Aforismi

La mia insuperabile ambiguità di quando dico “ti amo”:

desidero che tu sia il mio amato, ho bisogno che tu sia il mio amante.

Significa che non smetterò di preoccuparmi per te all’infinito e avrò la necessità che tu ti preoccupi

all’infinito per me.

Francesco Campione

Perchè il calcolo non salverà il mondo?

1+1 fa 2 ma non sappiamo se la certezza di questo risultato porterà bene o porterà male.

Francesco Campione

RESILIENZA, PAZIENZA E CONVIVENZA in tempo di pandemia

Vi sottopongo una riflessione sull’attualità che deriva dalle argomentazioni del libro

Se evitiamo, come Levinas consiglia in una delle sue opere principali (Totalità e Infinito),di  trasferire il discorso morale sul piano politico distorcendone il senso e subordinando l’etica ai giochi di potere, collocheremo l’etica a livello del faccia a faccia tra “volti” non tematizzabili cioè tra “unici”. Nel caso specifico dell’etica dei vaccini, sono di fronte allora faccia a faccia due parenti( io vaccinista e mia figlia antivaccinista) o un paziente e il suo medico(il paziente antivaccinista e il medico vaccinista o viceversa).Ci può essere naturalmente anche chi li guarda(il terzo o lo Stato) e si chiede cosa sarebbe giusto fare per legge( vaccinarsi o non vaccinarsi).Se uno dei due convince o costringe l’altro a vaccinarsi (sulla base del privilegio dato al valore della vita) o a non vaccinarsi(sulla base del privilegio dato al valore della libertà individuale), ci sarà un armistizio e i due riusciranno a convivere nello stesso spazio vitale. Se invece saranno irriducibili scoppierà un conflitto infinito e  senza esclusione di colpi che ostacolerà la convivenza. Nel nostro contesto culturale sembra non esserci nessun’altra alternativa. La ragione sta, direbbe Levinas,nel non prendere in considerazione la possibilità di ciascun “unico” di sostituirsi ad altri “unici”. Si dimentica, in altri termini, per Levinas, che l’incontro tra due “volti” cioè tra due “unici”si basa prima che sul presentarsi l’un l’altro identificandosi in base ai valori (“io sono per la vita prima che per la  libertà” oppure “io sono per la libertà prima che per la vita”  ), sulla non-indifferenza per il male che si può fare all’altro  e che rende responsabili di fronte alla possibilità di procuragliene subordinando l’essere e i modi d’essere dell’altro ai propri. Come se l’incontro tra “unici” fosse possibile solo dicendosi prima di tutto ,cioè prima di sapere chi si ha di fronte, che si cercherà di non fargli del male (dal non ascoltarlo all’ucciderlo).

Un’altra alternativa, in sostanza sarebbe possibile ,per Levinas,superando sia il dominio di un “unico” su un altro “unico” sia la guerra senza fine tra loro: sulla base della responsabilità che ognuno ha verso ogni altro, dal momento che l’incontro è un dirsi non-indifferenti al male che si potrebbe fare all’altro.

Significa in concreto che sia i vaccinisti  che i non-vaccinisti dovrebbero sì vaccinarsi o non vaccinarsi   in base alle loro convinzioni derivanti da  chi sono  e dai  loro valori, ma dovrebbero farlo tenendo conto, al tempo stesso,  del male che possono fare a chi di fronte a loro fa o farebbe in un altro modo. Dovrebbero farlo in altri termini non solo pe sè(per essere se stessi) ma per gli altri, assumendosi la responsabilità del male che fanno loro. E possono farlo ,sostiene Levinas, “sostituendosi” a loro. Io, in sostanza posso vaccinarmi per consentire a mia figlia di non vaccinarsi, sostituendomi a lei ,assumendomi la responsabilità del male che le farei se limitassi la sua libertà e favorire questa libertà. Così come mia figlia potrebbe non vaccinarsi assumendosi la responsabilità del male che non vaccinandosi mi procura cioè l’angoscia preoccupante per la sua salute, per la mia e per quella di tutti. Io dovrei limitare per lei  il valore della vita che mi caratterizza (convivendo per lei col rischio che lei muoia  o di morire io), lei dovrebbe limitare il valore della libertà che la caratterizza (convivendo con il limite dei suoi comportamenti liberi per difendere la sua vita,la mia e quella di tutti). Il medico  non vaccinista che mette in pericolo la vita dei pazienti non vaccinandosi lo farebbe per loro e  si assumerebbe la responsabilità di questo rischio facendo di tutto per non farglielo correre( dal congedo volontario dal lavoro fino al vaccinarsi contro di sè per gli altri). Il medico vaccinista si vaccinerebbe per i suoi pazienti non-vaccinisti cioè perchè restino liberi di non vaccinarsi fino ad assumersi la responsabilità di curarli anche per loro cioè senza obbligarli in nessun modo a farsi curare. Così come il paziente vaccinista si assumerebbe la responsabilità di fronte al suo medico  non-vaccinista della sua libertà di non vaccinarsi vaccinandosi anche per lui e donandosi così a lui anche a rischio di limitare il valore della  vita che vuole affermare vaccinandosi.

