Aforisma

Una signora anziana malferma sulle gambe passeggia dentro una pista ciclabile. Un ciclista sopraggiunge ad una velocità sostenuta e, scansandola con una brusca frenata che quasi la fa cadere, le urla: “Brutta vecchiaccia, vai al ricovero!”.

L’anziana è umiliata e vorrebbe poter esprimere tutta la sua rabbia, ma ha paura, si chiude e tace. Passa poi la notte in bianco e l’indomani torna a passeggiare dentro la pista ciclabile con un cartello appeso al collo che dice: “ciclisti, abbiate pazienza, sto andando al ricovero!”.

Naturalmente il primo ciclista che sopraggiunge ad una velocità che non gli consente di leggere il cartello, la travolge e la uccide.

Più di tutto colpisce chi in seguito ha letto il cartello addosso alla vecchia, sono le faccine sorridenti che concludono la scritta.

Francesco Campione

 

Forum Psicoumanesimo

Sottoponiamo alla discussione con un breve commento un articolo del Corriere della Sera (Domenica 18 Giugno 2017)  e una puntuale risposta pubblicata sullo stesso giornale ( Mercoledì 21 Giugno 2017).

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Quest’anno a pronunciare il tradizionale discorso di congedo ai laureandi del Mit di Boston è stato Tim Cook, il numero uno di Apple. Pubblichiamo qui ampi stralci del suo intervento.

 

Di Tim Cook

Grazie e congratulazioni, classe 2017. (…) E’ un grande onore per me essere qui oggi con le vostre famiglie e i vostri amici, in un giorno così importante e straordinario. Il Mit e Apple hanno molto in comune: entrambi amano i problemi difficili. Amiamo cercare nuove idee e soprattutto amiamo trovare quelle idee. Idee realmente grandi, idee che possono cambiare il mondo. (…) Sono tante le cose di cui potete andare fieri. State concludendo un ciclo per passare alla meta successiva del vostro viaggio di vita, e state certi che ci saranno giorni in cui vi chiederete: “dove mi sta portando tutto questo?”, “qual è lo scopo?”, “qual è il mio scopo?”. Sarò onesto, mi sono chiesto anch’io le stesse cose mi ci sono voluti quasi 15 anni per trovare una risposta. E forse, parlandovi del mio viaggio, vi aiuterò a risparmiare tempo.

In cerca di Risposte.

La mia ricerca è iniziata presto. Al liceo ho pensato di aver capito quale fosse lo scopo della mia vita quando ho trovato una risposta alla classica domanda: “cosa vuoi fare da grande?”. E invece no. All’università credetti di averlo scoperto quando riuscii a rispondere alla domanda: “cosa sai fare meglio?”. Ma non c’ero ancora. Poi pensai di averlo capito quando trovai lavoro. In seguito mi dissi che ci voleva qualche promozione. Ma neanche questo ha funzionato. Cercavo di convincermi che la risposta fosse sempre dietro l’angolo successivo. E invece no. Questa situazione mi stava distruggendo. Una parte di me continuava a spingermi per andare avanti e a raggiungere l’obiettivo successivo. L’altra parte invece continuava a chiedere “è tutto qui?”. (…) Dopo una miriade di tentativi, alla fine, vent’anni fa, la mia ricerca mi ha portato in Apple. A quei tempi l’azienda stava lottando per sopravvivere. Steve Jobs era appena tornato e aveva lanciato la campagna “Think different”. Voleva dare la possibilità ai folli- gli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso- di fare al meglio il loro lavoro. Steve pensava che bastasse questo per poter davvero cambiare il mondo.

Le parole di Steve Jobs.

