La poesia del Tao

 

Condividiamo un articolo di Susanna Mati da Il Manifesto, venerdì 11 gennaio 2019

Nelle radici viventi del tempo

Attraverso una grandiosa e solitaria Wanderung fisica, poetica e filosofica, Tiziano Fratus sta elaborando da molti anni uno straordinario lavoro interiore di riavvicinamento e riscoperta del regno naturale, inteso quale incrociarsi di dis-identità, di pensieri inattuali tuttora impensati e di vie di fuga esistenziali, posti al crocevia del tempo. Lui stesso ha definito “dendrosofia” questa ricerca di una forma di sapienza insieme tragica e vitale, intrapresa da alcuni allo scopo di “salvarsi dall’umano che li abitava”, cercando la via per relativizzarsi e riunirsi con il tutto.
Un cammino temporale lungo questa- e magari altre, non nostre- esistenze, guidato da sacre alleanze improbabili ed insieme elettive, come quella tra Eraclito, Zhuang-zi e Nietzsche, elettori elettivi di Fratus. Una triade visionaria cui manca forse solo il nome del logico buddhista Nagarjuna, secondo la cui dottrina il samsara, l’assoluta imminenza del ciclo universale di nascita e morte, e il nirvana, l’estinzione, sono la stessa medesima cosa.
Non è forse l’albero il simbolo più longevo del mistero del nostro esserci? Anima e natura da sempre si co-appartengono, e costituiscono forse, come ipotizzava Novalis, una serie successiva di potenze, nella quale la pietra, la pianta, l’animale, infine l’uomo, risultano essere di natura affine, consecutiva: “La pietra scintillante che sempre riposa, la pianta sensitiva che sugge, e la bestia selvaggia, ardente, dalle molte forme- più di tutti però il magnifico straniero dagli occhi pieni di senso, dal passo librante, e dalle labbra ricche di suoni dolcemente schiuse” (Inni alla notte, I).
La sintesi tra le varie forme, tutte egualmente straniere, di esistenza può essere prodotta, romanticamente, tramite l’immaginazione, ovvero in primo luogo tramite la poesia: ma solo da quella poesia in cui si mostra l’interdipendenza di tutto ciò che è. E se questo potere di risveglio della coscienza vale per l’inanimato, a maggior ragione varrà per l’animato.
Poiché neppure la roccia sogna serena, come viene detto in questo ultimo libro di Tiziano Fratus, Poesie creaturali (edito da Libreria della Natura); anzi, “la natura non ha nulla di buono” (Avvertenza ai naturalisti). Esiste infatti uno scambio, una permutazione, tra tutti gli esseri: lo stesso odio e la violenza che uccidono l’animale non sono forse quelli che hanno ucciso l’essere umano e che sradicano la pianta, ma anche che sventrano la montagna? Non siamo forse tutti fratelli, noi esseri viventi (e non viventi), noi esistenti che vediamo la luce del sole? Non siamo forse, in definitiva, la stessa cosa, che circola e trasforma -col tempo- aggregandosi e disgregandosi nei più svariati modi? Simpatia tra tutto ciò che è: espressa da uno dei concetti basilari del Tao, quello di trasformazione: “Il cielo e la terra sono nati il giorno in cui sono nato; tutti gli esseri e me stesso siamo una cosa sola” (Zhuang-zi, II). Detto in modo ancor più forte, che non sarebbe dispiaciuto né a Eraclito né a Nietzsche: “Invero ogni essere è altro da sé, e ogni essere è se stesso”.
Questa verità non la si vede a partire dall’altro, ma si comprende partendo da se stessi. Così è stato detto: l’altro proviene dal se stesso, ma se stesso dipende anche dall’altro. Si sostiene la teoria della vita, ma in realtà la vita è anche la morte e la morte è anche la vita. Il possibile è anche l’impossibile, e l’impossibile è anche il possibile. Adottare l’affermazione è adottare la negazione; fare propria la negazione equivale a far propria l’affermazione. Così, il Santo non adotta alcuna opinione esclusiva e s’illumina dal Cielo” (Zhuang-zi, II).
Esisterà poi davvero la differenza, che pure continuamente sentiamo e soffriamo, tra l’altro e il se stesso? Il perno del Tao, continua Zhuang-zi, è che il sé e l’altro cessino di opporsi. Il Tao è offuscato dalla parzialità; anzi, come ha potuto oscurarsi a un punto tale che ne sia stata la distinzione tra il vero e il falso? Eppure la nostra mente ci espone all’analisi, alla distinzione, alla decisione. La stessa poesia, “è come tagliare l’erba alta con la falce: il principio della distinzione “ (Esercizio di cartificazione); l’atto fondativo della parola occidentale è il temenos, l’atto apollineo del tagliare, del prendere la misura, del distinguere; questo è l’embrione della logica (o della il-logica) che governa anche la parola poetica. Tuttavia l’intelligenza grande è quella che abbraccia, la piccola è quella che discrimina; tuttavia la parola grande è quella che illumina, la piccola è quella che espone prolissamente (Zhuang-zi, II).
“Sono grato al Signore degli errori poiché fa arrancare con la testa gonfia di pensieri” (Errori). Vi è un luogo elettivo per questa erranza, che è anche un faticoso, forse inconcludente arrancamento: la foresta. A un certo punto, la nostra esistenza si apre alla grande impresa simbolica dell’andare nella foresta, come un tempo gli asceti, gli anacoreti e gli eremiti.
Nascono qui mitologie selvatiche, si riconoscono qui quel padre e quella madre che sono la foresta stessa, che parlano con la voce dell’esilio. Ma qui si inaugura anche, nel suo luogo più proprio, la figura devozionale, potenzialmente salvifica, della perseveranza (cioè dell’attenzione consapevole), che è poi un’altra definizione della meditazione, della ricerca di quel “sole che nessuno vede” (titolo di un saggio dedicato alla pratica del meditare in natura). Cosi Fratus ci insegna, in un mondo in cui contano solo l’apparire e il risaltare, a scomparire invece dentro al paesaggio; in un mondo in cui conta solo l’azione, a privilegiare invece il non-fare, il non-agire: “da lungo tempo cerco l’inutilità ed ecco che oggi, minacciato di morire, la ottengo. Questa inutilità mi è molto utile. Se fossi buono per qualcosa, come avrei potuto raggiungere una simile altezza?” (Zhuang-zi, IV). Perciò l’uomo divino non è altro che legno inutilizzabile. È quando un albero non è buono a nulla, che può raggiungere un’età tanto avanzata.
Nella meditazione, nel sedersi e dimenticare tutto, letteralmente nel soprassedere a tutto, nel desiderio del deserto, ci si svela che il deserto è anche l’unico paradossale completo appagamento. Per comprendere la vita, separarsi dalla vita- oppure immergervisi?, oppure viverla davvero?, combattere il dolore recidendone le radici, estraniarsi dalle gerarchie, sfuggire ad ogni competizione del proprio ego con quelli altrui, dismettendo ogni contemporaneo disvalore. Come “centrare il mare del vuoto” (Il tempo del legno)? Innanzitutto, lasciando appunto cadere il peso più grande, l’io: “Alla fine della giornata mi sono seduto al centro del vuoto: ho lasciato che l’io a cui tanto avevo lavorato si arrugginisse” (Invernare); poi abbandonando il raziocinio: “non pensare più a niente”; infine, lasciando che risorgano le cose come sono: “cosa esiste senza bisogno di attribuire nome” (Una porzione di terra in fondo alle tasche). Questo vuoto diventa dunque l’unica forma esperibile di pienezza e di totalità, di in-distinzione; un esercizio a non essere più solo se stessi, a sorprendere l’io e il mio, il sé e l’altro, a produrre una in-utile inoperosità, a scordare ogni individuale nominazione: “L’uomo perfetto è senza io, l’uomo ispirato è senza opera, l’uomo santo non lascia nome” (Zhuang-zi, I).
Meditazione, natura, poesia. Sullo sfondo di questa ghirlanda luminosa, si staglia il profilo del Monte Tai, il Tempio delle Radici, quelle radici che però rappresentano più il futuro che il passato, che “crescono davanti a noi”, come viene detto dall’autore ne Il sole che nessuno vede: “L’uomo è convinto che Dio abbia scelto lui per il futuro del mondo. Ma se invece fossero stati scelti il seme e le piante? Se il futuro dell’universo fosse custodito da questi nostri fratelli silenziosi e non da nostri belligeranti progetti di conquista, scoperta e invenzione?”. “Il futuro è più antico del passato” (Errori). Ecco che il Monte Tai, il Tempio delle Radici, rimandano all’ancor sempre magica origine capovolta, alla più vera immagine di un possibile altro-da-sé rispetto agli esiti egoistico-materialistici del pensiero occidentale: l’Oriente-Oriente che per noi vale sempre, e declinato al futuro (come avevano già scoperto i primi romantici), come la favolosa patria della poesia.
Commento:
Per comprendere l’approccio poetico proposto nelle riflessioni che precedono, bisogna fare riferimento fondamentalmente alla filosofia taoista il cui scopo, come dice in una meravigliosa sintesi Guenon, è: “Vedere tutto nell’unità primordiale non ancora differenziata e da una distanza tale che tutto si fonde in unità, ecco la vera intelligenza” (R. Guenon, Scritti sull’esoterismo islamico e il taoismo, trad.it: Adelphi, Milano, 1993).
La poesia della fusione di tutto (pietre, piante, animali e uomini) sarebbe precisamente un modo per raggiungere il Tao, il momento dell’inizio in cui tutto è ancora indefinito e così risiedere nell’infinito attraverso l’indifferenza di ogni cosa.
Francesco Campione

Filosofia e Scienza

Sloterdijk

 

Da Alias, Il Manifesto, domenica 13 gennaio 2019

 

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Tradotto da Meltemi, “I figli impossibili della nuova era” sollecita un bilancio del filosofo tedesco: acuto critico dei nostri ambigui miti, o nostalgico passatista intento a districarsi tra l’ovvio e l’inesprimibile?