“Sostituirsi” ad Altri tramite la responsabilità incedibile di non fargli del male sarebbe il frutto umanissimo di quell’incontro con l’altro che sarebbe impossibile se si basasse solo sul sapere chi è e sul presentarsi a lui col  proprio essere e i propri modi di essere.

Tutti i giorni constatiamo che è così, con la conseguenza di assistere nei rapporti umani alla disumanizzazione della pace  tra “unici” basata sul dominio o della guerra infinita tra i valori. Tenendo invece conto della possibilità della “sostituzione responsabile” per il bene dell’altro, basata sulla non-indifferenza per l’altro che rende possibile l’incontro prima di  sapere chi è, si potrebbe conseguire un “parlarsi” tra diversi, cioè tra “unici”,  capace di promuovere una pace senza dominio.

Se,ad esempio, il medico vaccinista che va la sera ai raduni dei no-vax per convincerli a farsi vaccinare, ci andasse per dirgli che lui si è vaccinato  e che vorrebbe fare qualcosa per renderli davvero liberi di non vaccinarsi senza doversi imporre, chissà che anche i no-vax non potessero avvertire la responsabilità di fronte a chi si vaccina, così come chi lo fa la sta esprimendo nei loro?

Questa alternativa della sostituzione responsabile resa possibile dal pensiero di Levinas si potrebbe configurare come la morale di tutti, non più basata su qualche valore particolare ma sul bene di tutti chiunque egli sia.

Ah, se lo Stato, che incarna il terzo che cerca di fare giustizia nelle controversie tra gli unici ,condividesse la possibilità dell’alternativa basata sulla responsabilità di tutti verso tutti (2) allorché si incontrano, di fare il bene e non fare il male?

Nel caso delle pandemie, invece di farsi attuatore del dominio dei valori dominanti(attraverso leggi ad hoc che alimentano il sospetto di sempre che lo Stato sia per sua natura  totalitario) o di partecipare al conflitto tra valori che si determina col rischio di una guerra infinita(facendo vincere una della due parti grazie al monopolio della violenza che detiene), lo Stato incarnerebbe il “noi” pedagogico in grado di ricordare a ciascuno che non c’è incontro e non c’è socialità nè Società senza che ciascuno si assuma la responsabilità che gli tocca verso coloro che perseguono valori differenti dai propri e sono“unici “come loro.

Nel caso dell’etica dei vaccini, lo Stato potrebbe promuovere attraverso una comunicazione pubblica adeguata un parlarsi e un convivere tra vaccinisti e non-vaccinisti ricordando: ai primi che più è alto il numero dei vaccinati e più sono liberi cioè senza rischi per gli altri i non vaccinisti di non vaccinarsi, sicchè potrebbero, da vaccinisti, vaccinarsi in massa per non dover fare una violenza costrittiva a chi non vuole vaccinarsi; ai secondi che solo chi è libero di non vaccinarsi può “liberare dal male”(guarendolo dall’illusione di poter vincere la morte)w chi vuole obbedire all’istinto di sopravvivenza vaccinandosi e cioè sacrificando una quota di libertà alle leggi della biologia.