Prima di allora non avevo mai conosciuto un leader con una tale passione, o un’azienda con uno scopo così chiaro e trascinante: servire l’umanità. Tutto lì, servire l’umanità. Ed è stato in quel momento, dopo 15 anni di ricerca, che è scattato qualcosa. Mi sentivo finalmente allineato. Allineato con un’azienda che creava cose rivoluzionarie con uno scopo ancora più sensazionale. Allineato con un leader convinto che la tecnologia che non esisteva ancora avrebbe reinventato il mondo di domani. Allineato con me stesso e la mia profonda esigenza di fare qualcosa di più grande.Naturalmente, all’epoca no ne ero consapevole. Ero semplicemente grato che mi fosse stato tolto un peso psicologico. Ma, con il senno del poi, tutto ha acquistato un senso. Non avrei mai trovato il mio scopo lavorando in un’azienda che non avesse un suo scopo ben definito. Steve e Apple mi hanno dato la possibilità di dedicarmi con tutto me stesso al lavoro, di abbracciare la loro mission e di farla mia. Come posso servire l’umanità? Questa è la domanda più importante della vita. Quando lavori a qualcosa che è più grande di te, trovi un senso, trovi lo scopo. Quindi la domanda che spero vi poniate da questo momento in poi è “come posso servire l’umanità?”. La buona notizia è che essendo qui oggi, siete sulla buona strada. Al Mit avete imparato che la scienza e la tecnologia hanno il potere di migliorare il mondo. Grazie alle scoperte fatte proprio qui, miliardi di persone stanno conducendo una vita più sana, produttiva e appagante. E se mai riuscissimo a risolvere anche uno solo dei grandi problemi del mondo, dal cancro ai cambiamenti climatici, alla disuguaglianza educativa, sarà grazie alla tecnologia. Ma la tecnologia da sola non basta. E talvolta può essere anche parte del problema.

L’incontro con il Papa.

L’anno scorso ho avuto l’opportunità di conoscere Papa Francesco. E’ stato l’incontro più incredibile della mia vita. E’ un uomo che ha passato più tempo a dare conforto agli abitanti delle favelas che a colloquio con i capi di Stato. Non ci crederete, ma sa tante cose sulla tecnologia. Era evidente che avesse studiato la materia, le sue opportunità, i rischi e l’aspetto morale. Quello che mi ha detto durante l’incontro, in una sorta di preghiera, è qualcosa che ci sta molto a cuore in Apple. Ma ha espresso questa preoccupazione condivisa in un modo completamente nuovo: l’umanità non ha mai avuto così tanto potere su se stessa, e pure nulla potrà garantire che questo potere sarà usato saggiamente. Oggi la tecnologia è parte integrante di quasi tutti gli aspetti della nostra vita, e la maggior parte delle volte viene usata a fin di bene. Eppure, le potenziali conseguenze negative sono sempre più concrete e incombenti. Le minacce alla sicurezza e alla privacy, le notizie false e i social media che diventano antisociali. A volte quella stessa tecnologia che è stata concepita per unirci finisce per dividerci. La tecnologia può fare grandi cose. Ma non vuole (consapevolmente, ndr) fare grandi cose. Non vuole fare niente. Questo ruolo spetta a noi. Spetta ai nostri valori e al nostro impegno verso i nostri familiari, i vicini di casa, le nostre comunità, spetta al nostro amore per la bellezza e alla convinzione che le nostre fedi siano interconnesse, al nostro senso civico e alla nostra bontà d’animo. Non ho paura che l’intelligenza artificiale dia ai computer la capacità di pensare come gli esseri umani. Sono più preoccupato delle persone che pensano come i computer, senza valori o compassione, senza preoccuparsi delle conseguenze. Questo è quello che vi chiedo di aiutarci a combattere. Perché se la scienza è una ricerca nell’oscurità, allora l’umanità è una candela che ci mostra dove siamo e i pericoli che dobbiamo affrontare. Come disse una volta Steve, la tecnologia da sola non basta. E’ la tecnologia unita alle arti liberali, a loro volta unite alle scienze umanistiche, che fa cantare i nostri cuori. (…)

Passione e scelte.