 

Un patto scellerato in nome della Scienza

 

(Di Giorgio Ferrari e Angelo Baracca da Il Manifesto, sabato 12 gennaio 2019)

 

Non è la prima volta che nel nostro paese il mondo della scienza si rivolge alla politica affinché questa si faccia carico di questioni riguardanti il benessere della popolazione. È successo per il clima, per le scelte energetiche e per questioni etiche: ora, sembra, è la volta della salute. Tale infatti l’ambito privilegiato, ma non esclusivo, del Patto Trasversale per la Scienza che tanti consensi ha suscitato sia nei mezzi di informazione che nella stessa politica, al punto da mettere d’accordo persino due noti avversari come Beppe Grillo e Matteo Renzi.
Fuori dal coro dei consensi a noi pare che questa iniziativa abbia qualcosa di inquietante nella forma e nella sostanza del suo testo. Intanto non è un appello, ma un “patto” che le forze politiche tutte sono chiamate a sottoscrivere per finalità non solamente propositive (l’informazione, la ricerca) ma decisamente interdittive. E questa è una spiacevole novità. Di appelli fortemente connaturati alla sacralità della Scienza, ne avevamo già visti in passato e sempre in occasione di forti tensioni culturali e sociali come quelle dei referendum antinucleari. Così fu per gli scienziati filonucleari che si rivolsero al presidente della repubblica all’indomani dell’incidente di Chernobyl, poi nel 2010 quelli che si rivolsero a Bersani affinché il Pd non chiudesse la porta al nucleare e infine nel 2011 quelli che ritenevano senza fondamento l’imminente referendum post Fukushima. Il tratto comune di questi appelli era l’accusa, esplicita o implicita, di antiscientificità nei confronti degli antinucleari: “Caro Segretario, occorre evitare il rischio che nel Pd prenda piede uno spirito antiscientifico, un atteggiamento elitario e snobistico che isolerebbe l’Italia, non solo in questo campo, dalle frontiere dell’innovazione. Noi ti chiediamo di prendere atto che il nucleare non è né di sinistra, né di destra e che, anzi, al mondo molti leader di governi di sinistra e progressisti puntano su di esso per sviluppare un sistema economico e modelli di vita e di società eco-compatibili” questo nell’appello del 2010, mentre in quello del 2011 si diceva: “Nell’appellarci alla ragione, noi richiamiamo l’attenzione sul fatto che la legittima prudenza e la giusta richiesta di corretta informazione non siano oscurate da furori emotivi fuori luogo o da ossessionanti atteggiamenti di contrapposizione che rischiano di sfociare in anacronistiche -cacce alle streghe- invocate da guru o santoni d’occasione nonché da contingenti interessi elettorali”.
Considerazioni queste, in linea con quella presunta neutralità della scienza che anche il testo del presente “Patto” vuole accreditare, quando sostiene che la Scienza (e il progresso che ne consegue) “non ha alcun colore politico”. Non siamo d’accordo; e ce ne sarebbero di esempi per dimostrare che la “Scienza”- non altrimenti definita – si è macchiata più volte di crimini contro l’umanità, sia in tempo di pace che di guerra. Ma questo, se vogliamo, è ancora un ambito dialettico sull’operato della scienza stessa che fu, ed è ancora, largamente di parte. Diverso invece (e più inquietante) è quando nel “Patto” si annuncia che non saranno tollerate forme di pseudoscienza e pseudomedicina fino al punto di auspicare leggi contro l’operato di chi sarà ritenuto, conseguentemente, uno pseudoscienziato.
E chi lo stabilirà? Con quali criteri? Se tutto questo non è una boutade elettoralistica che ammicca ad un asse tra Pd e 5S, allora i tempi bui di cui scriveva Brecht sono più vicini di quanto pensiamo e magari c’è già chi sogna di ripristinare le regole del Sant’Uffizio: “Diciamo, pronuntiamo, sententiamo e dichiariamo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S. Offizio vehementemente sospetto d’heresia, cioè d’haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e Divine Scritture”. Del resto sono già due i medici italiani radiati dall’ordine per aver assunto posizioni critiche sul decreto vaccini. E tanto per restare in tema, come dimenticare il falso allarme pandemia del 2010 che costò solo in Europa miliardi di euro di spesa in vaccini inutilizzati, o la denuncia di appena un anno fa dell’Istituto Negri, sulla immane inutilità dei farmaci in commercio e sulle cure prescritte senza alcuna evidenza scientifica?
Attenzione dunque a brandire la Scienza come una clava con cui colpire i “reprobi” che non ne riconoscono la sacralità. Così facendo avalleremmo l’idea che la Scienza debba essere separata dalla realtà sociale e dallo stesso scienziato che, al pari di un sacerdote, non esprime più un suo punto di vista in quanto, per definizione, esso è già contenuto nella Scienza-religione, ormai basata solo su se stessa e sulla sua infallibilità.

Commento:

Viviamo in un’epoca in cui non si può fare a meno della scienza altrimenti diventa notte fonda e, come ha detto qualcuno, tutte le vacche sono nere. Ma al tempo stesso, come illustrato nell’articolo che precede, non possiamo considerare la Scienza alla stregua di una Religione padrona di una Verità infallibile, altrimenti sarà sempre giorno e la luce abbagliante del sole senza ombre ci darà l’illusione che ciò che vediamo in superficie sia tutta la Verità.

Possiamo uscirne solo ricordandoci che dopo il giorno verrà la notte e dopo la notte verrà il giorno. Significa che nella misteriosa atmosfera del buio dovremo desiderare la luce e nell’abbagliante evidenza del giorno dovremo desiderare l’ignoto della notte.

La Verità allora non la cercheremo mai tutta intera, ma sapremo che si presenta con le immagini evidenti del giorno ignare delle sue parti nascoste nell’enigma di una notte destinato ad essere in parte risolto da un nuovo giorno.

In altri termini, ciò che sappiamo scientificamente è vero ma non dobbiamo montarci la testa, poiché la Scienza è come un sole che illumina solo un sistema circondato dal buio fitto del cosmo finché non raggiungeremo un altro sistema solare.

Francesco Campione

L’emozione alla base del Bene che desideriamo

 

Condividiamo due articoli da La Lettura, Corriere della Sera, Domenica 16 dicembre 2018.

 

E L’UOMO COMINCIO’

A PRENDERSI CURA DELL’UOMO

 

di Guido Tonelli

 

Quando nasce la cura che gli umani dedicano ai propri simili? La questione mi ha intrigato da sempre. La spinta a nutrire e proteggere i nostri piccoli ha origine evidentemente da un dato biologico, un comportamento necessario per la riproduzione. Apparteniamo alla classe dei mammiferi e questa geniale invenzione dell’evoluzione per cui le femmine della nostra specie sono in grado di nutrire per anni i piccoli, che altrimenti sarebbero incapaci di sopravvivere, ha costituito un enorme vantaggio. Qualcuno attribuisce a questa caratteristica, che si è sviluppata, nelle forme primordiali, intorno a 200 milioni di anni fa, il successo planetario dei mammiferi, che hanno occupato rapidamente tutte le nicchie ecologiche rimaste vuote dopo la scomparsa dei grandi rettili.
È avvenuto così anche per le scimmie antropomorfe da cui discendiamo. Quello scambio primigenio di cibo fra madre e figlio, quell’incrociarsi di sguardi in un colloquio muto di protezione e di riconoscenza è forse alla base di tutti i legami sociali e di linguaggio che saranno sviluppati nei milioni di anni a venire. Lo stupore nel vedere sgorgare dalle mammelle turgide delle madri nutrimento per tutti — sì, anche per gli adulti del clan quando la carenza di cibo metteva a rischio la sopravvivenza del gruppo — si ritrova nelle prime testimonianze artistiche: le decine di veneri preistoriche risalenti a decine di migliaia di anni fa, tutte rappresentazioni dell’archetipo dell’abbondanza, dee-madri dai seni rigonfi e dalle natiche imponenti.
Ma l’attitudine a prendersi cura dei membri più fragili del clan, a curare malati o feriti che pure possono essere di peso a piccole comunità in lotta quotidiana per la sopravvivenza, da dove nasce? In questo caso si deve trattare di qualcosa di più sofisticato, meno immediatamente riconducibile a un istinto biologico.