Francesco Campione

NOTA 1  Giorgio Agamben nel suo libretto sul Covid (“A che punto siamo ? L’epidemia come politica” ) basa tutta la sua argomentazione tendente a fondare i comportamenti individuali e collettivi durante la pandemia, sull’affermazione del valore della libertà. A questo proposito significativa è la citazione seguente che Agamben pone ad Esergo del capitolo VII del suo libro: “Non sappiamo dove la morte ci aspetta, aspettiamola ovunque. La meditazione della morte è la meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Saper morire ci libera da ogni soggezione e da ogni costrizione. Michel de Montaigne

NOTA 2 La responsabilità di ognuno verso tutti viene espressa dal monaco-santo Zosima nel romanzo di Dostoevskij ” I fratelli Karamazov” quando dice:  “Ognuno è responsabile per tutti e io più di tutti”.

Aforisma

L’infinito dentro di noi esseri finiti è l’idea impensabile di una perfezione irraggiungibile.

Un’idea che suscita in noi il desiderio fine a sè stesso (il desiderio di perfezione) di cui in fondo viviamo anche quando viviamo d’altro, e che alcuni chiamano Dio.

Francesco Campione

Aforisma

Se i privilegi (salute, amore, ricchezza, longevità, etc. ) servono per diventare migliori non c’è da sentirsi in colpa per averli avuti in sorte.

Francesco Campione

Editoriale Zeta-Magazine

Premessa

Ho fondato e diretto nel 1986 la rivista italiana di Tanatologia Zeta, che è uscita in cartaceo per 27 numeri ed è ora presente online (www.clinicacrisi.it)  fino al numero 44.

Con la pandemia il tabù e la rimozione della morte tendono ad attenuarsi e tende ad acquistare di nuovo importanza la ritualità del lutto collettivo. Ciò rende possibile parlare della morte in un modo nuovo (più franco e meno angosciante) e la rivista Zeta può diventare un contenitore più adeguato ai tempi di questo nuovo modo di “parlare” della morte.  La rivista però deve adottare un linguaggio meno tecnico e più immediato per consentire a tutte le persone colte di dire la propria. E’ a questo scopo che progetto (con la redazione di Zeta) di affiancare alla parte “specialistica” della rivista dei quaderni ad uscita periodica (trimestrale o quadrimestrale) che siano una specie di magazine tematico in grado di invogliare a parlarne tutti coloro che quotidianamente alla morte ci pensano ma non sanno dove esprimersi.

La prima cosa da fare ho pensato dovesse essere un editoriale in grado di collegare adeguatamente il magazine alla storia della rivista Zeta e a quella della Tanatologia. Dopo averlo scritto però mi sono reso conto che il testo era troppo lungo e scritto ancora nello stile di una rivista per addetti ai lavori. Avrei potuto lavorarci e modificare l’editoriale ma ho avuto un’altra idea: pubblicarlo sul blog invitando coloro che lo visitano e i redattori di Zeta a fare critiche e commenti sulla base dei quali rivedere il testo in modo che diventi l’adeguato editoriale di un magazine.

Faremo lo stesso per gli altri articoli del numero 1 del magazine e in tal modo, credo che sarà possibile costruire collettivamente e pubblicamente il nuovo magazine.

Editoriale Zeta-Magazine

Ho familiarizzato con i defunti  durante la mia infanzia siciliana partecipando a tante veglie funebri familiari e a tante visite ai defunti il 2 novembre. Al liceo ho desiderato la morte per un amore non corrisposto  , ho   scelto di vivere ma ho di nuovo incontrato la morte al terzo anno di Medicina vedendo dissezionare  per la prima volta  un cadavere. Poi, a 25 anni ho incontrato la mia prima moglie che era molto malata e la  morte è entrata un’altra volta nella mia vita sotto la forma di minaccia per la vita di una persona cara. C’è da meravigliarsi se ho solo resistito qualche anno ad occuparmi da psicologo di illusioni ottiche e ho fatto della morte il mio principale interesse di studio e di vita diventando tanatologo?

