si è mai riconosciuto nelle mie fotografie. Neanche su di me ho mai rivelato cose straordinarie». Il concetto di intimità è cambiato con la Rete e i social network. «Quello che faccio è molto diverso», risponde, precisando di non avere un profilo Facebook e di non sapere neppure come utilizzare Instagram. Nella mostra si vede una carrozzina vuota. « Non ho avuto figli e non me ne pento. Le famiglie non mi piacciono, anche quelle che sembrano felici. Non ci credo. Mentono». I suoi genitori si sono separati quando aveva un anno. « La famiglia è qualcosa che non conosco davvero. Ho avuto due genitori, mai frequentati insieme. Adesso è finita». Ci sono gli amici, un piccolo clan. La madre e il padre come una presenza-assenza. E lei, solo e per sempre figlia.

 

Commento:

 

Sottolineerei di questo articolo due frasi:

  1. “C’è qualcosa di poetico nella fine di una storia. In ogni fine”;
  2. “L’arte non guarisce. Ma aiuta a tenersi occupati”

Cosa c’è di poetico nella fine di una vita o di una storia d’amore?

E in ogni fine?

Si intuisce che c’è qualcosa di vero nell’affermazione di Sophie Calle, e gli psicologi che aiutano le persone ad elaborare i lutti (cioè la fine di una storia) lo intuiscono, ma come dirselo, in un colloquio empatico, in modo da far trasparire il “positivo” che in ogni storia finita c’è da rilevare e conservare per inventare il futuro?

Più problematica è l’affermazione secondo la quale l’arte non sarebbe terapeutica. Non perché non ci sia anche in essa qualcosa di vero, ma perché talvolta si constata che essa è falsa. In sostanza l’esperienza dell’aiuto alle persone in lutto dice che talvolta l’arte non guarisce e tal’altra non si guarisce senza arte.

 

Francesco Campione

Ancora sulla violenza di genere

Riprendiamo il filo del discorso sulla vicenda della violenza sulle donne con due articoli molto significativi.

 

Gentilezza e molestia, un confine esiste

(Corriere della Sera di Domenica 5 Novembre 2017)

di Beppe Severgnini.

Gli uomini possono aprire la porta alle donne? Se lo chiede Greta Sclaunich su La 27esima ora, citando un servizio di The Lily, una testata sperimentale del Washington Post destinata alle Millennials. Posso assicurare le ragazze americane, e la giovane collega italiana, che la discussione non è nuova. Ricordo l’episodio, proprio a Washington DC. Primavera 1995: entrando in un ristorante, apro la porta ad una signora che conosco. Lei sibila: “I can manage”. Mela cavo da sola.

Da allora, negli USA, evito galanterie: non si sa mai. Ma ci sono un paio di riflessioni in materia che vorrei condividere con voi. Sembra evidente che il produttore Harvey Weinstein si comportasse come un maiale (le nostre scuse ai suini). È chiaro che l’attore Kevin Spacey non ha ceduto a un’isolata tentazione, molti anni fa; ma ha mantenuto un modus operandi odioso. Due innovatori nel cinema, due maschi predatori. Combinazione non insolita, anche alle nostre latitudini. Tuttavia mi chiedo, ascoltando certe reazioni: non stiamo esagerando? Non rischiamo una sorta di maccartismo sessuale? È un’opinione che potrebbe venire travisata, lo so; ma conto sulla sensibilità dei lettori. Ne abbiamo parlato, in questi giorni, nella redazione di /- Corriere, che è giovane e prevalentemente femminile. Ho ascoltato opinioni diverse, ma è consolante trovare la conferma di una cosa che sapevo: le donne intelligenti hanno intuito i rischi che corriamo. Tutti, maschi e femmine, in ogni posto di lavoro. Le donne più dei maschi, non c’è dubbio. Molti uomini, purtroppo, non sanno vedere il confine tra gentilezza e molestia, tra corteggiamento e ricatto. Sono cose molto diverse. Molestie e ricatti sono intollerabili. Gentilezza e corteggiamento fanno parte della vita. Anche della vita di lavoro. Ho usato, poco fa, l’espressione “maccartismo”. Ricordo cos’è stato: un’isteria collettiva che, in nome dell’anticomunismo, portò ingiustizie e sofferenze negli USA dei primi anni 50 (il nome viene dal senatore repubblicano Joseph McCarthy, paladino di questa insana crociata). Il termine è rimasto e indica un’atmosfera di sospetto generalizzato, nella quale diventa impossibile difendersi. Guai se accadesse nei nostri luoghi di lavoro. I predatori e i molestatori non aspettano altro: tutti colpevoli, nessun colpevole! Invece le colpe sono chiare e cosi l’innocenza: basta guardare il mondo con occhi puliti.