Le indagini relative ai primi gruppi di sapiens che hanno popolato l’Europa hanno documentato pratiche compassionevoli di assistenza a feriti o malati risalenti a oltre 30 mila anni fa. Individui che riescono a sopravvivere a ferite gravissime, ossa malamente fratturate che sono state in qualche modo ricomposte, segni di patologie invalidanti che non impediscono di raggiungere età molto avanzate, evidentemente grazie al sostegno della comunità. Più recentemente sono state raccolte evidenze inequivocabili che comportamenti simili erano già diffusi presso i Neanderthal, specie che ha colonizzato l’Europa duecentomila anni prima di noi. Nonostante si tratti di una scala dei tempi piuttosto ragguardevole, mi è sempre restata l’impressione di un’acquisizione relativamente recente, se paragonata alle epoche che hanno visto lo sviluppo dei primi ominidi, che si misurano in milioni di anni.
Ho mantenuto questo pregiudizio, evidentemente legato alla mia scarsa informazione, fino a un paio di anni fa. Nel maggio 2016 sono stato invitato a fare una breve visita in Georgia e, in quell’occasione, ho trovato una risposta inequivocabile ai miei dubbi.
Il governo della giovane repubblica, a pochi anni da una stagione di conflitti e turbolenze, cercando di guardare al futuro aveva deciso di investire in ricerca. Ero stato invitato a Tbilisi, assieme a un gruppo di scienziati di vari Paesi, per tenere a battesimo l’Istituto tecnologico della Georgia, una bella struttura che verrà costruita nei pressi della capitale; l’edificio ospiterà varie attività di ricerca, ma l’infrastruttura principale sarà un acceleratore destinato all’adroterapia, il trattamento di alcuni tipi di tumore con fasci di protoni e ioni carbonio. Assieme a colleghi georgiani di grande prestigio internazionale, come Gia Dvali, uno dei padri della teoria delle extra-dimensioni spaziali, nel comitato scientifico internazionale che dovrà valutare l’avanzamento del progetto avevo ritrovato vecchi amici come François Englert, Sergio Bertolucci e Lars Brink, per anni presidente del comitato Nobel per la fisica.
La cerimonia del primo colpo di piccone era prevista per il lunedì con la presenza del primo ministro e ambasciatori di tutti i Paesi. Noi eravamo arrivati nel weekend e la domenica i colleghi georgiani avevano organizzato in nostro onore un incontro con decine di studenti entusiasti che ci avevano bersagliato di domande sul Cern, la fisica, l’origine dell’Universo. Alla fine della giornata era prevista la visita al Museo nazionale della Georgia, diretto da David Lordkipanidze, un paleoantropologo di fama internazionale.
Come tutti i georgiani il suo nome è quasi impronunciabile, ma, fin da quando ci aveva accolto con un grande sorriso, il direttore ci era sembrato un tipo aperto e simpatico. Il museo era stato aperto solo per noi e lui ci faceva da guida. Al piano sotterraneo c’era un’esposizione che da sola valeva la visita: centinaia di manufatti d’oro e d’argento, collane, monili, vasi, figure animali splendide; testimonianze di una grande tradizione di lavorazione dei metalli preziosi, che datava dall’inizio del secondo millennio avanti Cristo. Il tesoro esposto era impressionante e mentre ero lì a meravigliarmi di questa bellezza, ecco che qualche neurone laterale faceva scattare la sinapsi giusta: la Colchide. Ma come non pensarci prima! Eravamo nella regione in cui si è avventurato Teseo, con la sua ciurma di Argonauti. Cercavano il vello d’oro, il mitico trofeo, emblema fantastico delle pelli di pecora con cui i cercatori ostacolavano il corso dei piccoli torrenti per fare in modo che le pagliuzze d’oro vi restassero impigliate. Di colpo anche il mito greco diventava chiaro e plausibile: valeva la pena intraprendere un viaggio tanto pericoloso se la posta in gioco era un Paese così ricco di metalli preziosi. Ma le sorprese non erano finite.
Tutti in realtà non vedevamo l’ora di ammirare il vero tesoro del museo, molto più prezioso delle grandi quantità d’oro che brillavano nella sala dei gioielli. Erano i resti fossilizzati dei cinque ominidi che Lordkipanidze aveva scoperto nei suoi scavi a Dmanisi. Tutto era iniziato in una piccola località, 93 chilometri a sudovest della capitale. La città medievale di Dmanisi sorgeva su una piccola altura rocciosa alla confluenza fra due fiumi, e godeva di una certa prosperità, perché si trovava sulla via della seta che univa Bisanzio con la Persia, passando per l’Armenia. Era luogo di sosta e di scambi commerciali fra mercanti di tutte le nazionalità ed era difesa da un castello e una cinta fortificata, che non servirono a molto, tuttavia, quando i Turcomanni alle fine del Quattrocento le diedero l’assalto. La città fu rasa al suolo, gli abitanti uccisi o dispersi e, da allora, divenne un piccolo villaggio semiabbandonato.

Gli archeologi che iniziarono gli scavi fra le rovine del castello vi rinvennero molte testimonianze importanti degli antichi splendori, ma le vere sorprese cominciarono quando si scavò, in corrispondenza di un pozzo, al di sotto dello strato medioevale. Prima comparvero denti di una specie di rinoceronte estinta da milioni di anni, poi utensili in pietra molto primitivi. La cosa attirò l’attenzione dei paleontologi; ne nacque una campagna di scavi che disseppellì fossili di elefanti, gazzelle, rinoceronti e altra fauna del Pleistocene, un periodo compreso fra 1,5 e 2 milioni di anni fa.
Nel 1991 partecipava agli scavi anche il giovane professore di paleoantropologia Lordkipanidze che collaborava con università tedesche. Come succede nei film, proprio all’ultimo giorno di una campagna di scavi che era iniziata mesi prima, Antje Justus, un suo laureando, stava liberando dai sedimenti lo scheletro parziale di una tigre dai denti a sciabola; ed ecco che sotto i resti del felino estinto appare la mandibola fossilizzata di un ominide, perfetta, con tutta la dentatura completa. Da quel momento la terrazza vulcanica di forma triangolare, su cui poggiava l’antica città di Dmanisi, divenne una delle località più conosciute al mondo. Alla fine degli scavi si conteranno migliaia di artefatti, soprattutto pietre scheggiate, moltissimi fossili e cinque crani, pressoché completi, di Homo erectus, risalenti a 1,8 milioni di anni fa. Erano i primi abitanti dell’Europa, gli ominidi più antichi che si sono avventurati fuori dall’Africa, gli antenati di innumerevoli generazioni di esploratori.
Ed eccoci al momento clou della visita, quello che aspettavamo con impazienza, da quando ci era stato annunciato come fuori programma. Andiamo nel suo studio, dove sono conservati i reperti originali degli ominidi di Dmanisi, perché avremo il privilegio di vederli da vicino.
Quando, dopo aver indossati guanti adatti, tocco il piccolo cranio che Lordkipanidze ha estratto da una scatola speciale, l’emozione è fortissima. Tengo fra le mani un reperto di importanza straordinaria, ma la cosa più incredibile è che le mandibole sono lisce, non ha neanche un dente. Il direttore spiega che quando l’ha visto per la prima volta non ha potuto trattenere le lacrime.
L’individuo, rispetto alla vita media dell’epoca, era molto vecchio, si stima avesse superato i quarant’anni, e aveva perso tutti i denti; la cosa più sorprendente era che fosse sopravvissuto così a lungo, perché nella mandibola non c’era segno delle cavità occupate dai denti: dovevano essere passati alcuni anni prima che l’osso riuscisse a riempirle.
Tenevo fra le mani la prima testimonianza di una comunità che, per anni, aveva cercato e masticato cibo per far sopravvivere un membro più debole; avevo di fronte a me la prova che la compassione, la spinta a farsi carico dei più fragili fra gli esseri umani, affonda le sue radici nella notte dei tempi.

 

L’altruismo conviene, rafforza solidarietà e conoscenze

 

di Telmo Pievani

 

Sacrificarsi per i propri figli è facilmente spiegabile sul piano evolutivo: sono i continuatori della nostra linea genetica. Meno intuitiva è la strategia di partorire cuccioli immaturi come i nostri, il cui cervello si sviluppa per due terzi dopo la nascita. Accudirli per anni durante l’infanzia e l’adolescenza prolungate è un adattamento assai costoso per i genitori e per il gruppo. Gli erbivori nella savana fanno il contrario, accelerano la crescita per non finire predati: i cuccioli appena nati devono alzarsi in piedi in tutta fretta e correr dietro alla madre e al gruppo. Nella fragilità degli infanti umani si nasconde però un vantaggio per il quale val la pena rischiare: i piccoli, ancorché vulnerabili, avranno più tempo per giocare, per imitare gli adulti, per imparare, per sperimentare.
Ora estendiamo il ragionamento. Nel mio gruppo è probabile che vivano molti miei parenti, cioè i possessori di una certa percentuale dei miei stessi geni. Quindi mi conviene essere altruista con i compagni, fino al limite di rischiare la vita, perché in questo modo contribuisco comunque, seppure indirettamente, alla mia discendenza genetica. Questa selezione di parentela ci insegna, un po’ cinicamente, che spesso in natura l’empatia e la cooperazione sono forme sofisticate di egoismo genetico.
Noi umani tuttavia ci prendiamo cura anche di amici che non sono necessariamente nostri parenti stretti. Lo facciamo perché ci aspettiamo una reciprocità: io ti faccio un favore perché so che tu o gli altri del gruppo farete lo stesso con me quando ne avrò bisogno. Se poi il mio gruppo così pieno di compagni empatici diventa più compatto e sconfigge gruppi dove l’altruismo va meno di moda, allora la cooperazione e le cure reciproche si diffondono come una potente strategia di sopravvivenza. Si noti l’ambivalenza della storia: siamo solidali con chi appartiene alla nostra comunità, al nostro “noi”, ma perché almeno inizialmente eravamo in conflitto con altri gruppi, cioè con gli “altri da noi”.
Le fredde spiegazioni evoluzionistiche si stemperano un po’ quando vediamo la mandibola sdentata di cui parla Guido Tonelli nell’articolo qui accanto e pensiamo a quanta amorevole sollecitudine fu dedicata a un individuo debole e malato che aveva perso la sua autonomia. Possiamo farlo per pura compassione, ma il compassionevole non è autolesionista. Se anziché abbandonarlo al suo destino io curo un mio simile che si è ferito durante una battuta di caccia, lui in cambio potrebbe raccontarmi che cosa è successo e io imparerei a evitare di trovarmi nella stessa situazione. Si chiama apprendimento sociale per via linguistica, cioè ascoltare storie, il segreto della nostra evoluzione culturale. Prendersi cura di un vecchio, nei rigori delle ere glaciali in Europa e in Georgia, significava far tesoro non dei suoi geni, ma delle sue conoscenze.