E’ da allora che ho cominciato a dialogare sulla morte con medici, filosofi, storici,psicologi,sociologi, antropologi,psicoanalisti,etc. e ne è all’inizio degli anni ‘80 sortito il mio primo libro (Dialoghi sulla morte con Louis Vincent Thomas, Philippe Ariès, Raymond Aron, Enzo Melandri, Franco Fornari , Ginette Raimbault, Renzo Canestrari, J.Silva Garcia, Luis Chiozza, Henry Laborit, Clueb Editore, Bologna).

Negli stessi anni ho partecipato a Parigi ad un congresso internazionale sponsorizzato dalle imprese di pompe funebri e quando ne ho organizzato uno analogo in Italia i miei colleghi dell’università di Bologna hanno toccato ferro di fronte al manifesto del congresso affisso nella bacheca dell’Istituto di Psicologia.

Senza considerare  lo sconcerto del Direttore  d’Istituto( Renzo Canestrari) costretto ad attraversare una mostra di bare per raggiungere la sala dell’albergo in cui si svolgeva il congresso al quale aveva accettato di partecipare insieme ad altri illustri professori stranieri( tra cui l’antropologo  della morte africana L. Vincent Thomas).

Ca va sans dire che la mia carriera universitaria ne ha un po’ risentito,ma non la mia vocazione di tanatologo. Erano  anni in cui il tabù e la rimozione della morte erano al massimo nella nostra cultura,ma non mi scoraggiai a rilanciai fondando la prima rivista europea di tanatologia chiamandola ZETA ad evocare la fine della vita in analogia con quella dell’alfabeto, ma spiegando meglio di cosa vi si trattava nel sottotitolo:Ricerche e documenti sulla morte e il morire.

 Intanto qualcosa stava cambiando soprattutto in campo medico e di lì a poco in quanto psicologo medico con interessi e pubblicazioni tanatologici sono stato chiamato a partecipare prima ad un’equipe di assistenza domiciliare rivolta ai malati terminali di cancro e dopo poco a quella di uno dei primi   Hospice per le   Cure Palliative di malati terminali che, con un ritardo di una ventina d’anni rispetto ad altri paesi europei, stavano sorgendo anche nel nostro paese.

Confidavo in tal modo di poter finalmente legittimamente dedicarmi agli studi sulla morte nel modo migliore, cioè aiutando psicologicamente le persone  a morire. Purtroppo, dopo vent’anni di tentativi ho dovuto constatare che anche aiutando le persone a morire la morte si può rimuovere dalla coscienza e dai discorsi mantenendone intatto il tabù. Infatti, le Cure Palliative si sono via via trasformate in pura Medicina Palliativa, allorchè ha prevalso  l’idea che bastasse per conseguire una “buona morte” aiutare le persone a morire bene cioè ad avere una fase terminale della vita di qualità accettabile (ho ripercorso dettagliatamente questa evoluzione o involuzione nel mio libro: La camera dei desideri e delle invenzioni-Gestione e umanizzazione dell’equipe sanitarie ad alta criticità-,Armando Editore, Roma ).

 La morte è così diventata “buona morte” riuscendo la Medicina Palliativa a far morire in modo indolore e inconsapevole e trascurando la morte come passaggio ad un’altra vita, al nulla, agli altri che restano o al mistero. Ne è sortito il dato secondo cui la maggior parte dei morenti hanno una consapevolezza incerta della loro morte imminente ma se ne accontentano grazie all’efficacia della palliazione del dolore e quando il dolore fosse refrattario alla palliazione basterà anestetizzarli con una sedazione terminale togliendo loro la coscienza. La morte è così nuovamente scomparsa dall’orizzonte dei morenti a favore di un morire medicabile con la palliazione e trasformabile in “sonno” attraverso la sedazione terminale (a chi soffre senza rimedio il palliatore chiede: “Vuole dormire?” senza aggiungere che potrebbe, e nel più dei casi è così, non essere più svegliato in attesa della morte).

In questa fase di rinnovata rimozione della morte dai discorsi la rivista di Tanatologia è andata irrimediabilmente in crisi e, per sopravvivere, da cartacea, dopo 27 numeri, si è trasformata in rivista on line (siamo arrivati così al n.44).

Con la crisi delle Cure Palliative e il trionfo della Medicina Palliativa è diventato sempre più evidente che la Tanatologia dovrebbe riprendere la sua autonomia e riportare in campo la “morte” come passaggi, allo scopo di non rassegnarsi definitivamente a vederne trionfare nuovamente la rimozione e il tabù.