Qualsiasi cosa facciate nella vita e qualsiasi cosa noi facciamo in Apple, dobbiamo infonderla dell’umanità con cui ciascuno di noi è nato. E’ una responsabilità enorme, ma lo è anche l’opportunità che ci offre. Sono ottimista perché credo nella vostra generazione, nella vostra passione, nel vostro viaggio per servire l’umanità. Contiamo tutti su di voi. Là fuori ci sono tante cose e persone che cospirano per rendervi cinici. Internet ci da tanto ed è di supporto a tantissime persone, ma può anche essere un luogo dove le regole del buon gusto smettono di esistere e dilagano invece superficialità e negatività. Non lasciate che queste piccolezze vi portino fuori strada. Non lasciatevi abbindolare dagli aspetti triviali della vita. Non date retta ai troll e soprattutto, vi prego, non diventatelo voi stessi. Misurate il vostro impatto in termini di umanità e non di “mi piace”, considerando le vite che andate a toccare; non in termini di popolarità, ma di persone che aiutate. Mi sono accorto che vivo meglio da quando ho smesso di preoccuparmi di ciò che gli altri pensano di me. Sarà lo stesso per voi. Rimanete concentrati su ciò che conta davvero. Ci saranno volte in cui la vostra dedizione a servire l’umanità verrà messa a dura prova. Siate pronti. La gente cercherà di convincervi che dovete tenere l’empatia al di fuori della vita lavorativa. Non accettate questo falso presupposto. A una assemblea degli azionisti di alcuni anni fa qualcuno ha messo in discussione l’investimento e l’impegno di Apple a favore dell’ambiente. Mi ha chiesto di fare in modo che Apple investisse esclusivamente in iniziative ecologiche che garantissero un ritorno sull’investimento. E ho cercato di essere diplomatico. Ho sottolineato il fatto che Apple crea molte cose, ad esempio le funzioni di accessibilità per chi è affetto da disabilità, che non generano un ritorno. Facciamo le cose che facciamo perché sono le cose giuste da fare, e salvaguardare l’ambiente ne è un esempio concreto. Quella persona ha continuato ad insistere, finché non ho perso la pazienza e gli ho detto: “se non accetti la nostra posizione, non dovresti essere azionista Apple”.

L’idea migliore.

Quando siete certi che la vostra causa è giusta, dovete avere il coraggio di difenderla. Se vedete un problema o un’ingiustizia, pensate che nessuno tranne voi può risolverlo. Proseguendo nel vostro cammino, usate la vostra mente, le vostre mani e i vostri cuori per creare qualcosa che sia più grande di voi.  Ricordate sempre: non esiste un’idea migliore di questa. Come disse Martin Luther King, “tutte le vite sono interconnesse. Siamo tutti legati in un unico destino”. Se tenete sempre ben presente questa idea, se scegliete di vivere la vostra vita a metà strada tra la tecnologia e le persone che aiuta, se vi impegnate a creare il meglio, a dare il meglio e a fare il meglio, per tutti, non solo per alcuni,  allora oggi l’umanità può ben sperare.

 

 

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Le parole di Tim Cook e L’umanità che soffre

 