 

Commento:
La commozione di Tonelli di fronte all’antichissimo reperto di un ominide che ha raggiunto una longevità insospettabile per l’epoca (40 anni), senza dubbio resa possibile grazie alle cure che anche in quell’epoca gli uomini prestavano ai loro simili (in questo caso probabilmente masticando o macerando in qualche modo il cibo per renderlo commestibile ad un uomo senza denti), dovrebbe far sospettare a chi condivide il paradigma evoluzionista oggi dominante che l’altruismo potrebbe basarsi oltre che su calcoli di convenienza anche su una caratteristica prettamente umana e non necessariamente evolutiva come la non-indifferenza per la sofferenza altrui. Seguendo le tracce di questo sospetto si potrebbe ipotizzare una spiegazione diversa da quella che pretende essere l’altruismo sempre una faccia dell’egoismo.
Significherebbe, in altri termini, che quando un essere vivente viene “colpito” da qualche modo di esprimersi della presenza di un altro essere vivente accade che, prima ancora di ragionare calcolandone la convenienza, si ritrovi a rispondere al “colpo” sulla base della sensazione che esso ha determinato. La risposta, prototipo di tutte le risposte emotive, non sarebbe altro che il “movimento espresso” (vale a dire l’e-mozione) determinato dal “colpo” ricevuto. Tra tutti i movimenti possibili ci sarà ovviamente anche quello del sentire di doversi avvicinare prima ancora di sapere cosa fare. Potrebbe quindi darsi che quella che chiamiamo compassione (cioè il soffrire per il “colpo” ricevuto da qualcun altro che soffre) comprenda in sè sia il soffrire “per sé” sia il soffrire “per l’altro” (che sarebbe più giusto chiamare “perpassione”) e che rappresenti più che il risultato di un ragionamento adattativo il movimento primigenio che innesca i processi evolutivi. Nessuna meraviglia quindi dovrebbe suscitare la presenza della compassione e dell’assistenza dei deboli fin dalle epoche più precoci dell’umanità perché essa stessa sarebbe l’inizio e la spinta dei processi evolutivi. Voglio dire che, probabilmente, senza le risposte emotive che le espressioni degli altri viventi hanno fin dall’inizio suscitato in tutti i viventi, non sarebbe sorto il desiderio di far seguito a queste emozioni chiedendosi come produrre tramite esse delle azioni che potessero modificarle trasformandone le negatività. Detto più chiaramente, senza l’emozione della paura non ci sarebbe stata alcuna spinta degli esseri a quattro zampe a guardare davanti a sé conquistando piano piano la posizione eretta; cosi come senza la risposta di avvicinamento agli altri determinata dal soffrire per la loro sofferenza non ci saremmo chiesti come fare per curarli e nessuna scienza della cura si sarebbe evoluta. Quando poi l’evoluzione ci ha dato un cervello e una coscienza, abbiamo capito che fuggire dagli altri e avvicinarsi agli altri è qualcosa che va all’infinito e abbiamo concepito la possibilità di un rapporto con l’ignoto e con il mistero che ha fatto sorgere in noi un’emozione nuova basata sulla impossibilità, di fronte al “non sapere” fino in fondo, di sapere cosa si sta “toccando”. Abbiamo cosi raggiunto l’ultimo sviluppo del movimento primigenio delle risposte emotive del vivente, cioè il desiderio puro e disinteressato di aiutare gli altri facendone loro segno e scoprendo di poterli aiutare anche non sapendo come fare. E’ la dimensione del dono che non si aspetta niente in cambio che tutti desideriamo ricevere e che tutti sappiamo essere il contenuto più alto di ciò che chiamiamo Umanità.

Il Bene che desideriamo da sempre anche senza sapere fino in fondo cosa sia.

Francesco Campione

 

 

Anima di uccello

 

Condividiamo un articolo di Brunella Giovara, La Repubblica, sabato 1 dicembre 2018.

 

“Parete verde ci salverà”

Che ci fanno quei due, in un chiostro antico nel centro di Mantova, per terra ci sono centinaia di tronchi di pioppo e naturalmente è un’istallazione “che ricorda quello che è appena successo in Veneto e Trentino, le foreste abbattute dal vento. Ma persino da morti gli alberi possono creare un ambiente…”, e questo è Stefano Boeri, l’architetto famoso che scavalca i tronchi e raggiunge il centro dell’opera Fallen Forest, firmata da un gruppo di giovani architetti che si chiamano Openfabric. Qui lo aspetta Patrick Blanc, biologo francese completamente in verde-anche i capelli e le lunghissime unghie laccate- che sembra un Homo Selvaticus scappato dal bosco ed è esperto mondiale di ecosistemi e pareti verdi verticali. “Questa opera è un buon modo per riflettere sulle foreste vive, che possono far parte delle città”, dice Boeri, che ha una convinzione rocciosa, data la materia di cui si parla: una parete verde ci salverà dall’inquinamento, le foreste urbane sono possibili basta che ci sia la volontà di farle. Ed è certo che un albero grande produce ossigeno per almeno quattro persone, e che le piante assorbono CO2 sottraendo carbonio dall’atmosfera e rilasciando ossigeno, come si impara alle scuole medie ma purtroppo dopo ce lo si dimentica.
Di questo si parla al primo World Forum on Urban Forests organizzato dalla Fao, che raduna 400 tra architetti e botanici, amministratori, pianificatori, accademici ed esperti in selvicoltura di tutto il mondo sofferente causa inquinamento, a discutere sul che fare. Sfruttare la verticalità delle nostre città, ad esempio, coprirla di verde, Boeri ha già costruito il Bosco Verticale a Milano e ne sta costruendo un’altra ventina, declinati a seconda del luogo e della vegetazione locale, ma sempre edifici traboccanti piante, il prossimo da innagurare è a Nanchino, segno che anche i cinesi hanno capito l’importanza (e la bellezza) di questo tipo di costruzioni. Blanc ha invece realizzato fantastici giardini verticali, non solo in Francia, ed è capace di coprire di verzura anche un volgare cavalcavia, di cui mostra soddisfatto il prima squallido e il dopo, incredibile. I muri vegetali sono la sua specialità, e lui stesso vive in una casa del genere, con molto verde arrampicato fuori e anche dentro. “Raccolgo piante ovunque, sono i miei souvenir, poi le sistemo in casa, colleziono radici, semi, farfalle e insetti, e ho molti uccelli liberi che volano per casa”, e alla domanda se questa abitazione non sia troppo umida risponde che “basta aprire le finestre!”. Il punto è che in molte città del pianeta le finestre è meglio tenerle chiuse, ma lui teorizza e mette in pratica “quello che la natura già fa: molte specie crescono insieme in armonia, e coprono e quindi proteggono le nostre case. Questo è possibile anche alle nostre latitudini, non solo ai tropici”, e cita la Thailandia, dove ci sono scogliere su cui crescono piante e cespugli a varie altezze, sotto quelle da clima tropicale, in alto quelle da freddo, e contemporaneamente “si vedono fogliami con colori autunnali e fioriture, come in un racconto delle fate”. Il problema è riportare il concetto su un edificio artificiale e spalmarlo di natura vivente e non decorativa, o non solo. Boeri per questo è stato anche criticato, perché nel suo Bosco la natura copre l’architettura, ma lui risponde olimpico che la natura è elemento essenziale dell’architettura, e che poi c’è un’urgenza: “Le nostre città- che continuano a crescere- sono causa di inquinamento, e anche le prime vittime”. L’idea di riforestarle su un modello anche verticale “produce vantaggi immediati. Costa poco, ed è anche popolare”. Nel senso che tutti possono fare qualcosa per affrontare il cambiamento climatico che porterà il pianeta ad essere sempre più caldo e invivibile, quindi anche piantare un melo sul balcone può diventare un gesto persino rivoluzionario. Si può insomma “combattere il nemico sul suo stesso piano di battaglia”, cioè la città, “in un’epoca in cui le devastazioni incidono sulla nostra quotidianità”, e vediamo cadere le foreste e i mari alzarsi minacciosi. Blanc: “Le piante sanno adattarsi ai cambiamenti del clima, le piante possono sopravvivere migliaia di anni, noi al massimo cento…”, ma noi “possiamo provare a proteggere quello che resta della specie, e per fortuna molti Paesi e persone credono nella ricchezza delle diversità locali”, quindi “si può anche essere un poco ottimisti” e lasciare quello che Boeri definisce “il grande progetto di poresta globale, portando i boschi nelle città”, e non solo quelli di cemento armato, che pure -una volta cresciute le piante- sembrano respirare.
C’è un ma. Al Forum è presente David Miller, sindaco di Seattle e presidente di C40, network mondiale di 90 città che cercano e condividono soluzioni contro il riscaldamento globale, “e qui non c’è manco un sottosegretario”, dice l’architetto, “alla politica italiana non gliene frega niente, ma proprio niente”.
Commento I:
Il bosco verticale dello studio Boeri, è sicuramente uno dei progetti di cui si è più sentito parlare negli ultimi anni. Oltre ad essere un edificio dal grande impatto visivo, costituisce un progetto pilota per la realizzazione di nuovi edifici eco-sostenibili, funzionali ed innovativi, che hanno in qualche modo anche lo scopo di salvarci la vita. È un’inversione di tendenza, che genera un nuovo concetto di abitare basato sull’idea di non voler sfruttare le risorse, ma di crearne nuove. L’edificio quindi non toglie spazio alla natura ma la ospita.
Sembra banale, eppure se siamo ancora vivi è perché ci sono le piante che grazie alla produzione di ossigeno lottano contro la nostra estinzione. Tra il 2017 ed il 2018 l’Amazzonia ha perso circa 8 mila chilometri quadrati di foresta tropicale, con un aumento della deforestazione del 13,7%.
Questo dato è sconcertante poiché indica un segno evidente di una tendenza, ormai consolidata, relativa allo sfruttamento intensivo di risorse che si stanno man mano esaurendo. Il depauperamento delle ultime ricchezze naturali che ci rimangono ci sta portando all’autodistruzione.
Tuttavia la consapevolezza e la volontà di migliorare la qualità della vita per rifuggire in qualche modo alla paura della morte, ha mosso i primi passi verso un cambiamento di rotta.
Questo cambiamento, come nel caso del progetto dello studio Boeri, è stato pianificato secondo due modalità; la prima attraverso la volontà di reinserire il verde in un contesto urbanizzato che aveva lasciato troppo spazio al cemento, la seconda attraverso la volontà di lavorare in altezza attraverso il verde verticale in un contesto spaziale in cui non vi era la possibilità di lavorare sul piano orizzontale di una città densamente edificata.
Per concludere, in relazione al concetto di sostenibilità vorrei citare un altro progetto, non ancora realizzato, ma che rappresenta un’alternativa eco-sostenibile allo spazio della morte. Il progetto in questione è del designer danese McSherry, ed è un grattacielo verde, sostenibile e perfettamente integrato nel contesto urbano, che accoglie un cimitero verticale in grado di restituire alla città uno spazio naturale e funzionale.
In questo caso anche i defunti possono contribuire a migliorare la qualità della vita, di
coloro che restano.