E’ stato a questo punto che ho fatto pubblicamente un appello sulla importante Rivista di Psicoterapia e Scienze Umane ( Anno 2017, volume 51, n.3 ) con queste parole:

Chi lavora, a vario titolo e con diversi ruoli, nell’assistenza ai morenti e alle famiglie in lutto, tende a pensare che la “rimozione della morte naturale” (quella che prima o dopo “tocca” a tutti e non quella violenta con la quale conviviamo ogni giorno grazie al telegiornale) riguardi solo tutti gli altri, cioè coloro che non hanno con essa un contatto quotidiano.

In realtà, a guardare bene ciò che sta avvenendo nel nostro contesto culturale, le ragioni profonde della “rimozione della morte naturale” tendono nuovamente a imporsi universalmente dopo che sembrava essersi aperta una finestra comunicativa grazie, prima, al diffondersi dell’opera di Elisabeth Kübler-Ross, e, poi, al diffondersi delle Cure Palliative e dell’istituzione di strutture come gli Hospice specificamente dedicate alla cura dei malati terminali. Vorrei sottoporvi qualche riflessione al proposito.

 Da quando si ritiene giustamente che le Cure Palliative debbano essere “precoci” (Campione, 2014), cioè garantite a tutti coloro che soffrono anche quando c’è ancora qualcosa da fare per salvare la vita e non solo ai morenti (o malati terminali che dir si voglia), anche coloro che assistono i morenti si sentono autorizzati a dimenticare che c’è una sofferenza che non si chiama dolore ma angoscia di morte, e che quando si pensa di poterla alleviare solo con le tecniche mediche di palliazione del dolore si è costretti prima a “rimuovere” la morte. In sostanza, stiamo andando verso una Medicina Palliativa che, considerando la palliazione del dolore sempre un “fine”, si basa sulla “rimozione della morte naturale” per riferirsi solo al “morire” (che è l’ultima fase della vita). Ciò le consente di non vedere quando invece la palliazione del dolore è un “mezzo” per poter vivere decentemente e rinviare così il contatto con la morte imminente. In altri termini, le Cure Palliative tendono a essere rivolte più ai sintomi (dolore, vomito, dispnea, delirium, distress esistenziale, etc.) che peggiorano la qualità della vita nel “morire”, piuttosto che alla sofferenza che accompagna il timore di dover presto morire anche quando non ci sono sintomi non controllati. I palliativisti sono arrivati al punto di sostenere che bisogna applicare le tecniche per alleviare la sofferenza dei malati a prescindere da quanto vicina sia la prognosi di morte, non avvedendosi che quasi tutti lo fanno già senza necessariamente rivolgersi alla Medicina Palliativa, e che nessun malato potrebbe considerare un “fine” la palliazione se non sapesse che non può più guarire e di lì a poco morirà. Con una sola eccezione: quella di chi sa che non è in fase terminale per la vita (prognosi infausta quoad vitam) ma lo è per la qualità della vita (prognosi infausta quoad valetudinem), dato che sa che non la recupererà (Campione, 2014).

In altri termini, si afferma sempre più anche nelle Cure Palliative la tendenza della nostra cultura a concepire la morte da una parte come un annullamento senza rimedio (data la crisi della fede nell’aldilà) e a cui è meglio non pensare, e dall’altra come “morte naturale”, cioè un morire biologico, una trasformazione della materia organica atta a rientrare nel ciclo della vita e a cui basta garantire una “buona qualità” e una “durata naturale” finché la vita organica non si disgrega diventando inorganica, potendosene successivamente disinteressare: come se della vita organica non restassero “tracce” personali e umane di cui valga la pena preoccuparsi in vita!

Basta che una persona cara muoia o che ci ammaliamo gravemente perché voler non pensare alla morte diventi per la maggior parte di noi impossibile da attuare e da supportare senza pagare il prezzo di un’inautenticità da compatire e disumanizzante.