Di Gian Antonio Stella

“Come posso servire l’umanità? Questa è la domanda più importante della vita”, ha detto giorni fa il numero uno di Apple Tim Cook ai laureati del Mit di Boston. Evviva. E sono importanti altre tante cose dette dal guru hitech. La preoccupazione per le “persone che pensano come i computer, senza valori o compassione, senza preoccuparsi delle conseguenze”. L’invito a “non dare retta ai trolls”. L’incoraggiamento ai ragazzi a misurare il proprio “impatto in termini di umanità e non di mi piace”. Come non essere d’accordo? Resta un dubbio: ma l'”umanità” che vuol “servire” è la stessa che serve papa Francesco, peraltro citato dal successore di Steve Jobs come “un uomo che ha passato più tempo a dare conforto agli abitanti delle favelas che a colloquio coi capi di Stato”? “La carne dell’umanità è ferita dall’ingiustizia, dalla sopraffazione, dall’odio e dall’avidità”, dice il Santo Padre. Che batte e ribatte: “l’avidità di denaro è la radice di tutti i mali”. Il guaio è che la Apple, su questi temi, zoppica. Ricordate l’inchiesta del New York Times di cinque anni fa, ripresa da Paolo Salom, sugli stabilimenti cinesi della società di Cupertino? “Basta leggere il cartello che mette in guardia gli operai, come una riedizione del dantesco -Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate-. Dice: -Lavorate duramente oggi o duramente trovatevi un altro lavoro domani-“. E ancora: “Turni sulle 24 ore, sei giorni su sette, 12 ore per turno, senza potersi mai sedere, punizioni per i ritardatari, costretti a scrivere umilianti lettere di scuse, dormitori affollati all’inverosimile…”. Da allora, anche se dopo i 13 suicidi nel solo 2010 nella sola fabbrica Foxconn di Shenzhen la Apple ha diffuso rassicurazioni sulle regole date per “migliorare le fabbriche negli ultimi anni, dotando i fornitori di un codice di condotta”, riemergono periodiche nuove accuse, nuove polemiche. Spiegava un anno e mezzo fa il sito cinaforum.net, ad esempio, che nonostante la “diminuzione dell’orario di lavoro ufficiale da 63 a 60 ore settimanali” a 1,85 dollari l’ora (ufficiale: poi ci sono gli straordinari) un’inchiesta condotta con operai infiltrati dall’Ong americana China Labour Watch aveva rivelato pesantissime condizioni lavorative e sanitarie. Poi ci sono le accuse di Amnesty International alla Congo Dongfang Mining ( a controllo cinese) le cui miniere forniscono a varie multinazionali, Apple compresa, gran parte del cobalto mondiale, estratto tra gli altri da moltissimi bambini costretti a lavorare in condizioni disumane

Commento:

 

Siamo tutti d’accordo che la domanda più importante della vita è “come posso servire l’Umanità?”, se pensiamo che l’Umanità sia portatrice solo di positività. In realtà, non possiamo sostenere che la cattiveria, la violenza, l’odio, l’oppressione, il disprezzo, la guerra, ect. non siamo altrettanto “umani” della bontà, della dolcezza, dell’amore, della solidarietà, del rispetto e della pace. Ne consegue che la domanda più importante della vita è un’altra: “Come posso migliorare l’Umanità?”

Se Tim Cook e Gian Antonio Stella non si riferissero parlando di Umanità solo ai suoi ideali positivi, ma tenessero conto  più realisticamente anche delle sue realtà negative, potremmo superare la contrapposizione (che rappresentano) tra la retorica idealistica di un capitano d’industria che per avere successo (profitto) deve necessariamente sfruttare qualcuno, e la denuncia altrettanto idealistica di chi pensa che la Apple potrebbe smettere di sfruttare diventando più “umana”  senza rischiare di fallire.

Sono naturalmente da apprezzare sia il Capitano d’industria che incita i giovani laureati a servire l’Umanità e non solo se stessi, sia il Cronista di denuncia che pretende da lui comportamenti concreti di Umanità oltre le belle parole. Ma forse invece di considerare le cose a partire dall’Umanità ideale (come fanno entrambi) bisognerebbe partire dall’Umanità reale per migliorarla concretamente nella prospettiva di un ideale tutto da definire, condividendo l’avvenire in uno sforzo di condivisione di tutti che va bene al di là della contrapposizione idealistica tra coloro che nella nostra epoca detengono il monopolio della retorica e quello della denuncia.

Francesco Campione

 

Aforisma

Dopo un po’ che si è vissuto, la vita appare come un insieme di desideri possibili e di desideri impossibili.

I desideri possibili sono i bisogni, i cui beni e le cui soddisfazioni sono parziali e non duraturi.

I desideri impossibili sono i desideri di perfezione (felicità per sempre, amore per sempre, pace per sempre, Bene per sempre).

È cosi abbiamo sempre una doppia vita!