 
Miranda Nera

 

Commento II:
Sviluppare le città verso l’alto senza perdere l’orizzontalità in modo tale che ad ogni piano si possano anche piantare degli alberi, equivale ad estendere ciò che già si fa con le abitazioni a più piani: costruire torri volte verso il cielo con un’estensione che consenta di continuare a stare con i piedi per terra ascendendo in verticale. Da quando però l’uomo sta occupando progressivamente tutto lo spazio terreno con le sue costruzioni,  resta solo dello spazio in verticale e la Terra diventa sempre più sterile con tutti i pericoli che ciò comporta per la sua stessa sopravvivenza come luogo di vita.

Non resta allora che piantare alberi sulla terra che si calpesta nei palazzi che ascendono al cielo e cosi la vita nel pianeta continuerà. C’è solo da temere che un giorno guardando verso il basso da una di queste torri sempre più alte la superficie della Terra non si scorgerà più e l’uomo dovrà avere anima di uccello per non gettarsi nel vuoto.

Francesco Campione

 

Aforisma

Quando Salvini dice di parlare a nome di 60 milioni di italiani è autore inconsapevole di un’evidente fake news. Ma può farlo perché nessuno osa, anche se non è d’accordo, mettere in discussione lo slogan: prima gli italiani!
E in questo ha dei complici inaspettati: l’Istat e il Censis che per fare le statistiche sul loro status e sui loro comportamenti, hanno inventato “gli italiani”.
Infatti, senza considerare gli abitanti dell’Italia come appartenenti ad un’unica categoria (gli italiani, appunto) nessuna statistica sarebbe possibile.
In realtà gli italiani (i francesi, gli spagnoli, i tedeschi, i russi, etc.) non sono classificabili in un’unica categoria se si ricorda che raggiungono l’eccellenza in ciò che, secondo il filosofo Peter Sloterdijk (Sfere, trad. It. Raffaello Cortina) e conformemente all’osservazione quotidiana, caratterizza ogni “società”:
“La società ha una costituzione multi-micro-maniaca, è fatta cioè di una molteplicità, in scala microscopica, di follie individuali, di culti oscuri (le mitologie segrete, i pregiudizi e le perversioni di ciascuno) e di strategie di fuga dall’impegno, dalla paura e dalle responsabilità”.
Francesco Campione

Cosa resta dell’amore?

 

Condividiamo un articolo di Gigi Riva, Zagabria, da la Repubblica di lunedì 17 dicembre 2018.

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Visita al museo dove finiscono le storie d’amore

“E questo chi lo tiene?”. “Questo” era un coniglietto di peluche. Dopo quattro anni insieme Olinka Vistica, produttrice cinematografica, e Drazen Grubisic, scultore, si stavano lasciando “da buoni amici”. Nella casa di Zagabria dove avevano vissuto separavano gli oggetti, il mio, il tuo. Il coniglietto concordarono, era indivisibile, patrimonio comune. Non poteva appartenere in esclusiva all’uno o all’altro. Lo avevano chiamato Honey Bunny. Olinka: “Era un sostituto dell’animale domestico che non ci eravamo potuti permettere perché eravamo spesso via e perché Drazen è allergico ai gatti. Un soffice giocattolo che mi strappava un sorriso quando tornavo esausta dal lavoro”. Per Drazen, “un compagno per i nostri viaggi, ma non è mai andato oltre l’Iran”. Dove l’avevano fotografato in un deserto attorno a Teheran.
Chi lo tiene, allora? Ci pensarono senza trovare una soluzione.
Però concordarono su una riflessione. Olinka: “La società contempla riti come matrimoni, funerali, cerimonie di laurea, ma rifiuta qualsiasi riconoscimento formale alla conclusione di una storia nonostante il suo fortissimo impatto emotivo”. Si ricordano una frase dell’amato Roland Barthes: “Ogni passione ha alla fine un proprio spettatore. Non esiste sacrificio amoroso senza teatro finale”. Si trattava di allargare la platea e di fornire un palcoscenico alle relazioni esaurite. Ci vollero tre anni perché l’idea prendesse corpo. Contattarono gli amici che avessero esperienze di naufragi sentimentali e il passaparola fece il resto. Nel 2006, per il Salone d’arte della loro città, avevano racimolato 40 oggetti-simbolo di amori perduti da esporre nella Gipsoteca. Fu subito un successo replicato a Spalato, Lubiana, Sarajevo, Belgrado, Skopje, la ex Jugoslavia implosa si riconosceva nell’universalità delle pulsioni più profonde dell’animo umano. Proprio perché toccava esperienze comuni ad ogni latitudine, l’iniziativa varcò a breve i confini dei Balcani . ”Ci arrivavano richieste”, ricorda Drazern, “da ogni parte del pianeta”. Filippine, Singapore, San Francisco, Irlanda, Turchia, Germania. Con una formula raffinata nel tempo. Galleristi locali che raccolgono oggetti nella loro terra da combinare col materiale della casa madre. E mentre la fama cresceva, a Zagabria piovevano da ogni dove, i simboli rimasti cari ai cuori spezzati. Tanto da spingere il duo scisso dall’amore ma unito dall’impresa a bussare alla porta del ministero della Cultura per trovare una sede permanente per un nascituro museo. Il diniego non li ha scoraggiati. Le autorità pubbliche non sono interessate? Lo faremo privatamente.
Trovano, siamo nel 2010, quello che fa al caso loro, uno spazio di 300 metri quadrati, nel palazzo Kulmer, un edificio barocco, nella parte alta e più suggestiva di Zagabria, a pochi passi dalla chiesa di San Marco. Diventa il deposito delle sofferenze provocate da una perdita col nome “Museo delle relazioni interrotte” (Museum of Broken Relationships, sito Internet: brokenships.com).
Come esiste l’intenzione dell’autore di un libro che ogni lettore poi interpreta a modo suo, cosi esiste una volontà dei responsabili del museo che cozza con quella dei contributori globali. Dranzen Grubisic: “Noi speravamo di fornire un’alternativa al -brucia tutto-, per salvare la memoria di qualcosa che deve anche essere stato bello e dare a ciascuno l’opportunità di superare in modo creativo il crollo emozionale. Nella convinzione che tutte le relazioni finiscono. È triste, ma è la realtà”. Nella stragrande maggioranza dei casi è invece la testimonianza di un inconsolabile dolore patito che permea le stanze dell’esposizione, dove ogni oggetto è accompagnato dal luogo di provenienza e da una spiegazione del perché della sua importanza.
C’è lo gnomo da giardino ammaccato scagliato contro la macchina nuova con cui si è presentato “arrogante e spietato” il marito nel giorno del divorzio (provenienza, Lubiana). L’inutile citazione al tribunale per i minorenni presentata fuori tempo massimo, quando era adulta, da una francese che subì a nove anni uno stupro dall’organizzatore delle attività del campo estivo: “Con la denuncia mi sbarazzai di un rimasuglio di sentimenti di cui lui non era affatto degno” (Parigi). Un’inquietante accetta, “strumento terapeutico” con cui ha cercato di superare un amore lesbico una donna abbandonata dalla compagna, è stata usata per ridurre a pezzettini i mobili di lei (Berlino). Quattro cd, compilation di un uomo di 34 anni regalati a una donna di 62 che troncò il connubio impossibile: “Quando morirò, la mia famiglia riordinerà i ricordi e non ci troverà nessun trentacinquenne. Ho cancellato le prove e memorizzato i ricordi nel cuore. Donando i cd onoro sia lui che il mio cuore infranto” (Richmond, Virginia, Stati Uniti). Il millepiedi “Timunaki” da sfogliare come una margherita: “Avevo un grande amore. Una storia a distanza tra Sarajevo e Zagabria. Acquistai un millepiedi con l’intento di strappare un piede ogni volta che ci vedevamo. Strappato l’ultimo piede avremmo fatto il passo gigante verso una vita insieme. La storia finì, il millepiedi non rimase invalido al 100 per cento” (Sarajevo). Un paio di scarpe rosse: “Me le comprò lui in un sexy-shop a Pigalle. Come dice Catherine Ringer (cantante e attrice porno, ndr), les histoires d’Amour finissent mal en generaaal…” (Parigi).
Il museo oggi conta 120mila visite all’anno. Il 95% sono turisti. Dranzen:”Ogni tre anni lo rinnoviamo completamente e non esponiamo più di cento ricordi alla volta. Abbiamo però un magazzino dove abbiamo stivato tremila donazioni”. Nel frattempo è nata una filiale permanente a Los Angeles, le esposizioni temporanee hanno raggiunto il numero di 50 in quattro Continenti: “Curiosamente non siamo mai stati nei Paesi mediterranei, Italia, Spagna, Grecia”. E allude a un certo pudore di alcuni popoli nel mostrare i propri fallimenti.
Olinka e Drazen, oggi entrambi 49 anni, si sono sposati e fatto figli con altri partner. E cosa pensano del vostro sodalizio gli attuali compagni di vita?
“Che abbiamo trovato un modo per continuare la nostra relazione”.