Credo che come tanatologi abbiamo una responsabilità maggiore di altri in questo senso, e faccio appello a quanti condividono l’impostazione che ho abbozzato per una “mobilitazione culturale” atta a promuovere le condizioni di una ripresa del pensiero creativo sulla morte che apra l’orizzonte al “colpo di genio” (era Nietzsche che chiamava così l’idea di Gesù per cui la morte è solo un sonno dal quale ci sveglieremo risorgendo) ormai necessario per non veder languire l’Umanità nella sua rinnovata impotenza verso la morte, o per trovare nuove vie per gestirla, questa impotenza, in un modo meno infantile di quello pur rispettosissimo consistente nel dominante cercare di distrarsi e non pensarci.

L’appello è caduto nel vuoto e cominciavo a scoraggiarmi, quando è scoppiata la pandemia Covid 19 e il “sistema della morte” (tutto ciò che in una cultura riguarda la morte) ha cominciato a cambiare.

La conta quotidiana dei morti e la conseguente paura di morire, insieme con lo strazio per l’impossibilità di accompagnare i cari morenti nelle terapie intensive e di non poter fare loro un adeguato servizio funebre, hanno impedito la rimozione della “morte” nei termini precedenti, dato che la morte per Covid non può essere assimilata, mascherandola, ad un morire che si conclude col sonno di una sedazione  terminale che fa cessare le sofferenze ingestibili. Ora infatti il morire si conclude con qualcosa di negativo:la cessazione della respirazione che neanche le terapie intensive hanno potuto ripristinare;l’impossibilità per i parenti di nascondere il passaggio della morte(ad un’altra vita, al nulla, al mistero o agli altri) accompagnando il morente nel morire o attuando rituali funebri che facciano uscire il passaggio della morte dal caos a cui è destinato senza di essi.

Ne consegue che ora, durante e dopo il Covid, della morte si potrà nuovamente parlare e riattivare le correnti che da sempre la cultura ha fatto scorrere per porre le domande che la morte pone e quindi non solo cercare di evitarla ma anche affrontandola e cercando risposte.

A questa nuova situazione vuole dare risposte tanatologiche il progetto che oggi comincia ad essere realizzato di affiancare alla Rivista Zeta con una serie di quaderni (due o tre all’anno) da pubblicare sempre on line, e con lo scopo di dare voce al riemergere della morte come passaggio che la pandemia ha determinato riconoscendo in nuce in questo cambiamento una potenzialità positiva della stessa pandemia.

Non ci troviamo, infatti , di fronte ad una strana “eterogenesi dei fini” se attraverso la pandemia che ne ha uccisi tanti  suscitatando tanta paura di morire in tutti o addirittura la paura della fine del mondo, si rivitalizzasse la specificità della cultura umana di essere la ricerca di vie di salvezza per tutti in quanto cultura dominata dall’inevitabile tragedia comune a tutti del morire e   della morte?

Francesco Campione

Aforisma

E’ vero: i migliori “esperti” delle faccende delle loro vite sono coloro che ne godono le gioie e ne soffrono i dolori.

Dove hanno bisogno di altri “esperti” è nel far durare il godimento e nel far cessare il patire.

Perchè chi ha sempre goduto sa solo godere e chi ha sempre sofferto non può uscirne da solo.

Francesco Campione

Apprendisti stregoni

Ora che tutti si raccontano la pandemia a modo loro, propongo di raccontarcela così:

Per superare in breve tempo l’America e diventare il padrone del mondo, il capo dei  governanti cinesi chiamò il più famoso ingegnere chimico di tutta la Cina che viveva a Wuhan e gli ordinò di creare un virus per fare ammalare milioni di americani e mettere in ginocchio tutta l’economia dell’Occidente.

L’ingegnere lo mise in guardia dal rischio che il virus potesse diffondersi anche in Cina e gli consigliò di rivolgersi al più potente sciamano mongolo che era in grado, a suo dire, di scatenare gli spiriti maligni contro i nemici ma facendoli sorvegliare dagli spiriti benigni perchè facessero ammalare solo gli americani.

Il Presidente cinese ,che era comunista, e da moderno  credeva nella scienza, non ne volle sapere e l’ingegnere chimico dovette obbedire.