Francesco Campione

Forum Psicoumanesimo

Commento all’articolo del 12 Giugno ( Forum Psicoumanesimo: Ormai anche il lavoro a impatto sociale obbedisce a regole di produttività, Umberto Galimberti, Il Manifesto, 15 Maggio 2017),

di Emanuela Morelli:

 

“Sono una psicologa palliativista e lavoro  in Hospice da anni.
Codivido le idee di Galimberti tanto che la mia specializzazione in cure palliative e quindi il mio modello d’intervento quotidiano nella relazione d’aiuto danno priorità alla dimensione umana prima che a quella biologico-clinica e personale-emotiva.  La formazione continua e l’esperienza professionale  tuttavia insegnano anche che purtroppo la realtà del mondo del lavoro  è permeata da quel “pensiero calcolante” che, a volte anche in ambito sanitario e di  “fine vita”, attraverso ad esempio l’estrema  medicalizzazione  degli interventi e la “rigidità” delle procedure, disconosce e mortifica non solo l’efficacia ma il senso stesso della gratuittà e dell’etica della responsabilità. In un  sistema di lavoro cioè in cui il pensiero dominante è  basato  essenzialmente sull’interesse e la convenienza chi continua a credere nella forza e nel valore della dimensione umana può fare quindi molta fatica (per usare un eufemismo) ad essere riconosciuto e realmente integrato con il proprio ruolo e le proprie funzioni se non addirittura andare incontro al rischio di esserne espulso.
Chiaramente la fatica e il rischio sono doppi per chi, come spesso gli stessi psicologi, vive già una fragilità e una precarietà di riconoscimento nel proprio contesto di lavoro e, se non possiede gli strumenti e le risorse necessarie per gestirli, va in crisi ed è sopraffatto dal dolore.
Il buon senso, la razionalità e le necessità della vita possono far  riflettere e mettersi in discussione ma, “cambiare strada” e valori per adattarsi e sopravvivere implicherebbe proprio quel “pensiero calcolate” che è impossibile e si autoesclude in chi, al di là della volontà,  si riconosce e si identifica esclusivamente o prevalentemente nella Dimensione Umana… e così il conflitto e le difficoltà permangono.
Un bel dilemma, o una certezza (in base ai punti di vista), sicuramente un  motivo di sofferenza e di inevitabile  bisogno di aiuto competente nel sopportare e nell’andare avanti senza soccombere!
Grazie ancora  prof.!”.

LA SUPERVISIONE PSICOLOGICA NELLE ISTITUZIONI SANITARIE

Nelle migliori librerie.

 

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Un testo che affronta i problemi e le criticità del team building (costruzione dell’Equipe), dello staff-support (il sostegno all’Equipe nell’affrontare le sue criticità come ad esempio il coinvolgimento emotivo nelle situazioni più tragiche) e lo staff-support case (la supervisione dell’Equipe attraverso la discussione dei casi clinici). Il testo rappresenta la prima opera sistematica che esce in Italia sulla costruzione e la gestione dell’Equipe sanitarie. Esse necessitano, infatti, di uno specifico intervento che superi o attenui i due ostacoli fondamentali che il lavoro di Equipe incontra: L’individualismo personalistico dei professionisti e la difficoltà di dialogo tra diverse culture professionali quando l’Equipe è multidisciplinare.

Forum Psicoumanesimo

Aforisma

Hai una badante che quando ti lava ti striglia come un asino?

Hai tre alternative:

I. Dirti che non importa che non sia delicata: una brava professionista deve lavarti bene e lei lo fa;

II. Proponiti di trovarne un’altra che non ti tratti da asino ma da essere umano;

III. Parla con la tua badante e aiutala a diventare più umana.

Francesco Campione

 

Forum Psicoumanesimo

Commento all’articolo del 12 Giugno ( Forum Psicoumanesimo: Ormai anche il lavoro a impatto sociale obbedisce a regole di produttività, Umberto Galimberti, Il Manifesto, 15 Maggio 2017),

di Maria Teresa Lo Vecchio:

“Francesco carissimo,

sono felice di riflettere insieme a te e ai colleghi del forum su quanto raccontato dal lettore di Repubblica e sull’argomentazione di Galimberti.