 
Commento:
Il Museo delle relazioni interrotte, nell’esporre gli oggetti che sopravvivono ad un rapporto d’amore, ci può dare informazioni preziose sui legami amorosi, sfatando finalmente il pregiudizio molto diffuso secondo il quale i legami d’amore sono uguali per tutti e tutti elaborano il lutto allo stesso modo.
Curiosamente il museo è stato ideato e realizzato da una produttrice cinematografica e da uno scultore che si sono lasciati da buoni amici e che, come ha detto uno dei due: “… Abbiamo trovato un modo per continuare la nostra relazione”.
Come dire che se quando ci si lascia non si distruggono tutti gli oggetti appartenuti agli amanti ma si donano ad un museo indicandone la provenienza e l’importanza, ci si sta lasciando da buoni amici o si sta tentando di non interrompere del tutto la relazione. In questo senso forse il museo si dovrebbe chiamare “museo delle relazioni mai interrotte”.
Francesco Campione

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Chi sono le colonne?

 

Condividiamo un articolo di Raffaele K. Salinari da Alias, il Manifesto, sabato 24 novembre 2018.

 

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Colonnati divini miti e misteri

Dagli albori dell’Arte architettonica, i cui fondamenti esoterici nascono col tempo stesso dell’umanità, la colonna è stata la struttura portante per antonomasia. Molto più che altre componenti – architravi, ogive, trabeazioni – essa rappresenta infatti l’elevazione e, al tempo stesso, la forza, la stabilità e la bellezza, caratteristiche che la rendono centrale nella simbologia delle costruzioni sacre, basti pensare solo alle due grandi colonne, Jakin e Boaz, descritte nella Bibbia all’ingresso del Tempio di Salomone. Oggi ritroviamo queste stesse colonne, il cui nome significa rispettivamente “stabilità” e “forza”, all’ingresso di ogni Tempio della Libera Muratoria, ispirata da quella stessa Arte che permette all’umanità di costruire il proprio Tempio interiore a modello di quello cosmico il cui ordinatore è, per questa tradizione, il Grande Architetto dell’Universo.
La colonna assomma in sé dunque tutta una serie di significati metaforici che la pongono al centro dei miti fondativi in culture di ogni tempo e civilizzazione: quelle di Ercole, erette dall’eroe come finis terrae col monito non plus ultra ad intimare di non oltrepassare il termine del mondo conosciuto, o le fragili e colorate colonne dei templi scintoisti che si rivolgono come preghiere alla Grande Dea Amaterasu, divinità solare da cui discendono tutte le cose. Nelle Americhe precolombiane troviamo invece il Totem, colonna identitaria che ipostatizza tutto il complesso sistema delle relazioni che intercorrono tra le componenti di uno stesso bioma. Nei capitelli delle colonne si nascondono spesso i più reconditi segreti; Marius Schneider scoprì le sottili corrispondenze tra i canti sacri e le figure effigiate su quelli romanici di San Cugat, di Gerona, di Ripoll. A saperle ascoltare forse tutte le colonne dei luoghi consacrati cantano ancora la musica delle Sfere Celesti. Ma, nella verticalità della colonna, il principio ascensionale verso il divino è forse sancito plasticamente dalle storie dei monaci stiliti, come San Simeone, che visse all’altezza di ben sedici metri per tutta la vita. Tanti altri esempi sarebbero possibili, ma quello che a noi qui particolarmente interessa non è tanto cosa una colonna può sostenere o raffigurare, quanto ciò che essa può celare.
LA COLONNA ALEFICA
Molte sono le storie che narrano di qualcosa contenuto all’interno di una colonna e che dunque propongono un altro aspetto dei suoi significati simbolici: la colonna come scrigno, forziere affatto speciale per materiali o immateriali che solo al suo interno possono, e devono, restare celati e protetti, protetti perché celati, celati perché protetti, fino a quando il momento arriva e la pietra può aprirsi per liberare il suo contenuto. La colonna è allora una sorta di clessidra di pietra all’interno della quale il tempo scorre misticamente, invisibile, silenzioso e segreto, sino al suo destino.
Un esempio di permanenza misteriosa ed occulta lo troviamo nel racconto l’Aleph di J.L. Borges, in cui il Maestro argentino sostiene che “i fedeli che si recano alla moschea Amr, al Cairo, sanno bene che l’universo è racchiuso all’interno di una delle colonne di pietra che circondano il cortile centrale. Nessuno, certo, può vederlo, ma chi accosta l’orecchio alla superficie afferma di percepire, dopo un po’, il suo incessante rumore. Esiste questo Aleph all’interno di una pietra? L’ho visto quando vidi tutte le cose e l’ho dimenticato? La nostra mente è porosa per l’oblio”.
Qui l’aura alefica è generata dalla presenza di una colonna affatto uguale alle altre in cui, però, è racchiuso il misterioso punto attraverso il quale è possibile vedere tutti i luoghi del cosmo da tutte le prospettive, senza sovrapposizioni, ed in tutti i tempi, passati presenti e futuri, contemporaneamente: questo è l’Aleph. È allora la natura stessa del colonnato, i suoi rimandi specchiali, ipnotici, le alternanze di luce ed ombra che si moltiplicano all’indefinito come i tasti bianchi e neri di un immenso pianoforte, a chiamarci verso la scomparsa della nostra stessa ombra, risucchiata dal vortice di quella emanata da una delle colonne. Provare per credere, il gioco è tanto straniante, ovunque venga fatto, da evocare l’Aleph: il centro percettivo in cui tra noi ed il mondo non vi è più nessuna differenza, là dove il singolo torna al Tutto.
Anche nella chiesa di Sant’Apollinare Nuovo, a Ravenna, dentro una delle colonne che sorreggono il mosaico dell’adorazione dei Magi, vi è celato un Aleph. Osservandola da una certa prospettiva si vede, infatti, come la figura di una entità alata, pronta a dischiudere, a chi sospende l’incredulità, come suggeriva Samuel Taylor Coleridge, il mistero dell’Uno:”trasferire dalla nostra intima natura un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell’immaginazione quella volontaria sospensione dell’incredulità che costituisce la fede poetica”. La fede poetica dunque, nucleo di ogni conoscenza senza dogmi, racchiusa in una colonna
… E QUELLA ALCHEMICA
Siamo verso il 1600, nella chiesa di Erfurt, in Germania, avviene qualcosa che nei secoli ci è stato ramandato da diverse fonti: attraverso la breccia aperta da un fulmine improvviso, sarebbero usciti da una colonna i manoscritti dall’alchimista Basilio Valentino. Nell’opera di J. J. Mangeti Bibliotheca Chemica Curiosa, edita a Ginevra nel 1702, ne troviamo a pagina 47 del primo volume la descrizione in latino: “per ictum fulminis columna Templi Erfurtensis, in cuius medio diffracto scriptum, delituerat”, cioè un fulmine, rompendo una colonna del tempio di Erfurt, rivelò degli scritti nascosti. Il brano è tratto dalla biografia di Basilio Valentino, per gli studiosi dell’Arte Regia in realtà uno pseudonimo legato a due opere fondamentali: Azoth e le Dodici chiavi. Fulcanelli, probabilmente l’ultimo alchimista contemporaneo che abbia avuto la possibilità di operare in diretta continuità con i Maestri del passato, chiarisce nel suo Le dimore filosofali, come “il nome Basilio Valentino unisce il greco Basileus, cioè re, al latino Valens, cioè valente, al fine di suggerire il sorprendente potere della Pietra Filosofale”. La stessa interpretazione la troviamo nell’Edipo chimico di Leibniz, dal quale probabilmente Fulcanelli ha tratto la sua.