 

Eve Ensler: “Con Weinstein cambia tutto, la rivolta è generazionale e vera”

(la Repubblica di Domenica 5 Novembre)

di Antonello Guerrera

Il prossimo febbraio il V-Day compirà vent’anni. Ma questo non è il “vaffa” di Beppe Grillo. V-Day sta per Victory (vittoria), Valentine (il giorno di San Valentino, l’amore dunque) e Vagina.
È un’associazione no profit che da ormai due decenni lavora, ogni giorno e senza sosta, per la parità sessuale e contro ogni discriminazione e violenza sulle donne. A fondarla molto tempo fa è stata Eve Ensler, 64 anni, drammaturga, scrittrice, attivista americana e celebre nel mondo per i suoi Monologhi della vagina (ed. Il Saggiatore). Quella pièce teatrale ha raccolto confessioni, sentimenti, paure e passioni di oltre duecento donne. Quelle voci, nel tempo, hanno acquistato vigore, fiducia, influenza. Tanto che ora scuotono “l’establishment sessista e maschilista” dopo le denunce in ogni angolo d’Occidente innescate dal caso delle molestie, e forse uno stupro, di cui è accusato il fu potentissimo produttore cinematografico americano Harvey Weinstein. “Ma Weinstein è stata solo la scintilla”, spiega Ensler al telefono dagli Stati Uniti, “se le donne americane e di tutto il mondo si stanno indignando e ribellando contro il sistema maschilista per i loro diritti è grazie alle attiviste e al lavoro che tutti noi abbiamo fatto in questi ultimi anni, in silenzio, lontano dai riflettori”.

Ma, signora Ensler, non teme che questi continui scandali sessuali rimangano solo episodi del mondo vip? Non ha paura che questa ondata di indignazione rimanga confinata tra attori e politici e non coinvolga anche le donne comuni e, quindi, più invisibili?
“Assolutamente no. Questa è una rivolta generazionale che interesserà eccome la vita di tutti i giorni e di tutte le donne. Certo, in generale, il pericolo che dice lei c’è. Ma stavolta non sarà così. Questo non è un altro caso Polanski o Tyson o Kennedy. Stavolta è un momento spartiacque. E nulla sarà come prima”.

Perché?
“Ma non lo vede? Moltissime donne, anche comuni, si stanno ribellando, in ogni parte del mondo occidentale, ogni giorno. E non solo nel mondo dello spettacolo: al Congresso americano le donne hanno cominciato a vuotare il sacco, ad Amazon lo stesso (di recente si è dimesso il dirigente Roy Price, ndr), e così la politica britannica ne è stravolta, in Francia decine di donne sono scese in strada giorni fa contro Polanski e molte altre si stanno ribellando in silenzio, ma non se ne parla perché non sono famose. Giorni fa ero a Chicago dove ho incontrato un gruppo di donne delle pulizie di un albergo perché hanno ottenuto una grande vittoria: un pulsante di emergenza sui loro vestiti da premere in caso di molestie in stanza. La rivoluzione è cominciata, il cambiamento è adesso. C’è una forza universale che sta smuovendo le coscienze, ovunque”.

Quindi, secondo lei, questa non è un’estemporanea reazione collettiva?
“Assolutamente no. Lo sapevamo che doveva accadere prima o poi. Il femminismo non è “un’ondata”. Per qualcuno è glamour, invece è un costante lavoro quotidiano. Noi di V-Day e molte altre associazioni abbiamo seminato tanto impegno e fatica negli ultimi anni e ora le donne finalmente cominciano a raccoglierne i frutti. Una battaglia che sarà ancora durissima. Ma la vittoria ora è più vicina. Perché ora le donne saranno sempre più militanti”.

Che cosa e quanto manca alla vera parità tra uomo e donna, secondo lei?
“Innanzitutto, almeno negli Stati Uniti, bisogna sbarazzarsi di Donald Trump, un presidente predatore, molestatore reo confesso, che distrugge i diritti riproduttivi, che umilia ogni giorno le donne, che rafforza la cultura dello stupro, che legittima i tuttora tantissimi misogini e i sessisti di questo paese. Allo stesso tempo, forse la sua presenza paradossalmente ha dato più energia a noi donne per ribellarci. Siamo in un momento in cui gran parte del mondo è sempre più omofobo, razzista, xenofobo. Contemporaneamente, però, adesso le donne si alzano in piedi e sfidano lo status quo. E saranno sempre di più”.

Ma cosa bisogna fare, in concreto, per raggiungere l’obiettivo?
“Multare le aziende che non applicano la parità salariale e contrattuale tra uomo e donna. Svergognare pubblicamente chi umilia le donne solo perché donne. Ma soprattutto cambiare la mentalità degli uomini. Istruirli a capire la gravità e le sfumature delle molestie nei confronti di una donna, fisiche e verbali. Faccio un appello agli uomini buoni, quelli

che non farebbero mai male a una donna: il vostro silenzio è colpevole. Mantenere lo status quo da privilegiati è disumano e ingiusto nei confronti di vostra madre, di vostra figlia, di vostra sorella. Fatevi un esame di coscienza. E poi ribellatevi anche voi”.

 

Aforisma

La congiura dei mercanti

Gesù li ha cacciati dal tempio e da allora il commercio non ha niente di sacro.

Ma i mercanti si sono vendicati: hanno pagato il popolo ebraico che ha urlato a gran voce: “A morte Gesù! Viva Barabba!”

Giuda ha fatto il resto per soli trenta denari, ma almeno lui ha sentito il rimorso del tradimento e si è suicidato.

 

Francesco Campione