La mia riflessione parte da un’esperienza diretta della “disumanizzazione del sociale”, che ho avuto in un lavoro-non lavoro in un’associazione (percepivo – per scelta e non mio malgrado! – solo un rimborso spese, pur essendo un lavoro vero e proprio, perché credevo nel valore sociale di quel servizio di aiuto alle famiglie in crisi e difficoltà) che ho lasciato avvilita, prima ancora che schifata, per le dinamiche di potere e il bisogno di esibizionismo che soverchiavano il bene delle persone-utenti, bene del tutto irrilevante, nel momento in cui non coincideva con gli interessi narcisistici degli “impresari” di quel servizio di volontariato.

Questa esperienza è risultata dunque in perfetta sintonia con il “pensiero calcolante” di cui parla Galimberti. “Pensiero calcolante” non solo su criteri di efficienza e produttività (superfluo dire che anche lì erano più importanti le statistiche, i numeri, la quantità degli avventori, rispetto al valore umano dell’aiuto che veniva offerto), ma “calcolante” anche sul ritorno di immagine, sull’uso dell’altro per trarne conferma lusinghiera per il sé, in un altruismo egoistico in cui “l’alter” ha diritto di cittadinanza solo se asservito all’ego, ha diritto di esistere per me solo se esiste “per-me”. Altrimenti: avanti un altro! In un susseguirsi senza fine, perché senza fine è l’appagamento dell’io, quando non c’è un “altro” a delimitarne gli argini.

Ma è proprio quando sembra non ci possa essere più speranza per l’umanità, intesa come genere umano, proprio perché intesa anche come altruismo autentico (Galimberti dice: “non so dove sia ancora possibile trovare qualche traccia dell’umano”), è proprio allora, credo, che dobbiamo sentire forte, fortissimo, il richiamo alla responsabilità personale, ancora più forte per noi psicologi che riceviamo il permesso di entrare nelle stanze più intime degli individui, il richiamo al poter e voler fare tutto quanto possibile, per affermare e per testimoniare che ci può essere, anzi, c’è un’alternativa, un modo diverso di avvicinarsi all’altro, non perché ci serve, né perché ci assomiglia, né perché è e agisce come vogliamo, ma perché è Altro, semplicemente, complessamente “altro”.

Forse sono stata confusa, forse non sono rimasta nei binari del tema, ma è quello che sento e in cui credo. Per questo vorrei aderire allo Psicoumanesimo (come posso fare?), riconoscendolo come un’esigenza urgente in una realtà in cui, parafrasando Galimberti, l’uomo più che mai aspira alle promesse contenute nelle Beatitudini, proprio perché più che mai lontano da esse.

Un carissimo saluto”.

 

Aforisma

…In altri termini, bisogna imparare a esistere senza essere e senza destinazione, bisogna imparare a non pretendere di cominciare né di ri-cominciare niente- e neanche di concludere.

Jean-Luc Nancy (Banalità di Heidegger, Cronopio, 2016).

Commento:

Esistere senza essere significa non curarsi di andare, vivendo, a cercare la propria essenzialità o autenticità di esseri personali unici e insostituibili. Esistere è esser-ci qui e ora, incuranti del prima e del dopo. Vuol dire vivere fregandosene delle origini e del destino, qualunque cosa dicano oracoli ed oroscopi. Con la conseguenza che chi non ha origini non può concludere ne ri-cominciare. Senza origini e senza destino, la libertà trionfa, tutto è possibile, persino che niente sia possibile.

Se volete essere sicuri, cercate un’altra strada.

Francesco Campione

Forum Psicoumanesimo

Cari Amici,
Un gruppo di psicologi che si riconoscono nel Manifesto dello Psicoumanesimo stanno discutendo in questo Forum (15 Maggio 2017)  .
La discussione si sviluppa a partire da riflessioni significative dell’attualità. Vi sottoponiamo un articolo di Sarantis Thanopulos (di seguito, Il Manifesto, sabato 3 giugno 2017).
Vi saremmo grati se voleste inviarci le vostre riflessioni.