Il XVII secolo è particolarmente importante per l’espansione dell’Alchimia: Spinoza stesso ci dice dell’oro scaturito da una trasmutazione ad opera della “polvere di proiezione” lasciata al suo amico Johann Friedrich Schweitzer, detto Helvetius, noto medico olandese, da un misterioso personaggio. Il Seicento è anche segnato dai manifesti rosacruciani: nel 1614, infatti, era comparso a Kassel l’opuscolo anonimo Fama fraternitatis Rosae Crucis, che raccontando la vita di Christian Rosenkreuz (Cristiano Rosacroce), poneva le basi per una ulteriore tappa di quella Tradizione che, attraverso il simbolo dell’Ordine, una croce con al centro una sola rosa rossa, rimanda a quella conoscenza d’ordine cosmologico che può essere raggiunta attraverso l’ermetismo cristiano. Ma ciò che simboleggia meglio l’opera di Basilio Valentino è forse proprio l’episodio della colonna: perché la storia dell’Alchimia ci tramanda questo avvenimento come fondamentale nella comprensione dei suoi segreti? Ebbene in Azoth, che come sottotitolo porta “L’occulta opera aurea dei filosofi”, troviamo l’acronimo V.I.T.R.I.OL.: Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem, cioè visita l’interno della terra e rettificando troverai la pietra nascosta. La scritta compare su tre immagini che, secondo l’interpretazione degli adepti, riassumono sotto forma simbolico-allegorica tutte le fasi dell’Opera.
L’acronimo si trova ancora nel Gabinetto di Riflessione delle Logge Muratorie nel quale il profano neofita, letteralmente pianta nuova, viene invitato a meditare le sue scelte prima di essere eventualmente iniziato. Anche Dante, che aveva perso la “retta via”, nell’affrontare la salita del Purgatorio per ritrovarlaa, si descrive come “rifatto si come piante novelle, rinnovellate di novella fronda, puro e disposto a salir alle stelle”.
Ecco allora che il lavoro interiore, il visitare la propria terra dove questa simboleggia anche le scorie del corpo e della mente che bisogna conoscere per potersi cosi rettificare, tornare cioè sulla “retta via”, corrisponde all’opera di dissoluzione e coagulazione degli elementi che cuociono nel crogiolo alchemico. Se il lavoro dentro e fuori di noi sarà costante, meditato, umile, ispirato dagli alti valori dell’Uguaglianza, della Fratellanza e dalla Libertà, ecco infine che si mostrerà, come i manoscritti usciti dalla colonna di pietra, l’Occultum Lapidem, la pietra della Salvezza, metafora di una individualità libera dal giogo delle passioni ed aperta verso la conoscenza delle cose ultime.
LE RELIQUIE E UNA SPADA
Una colonna scissa miracolosamente la troviamo anche nella storia delle reliquie di San Marco. Sappiamo che furono due mercanti veneziani, Rustico da Torcello e Bono da Malamocco, che ne trafugarono le spoglie ad Alessandria e, celatele in una cesta contenente carne di maiale, impura per i musulmani, le riportarono in laguna, sua destinazione finale. L’Evangelista, infatti, era già stato a Venezia: giunto a Roma assieme a Pietro, viene da lui inviato ad Aquileia dove converte Ermagora che sarà cosi il primo vescovo della città. Dopo quest’opera apostolica Marco parte per Alessandria d’Egitto, ma viene costretto da una tempesta ad approdare alle “isole realtine”, il nucleo della crescente Venezia, oggi in corrispondenza del ponte di Rialto. Addormentatosi viene visitato in sogno da un angelo che lo saluta con la nota frase: “Pax tibi Marce, evangelista meus”, e gli promette che in quell’isola avrebbe riposato fino al Giorno del Giudizio; giunto ad Alessandria ne diviene vescovo e subisce il martirio il 25 aprile del 78. È dunque da questa città che i due mercanti trafugano le sue reliquie nel 829.
L’onore e l’onere, di poter ospitare le spoglie del Santo legato alla sua fondazione, spinse la Serenissima a costruire la chiesa omonima per consentirne la venerazione. Nel 1063 ebbero cosi inizio i lavori della Basilica di San Marco che subì, però, un incendio devastante, dovuto a molti politici, tanto che l’edificio dovette essere ricostruito. Nel 1094 la chiesa era finalmente pronta per essere consacrata a Dio e a San Marco. Purtroppo, in questa circostanza, si scoprì che la teca contenente le spoglie era scomparsa. Grande cordoglio e sgomento, ma il Doge Pietro Orseolo decise che la cerimonia restasse fissata, cosi che il 25 giugno del 1098, giorno della consacrazione accadde il miracolo tramandato in diverse versioni negli annali e nei racconti di Venezia.
La prima ci narra di un braccio che, rompendo una colonna, indicò quella dentro la quale erano racchiuse le reliquie, un’altra che da una colonna apparve l’immagine stessa del Santo. Ma noi preferiamo quella del fratello Giacomo Casanova che, nelle sue Memorie, ci dice: “Nel momento culminante della celebrazione eucaristica, sulla colonna contenente i sacri reperti, apparve l’immagine del Leone alato, simbolo marciano. Subito venne scissa la colonna indicata e miracolosamente le reliquie riapparvero. E cosi la Serenissima salutò San Todaro, primo protettore della città, per affidare le sue fortune e il suo orgoglio all’Evangelista dal Leone alato il cui libro aperto significa pace, chiuso, guerra”.
Anche nella magica Praga, la città del Golem, che ancora oggi vaga di notte per le stradine strette di Stare Mesto, la città vecchia splendidamente descritta nell’omonimo libro di Angelo Maria Ripellino, è una delle colonne del ponte Carlo a custodire la spada invincibile di San Venceslao. Piantata originariamente in uno dei pilastri del ponte, ad un certo momento scomparve, forse trafugata da dei bambini, spiriti innocenti e vicini alla Fonte dalle Vita, custodi, da allora, delle fortune della città; oppure dice un’altra versione della leggenda, inglobata all’interno della stessa colonna, custodita nello scrigno di pietra in attesa del momento in cui, se mai ce ne fosse bisogno, un eroe possa estrarla dalla sua vagina di pietra e brandirla: una Excalibur totalmente immersa nella roccia. Quattro colonne, quattro storie, come i numeri che compongono la mistica tetraktis pitagorica.

 

Commento I:

La colonna è il fondamento di una costruzione, perché ne determina la solidità; assai affascinante è il suo significato simbolico che nel tempo si è evoluto acquisendo un immagine via via più complessa. La metafora della stabilità, della forza, ed anche della potenza è stata esplicitata nelle colonne votive di origine pagana ad esempio, successivamente rivisitate in chiave cristiana come quella della peste a Vienna, o le colonne trionfali, icone dei trionfi imperiali. Gli esempi in merito sono assai numerosi, e spesso stanno a sottolineare una caratteristica basilare di questo simbolo: la dualità. Storia e mito sono ricchi di colonne, raffigurate a coppia, e rappresentanti due principi
distinti, qualche volta opposti, qualche volta no ma comunque fondamentali l’uno per lo sviluppo dell’altro.
L’immagine allegorica della colonna è legata alla vita, alla trasformazione ed alla rinascita, altresì numerosi sono gli esempi che legano questa alla morte ed al lutto. È proprio qui che la caratteristica di dualità si fa ancora più interessante. Le colonne spezzate nei cimiteri sono da sempre immagine della morte prematura, oppure di quella del capo famiglia. l’esempio più singolare però è il Djed, emblema di stabilità, graficamente disegnato come una colonna, che indica la spina dorsale di Osiride, dio della morte e della resurrezione per il popolo Egizio.