Quando il virus fu pronto si dovette, naturalmente, sperimentare su cavie cinesi per mettere a punto prima di diffonderlo tra i nemici una terapia che proteggesse la Cina .E fu durante questa sperimentazione che tutto cominciò a non andare per il verso giusto.Un medico di Wuhan intuì la presenza ,in un suo paziente che a sua insaputa l’aveva ricevuto per la sperimentazione,  di un virus sconosciuto e tentò di informare la comunità.Fu denunciato come pericoloso nemico del popolo che diffonde notizie false ,la presenza del virus nuovo fu ufficialmente negata e il sindaco di Wuhan,ignaro di tutto, permise a milioni di suoi concittadini  che credeva sani come pesci di viaggiare in tutta la Cina per il capodanno. Quando poi un cinese infetto andò in Germania per lavoro, il virus arrivò in Europa e di lì a poco, come si sa scoppiò, prima che ci fosse una terapia, la pandemia  di quello che nel frattempo era stato chiamato, per la sua forma, coronavirus.

Si dimostrava ancora una volta che i potenti non sono onnipotenti, e perciò, come gli stregoni restano sempre solo apprendisti stregoni, sono il più delle volte impotenti.

Il vantaggio che il Presidente cinese pensava di ottenere col nuovo virus era azzerato e gli occidentali cercarono di passare in vantaggio mettendo a punto prima dei cinesi e commercializzandolo meglio un vaccino efficace e  in grado di far guarire i loro popoli prima dei cinesi e così vincere la competizione economica e impedire la conquista cinese del mondo.

E così puntualmente accadde ribaltando le sorti della guerra.Ma anche stavolta i potenti avevano fatto male i loro conti. Molti americani avevano rifiutato di farsi vaccinare perchè il Presidente cinese nel frattempo aveva incaricato il più potente sciamano mongolo di scatenare gli spiriti maligni e a tutti quelli che credevano negli spiriti,e in America erano tanti,era venuta una tremenda paura dei vaccini. La contromossa dell’America fu allora questa: una campagna di comunicazione di massa chiamata “Adulti e vaccinati” per far sentire tutti adulti orgogliosi :perchè potevano vincere la paura dei vaccini ed essere sicuri di non morire ,dato che  vaccinandosi avrebbero sconfitto la morte.La campagna ebbe grande successo e la Cina vedendosi persa, ora che tutti gli americani  non avevano più paura dei vaccini e di morire e si erano nuovamente messi a lavorare come e più produttivamente di prima, giocò la carta di riserva:circondò con una flotta potente l’isola di Taiwan per invaderla e annetterla nuovamente alla Cina continentale. L’America non potè fare altro che schierare attorno a Taiwan una flotta altrettanto potente e le due potenze si bloccarono a vicenda in una sorta di nuovo equilibrio del terrore.Nessuno stratega delle due parti consigliò di attaccare e i due popoli si dedicarono per anni a sorvegliarsi e a produrre armi per non concedere al nemico la  supremazia  bellica.Sia in Cina che in America di conseguenza il virus ricominciò a circolare mentre il resto del mondo interruppe ogni contatto con i due contendenti e vi si raggiunse in breve l’immunità di gregge.Dopo un po’ nei due paesi con l’epidemia in atto, il virus mutò e la nuova mutazione penetrando nelle cellule di tutti e due i popoli provocò in entrambi una mutazione genetica che nessuno si aspettava: lo chiamarono in breve il “cromosoma della pace” perchè accese in ogni cinese e in ogni americano una totale avversione verso la guerra. I soldati delle due parti allora rifiutarono le armi , la Cina e l’America si allearono e imposero pacificamente la pace a tutto il mondo che fu felice di rompere il suo isolamento con le due grandi nazioni.

Francesco Campione

Aforisma

Solo la morte dell’uomo è tragica.

Ma non perchè rende impossibili le cose e le azioni imperfette e talora un po’ ridicole di cui è fatta.

La morte dell’uomo è tragica perchè l’essere limitato che prima era vivo non ha più il desiderio del prima da cui viene e del dopo a cui approderà (desiderio che nessun’altro vivente nutre).

Ogni morte umana è tragica perchè c’è un uomo in meno nel mondo che cerca di pensare il bene infinito e di dargli voce con qualche parola indicibile.

Francesco Campione