Ringraziandovi anticipatamente.
Francesco Campione

 

Il disagio della cura

Sarantis Thanopulos

Un ragazzo è morto a causa di un’otite. In cura omeopatica, non aveva assunto antibiotici. La sua morte ha scatenato le solite, improduttive, polemiche sul crescente ricorso a forme di cura ribelli ai modelli imposti dalla ricerca scientifica. L’esercizio dell’autorità (il colpevolizzare e l’induzione di paura) vale niente nel campo della prevenzione degli atteggiamenti “scorretti”. Spesso favorisce ripiegamenti difensivi, che senza contraddire apertamente i propositi degli “educatori”, rinforzano la diffidenza nei loro confronti.

Convergono verso il rigetto diffuso delle cure mediche scientifiche (o “ufficiali”, per coloro che ne diffidano), spinte non univoche che nel loro intreccio assumono una forza notevole. La prima è una concezione purista dell’esistenza: la ricerca della salute come valore a sé stante, la deprivazione per restare incontaminati che tratta malattie e piaceri come sinonimi. Ugualmente importante è la reazione “allergica” all’eccesso di farmaci, all’induzione di abuso e di dipendenza di cui l’alleanza commerciale tra la medicina e le case farmaceutiche è responsabile. In gran parte il consumo di medicinali è superfluo, inutile. Al purismo e all’allergia psicologica si aggiunge il rifiuto della malattia: la difficoltà di gestire i propri problemi di salute in un modo che usa l’ “essere in forma” come difesa narcisistica e in cui è sempre più arduo convivere con le limitazioni, il dolore e la paura della morte. Inoltre, lo sviluppo di strumenti diagnostici sempre più sofisticati e precisi è accompagnato dall’aumento progressivo di malattie “non comunicative” (non trasmissibili) gravi (tumori, disturbi cardiovascolari ecc.) che le cure mediche riescono ad arginare anche per periodi prolungati, ma non risolvono. Il medico sempre più incarna il malaugurio, è percepito come sguardo persecutorio, maligno. Diventa l’ospite indesiderato che scova dentro di noi un male incurabile. Così, a un livello emotivo primitivo, sentiamo che sia stato lui a provocarlo.

L’esigenza di sottrarsi alla “tirannia” medica porta al far da sé o alla ricerca di terapie in cui il curante non veste i panni di un sapere severo e distante (ma può essere sedativo o plagiante). I medici non riescono a dialogare con questa cultura di fuga dalla loro competenza in cui vedono un’assurda negazione della realtà. Ignorano, che per i loro pazienti, essendo esseri umani, il mantenimento della loro coesione psichica è più importante degli interessi corporei, materiali, se essa diventa precaria. Si meravigliano dell’autolesionismo e non si chiedono mai perché nella grande maggioranza dei casi coloro che curano sono così refrattari alla prevenzione dei loro mali.

Senza accorgersi e non potendo, di conseguenza, assumerne la responsabilità, la medicina sta dissociando la cura medica dalla cura di sé. Chi soffre è preso dagli ingranaggi spersonalizzanti dei servizi sanitari, codificato e collocato da qualche parte, elaborato come dato statistico. Trattare i pazienti in modo umano, nel rispetto delle loro emozioni e della loro dignità, ha importanti ricadute sul piano prognostico, ma non produce guadagni.

In un recente dibattito televisivo Silvio Garattini, rispettato direttore dell’Istituto Farmacologico Negri, ha fatto, a cuor leggero, un’affermazione che suona così: in Italia il dominio letterario-filosofico ostacola il riconoscimento della scienza. La medicalizzazione dell’esistenza non è una cosa buona e gli scienziati non sono tecnici che sanno usare gli strumenti scientifici. Se si allontanano dal sapere del prendere cura dell’altro e di sé, diventano dei religiosi dogmatici.