Miranda Nera

 

Commento II:

Il doppio significato delle colonne nella cultura umana sottolineato sopra, può essere fatto risalire mettendo insieme la presenza di questa struttura architettonica in tutte le culture umane di tutti i tempi, alla doppia funzione concreta di “sostegno” e di “limite”.
Ad esempio in Cina uno dei primi oggetti di culto che la cultura cinese ha in comune con tante altre, il cielo, viene rappresentato, nei templi che vi sono dedicati, come una cupola sostenuta da colonne. Anche nell’Apocalisse vengono descritte quattro colonne che sostengono la volta del cielo. Per non parlare della mitologia greca per la quale la terra si immagina sostenuta da Atlante o da Ercole che sono una specie di colonne viventi (Atlante che è destinato a sostenere la terra in eterno per punizione, con un breve intervallo nel quale viene sostituito da Ercole, viene alla fine pietrificato diventando una vera e propria colonna).
Questo per quanto si riferisce alla colonna come sostegno che, in questo senso, potrebbe essere considerata come il tentativo umano di dare stabilità alla vita impedendo alla volta del cielo di crollare sulla terra sommergendola e alla terra di vagare nel cosmo rotolando chissà dove.
Quanto alla funzione di limite, si possono citare gli esempi delle colonne d’Ercole e delle colonne di Sansone. Le colonne d’Ercole erano considerate nell’antichità il limite tra il mondo noto e il mondo ignoto, limite che allude anche a quello tra la vita e la morte. Anche le colonne del tempio di Gerusalemme quando Sansone le fa crollare cessano di essere “sostegni” e portano morte (“Muoia Sansone con tutti i Filistei”).
La doppia funzione delle colonne, che si chiamino pilastri o piloni, continua tutt’oggi come mostra l’esempio di attualità del ponte Morandi la cui stabilità dipendeva da piloni che gli davano stabilità, ma che una volta crollati hanno fatto un bel po’ di morti.
Metaforicamente, una società è stabile quando stanno in piedi le sue colonne e se vuole cambiare le deve far crollare e costruirne di nuove che siano più solide o che vengano erette altrove.

 
Francesco Campione

 

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I luoghi del lutto: per i dolenti, per i morti o per entrambi?

 

Comincia oggi la collaborazione al nostro Blog di Miranda Nera che ci aiuterà con le sue competenze nel campo dell’architettura funeraria a riflettere sulla complessa relazione tra la morte e la progettazione dei “luoghi”.

Lavoreremo con il metodo di sempre e cioè ripubblicheremo articoli di interesse specifico nel campo corredandoli di commenti.

 

 

Condividiamo un articolo uscito sul Il Sole 24 Ore, domenica 18 novembre 2018

 

 

L’empatia degli spazi accresce produttività e qualità della vita

 

Lo percepiamo col corpo. Quando entriamo in una cattedrale gotica lo spirito prende slancio lungo le alte arcate. Se attraversiamo un tunnel basso poco illuminato ci sentiamo minacciati e oppressi. Quando passeggiamo su una passerella proviamo un senso di leggerezza. Esperienze intuitive dell’interazione tra noi esseri umani e lo spazio che viviamo. Ma come esattamente i luoghi ci influenzano? Come possiamo progettare gli spazi affinché la nostra vita migliori?
La domanda se la stanno ponendo molti studi internazionali di architettura, anche sotto la spinta delle richieste che giungono dalle aziende interessate a incrementare la produttività dei collaboratori o da ospedali che intendono migliorare la cura dei pazienti. “È meglio non parlare, come spesso si fa, di -benessere – esordisce Davide Ruzzon, architetto che guida il progetto Tuned sulle neuroscienze nel gruppo di progettazione Lombardini 22 – È un termine troppo generico sotto cui mettiamo cose diverse. In realtà il benessere è solo uno dei sentimenti, ma non l’unico e va posto in relazione all’attesa precognitiva. Ora per l’architettura si tratta di capire come rispondere a queste aspettative rispetto ai differenti contesti”.

Il punto di partenza teorico poggia sulle neuroscienze. Ruzzon ha condotto un esperimento pilota in collaborazione con Iuav di Venezia e con Giovanni Vecchiato il ricercatore del Cnr Università Parma, che fa parte del team di Giacomo Rizzolatti, celebre per gli studi sui neuroni specchio, alla base del meccanismo dell’empatia. Questi neuroni controllano i nostri atti motori diretti – afferrare, tenere, posizionare – e azioni comunicative. E hanno una specificità: si attivano quando si compie un’azione, quando la si vede compiere ma anche quando si intuisce quell’azione oppure quando la si vede solo raffigurata. Viene definita simulazione incarnata questa caratteristica dei neuroni specchio di produrre una sorta di imitazione interna di ciò che percepiamo fuori di noi. La dimensione dinamica della percezione può quindi attivare aree della corteccia senso-motoria. Per questo motivo per esempio la stazione ferroviaria di Afragola progettata da Zaha Hadid è stata proposta sia in originale sia depotenziata di alcune componenti di slancio. Ugualmente per un tunnel, una mensa, un appartamento. “Ebbene grazie all’encefalogramma abbiamo osservato che diverse configurazioni dello spazio hanno attivato la corteccia senso-motoria, in base al potenziamento della componente di dinamismo. Abbiamo così aggiunto un altro tassello a una serie di studi internazionali” spiega Ruzzon che cita, tra gli altri, l’Academy of Neuroscience for Architecture di San Diego. Ma come si traduce tutto questo nel lavoro dell’architetto? In base alle esigenze del committente, sono individuate delle metafore motorio-sensorie, per esempio la leggerezza, il salto, il rilassamento ecc. Che vengono poi tradotte nel progetto giocando con la geometria, la topologia, la luce naturale, i materiali, la biofilia, i suoni, gli odori. “Nel progetto della scuola media di Negrar, per esempio, abbiamo individuato l’attesa della crescita da parte degli studenti. E abbiamo usato la metafora del salto, attraverso spazi su livelli diversi e una sorta di rampa che crea dinamismo. Mentre in un progetto di residenza per anziani a Maserà di Padova promosso da Kos, all’ingresso abbiamo insistito sulla metafora del nido attraverso una discesa fino un ambiente raccolto e rivestito di legno”, aggiunge Ruzzon.
Lo studio della relazione tra la psicologia e gli spazi ha almeno una quarantina d’anni. Nel 1978 massimizzando l’uso della luce naturale e creando spazi dinamici, integrando la presenza d’acqua, elementi di vegetazione e opere d’arte si ridusse del 15% l’assenteismo all’Ing Bank di Amsterdam. Negli anni 80 è stato dimostrato che la durata delle degenze in ospedale è influenzata dall’orientamento delle camere e si riduce con la disponibilità di luce naturale o la vista su un parco, così come si riduce il consumo di analgesici (-22%). Nelle scuole le ricerche hanno registrato, nelle classi ben illuminate e con visuale sul giardino, velocità di apprendimento superiori del 20-26 per cento.
“Siamo in contatto con diversi soggetti per esempio nel settore della mobilità – spiega Franco Guidi, amministratore delegato di Lombardini22, al terzo posto tra le società di architettura italiane (12,2 milioni di euro) – C’è molto interesse per queste applicazioni delle neuroscienze all’architettura. Per noi è fondamentale continuare a investire nella ricerca”.

 

Commenti:

I. La ricerca svolta dallo studio Lombardini22 è di grande interesse ed a mio avviso di fondamentale per la progettazione di spazi psico-sostenibili.
La domanda che io intendo pormi a tal proposito è quella rivolta a capire in che modo lo spazio possa influire da un punto di vista psicologico su un individuo che non è in una condizione psichica di normalità come ad esempio a seguito di un evento traumatico o di un lutto.
Il lutto è una ferita che non si rimargina mai, ma nonostante questo gli spazi nei quali avviene la complessa ritualità del commiato, dalla veglia funebre al rito hanno un impatto psicologico importante sul dolente e non vanno solo a modificare l’insieme delle relazioni tra gli individui ed il sistema della ritualità stessa.
Le camere mortuarie degli ospedali sono l’emblema di luoghi tristi e desolanti in cui la condizione di malessere derivante dalla perdita viene amplificata. Oltretutto, in genere il luogo predisposto alla veglia funebre è quello in cui il dolente ha l’ultima immagine del defunto, quella che diventerà nel tempo ricordo e poi memoria. Per questo motivo la progettazione di uno spazio a misura del dolente è a mio avviso un primo passo importante per una sana elaborazione del lutto.

Miranda Nera

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II. Da sempre oltre che spazi per i dolenti l’uomo progetta spazi per i morti, venendo incontro alla doppia esigenza del lavoro del lutto: per chi resta e per chi muore.

I monumenti funerari, ad esempio, sono spazi per chi resta, per chi è morto o per entrambi?

E quindi, se chi progetta un luogo del lutto deve pensare non solo ai dolenti ma anche ai morti, dovrà,  attraverso di essi, esprimere empatia anche per chi non c’è più. In tal caso non si potrà contare, come nella comprensione senso-motoria del dolente sui neuroni a specchio, dato che non può esserci percezione senso-motoria dei morti.

Capire i morti come limite dell’empatia? Oppure ci può essere un altro modo di entrare in empatia che non sia senso-motorio?

Non è cosi anche per i vivi quando si intuisce che la loro verità va oltre le azioni percepibili senso-motoriamente?

Francesco Campione

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